FSL – Intervista all’Arcivescovo Erio Castellucci: “Mai come in questo Natale sentiamo l’importanza delle relazioni e degli affetti”


di Nicola Pozzati

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Queste festività arrivano durante l’emergenza coronavirus che ha impattato molto sul mondo del lavoro. Che importanza assumono queste festività in un momento tanto difficile per i lavoratori?

Quest’anno, in particolare, i lavoratori vivranno queste festività con un grande senso di precarietà e preoccupazione. Penso specialmente ad alcuni lavori e ad alcune professioni che sono a rischio o che addirittura già adesso sono impossibili da svolgere. La nostra Costituzione proprio nelle prime righe si dimostra veramente profetica, nel senso che definisce come fondamento della Repubblica il lavoro che, appunto, non è un ideale astratto. Un fondamento che si sarebbe potuto definire in tanti modi, democrazia, giustizia, libertà ecc… e che invece, dopo tante discussioni, è stato identificato attraverso un’attività, cioè un contributo concreto che le persone possono dare e quindi, quando il lavoro è in pericolo o in crisi, veramente tocchiamo – secondo la Costituzione – un valore fondamentale del nostro Stato e della convivenza tra le persone, perché toccare il lavoro significa mettere in crisi le famiglie, mettere in crisi l’economia e sostanzialmente mettere in crisi i rapporti fondamentali tra ciascuno di noi. Io temo che quest’anno veramente sarà per moltissime persone un periodo di feste difficile.

Cosa rappresenta per un cristiano il lavoro?

Il cristiano in tutte le attività – e in generale nella sua vita quotidiana – non aggiunge delle cose: la sua fede gli permette di illuminare alcune dimensioni della vita, tra cui appunto il lavoro, che per il cristiano appunto può addirittura essere visto come una collaborazione con Dio. Proprio nei primi capitoli della Bibbia, Dio affida all’uomo la custodia del Creato attraverso il lavoro e quindi: cosa potrebbe mettere di più il cristiano in questo? Penso a un’iniezione di speranza, cioè il fatto che per noi cristiani non c’è nessuna esperienza totalmente negativa. Ogni esperienza per quanto dolorosa (come quella che stiamo vivendo adesso) racchiude anche una risorsa; credo che in questo caso il lavoratore cristiano possa davvero, attraverso la sua fede, iniettare speranza non in astratto, ma proprio attraverso la cura delle relazioni concrete anche nell’ambito lavorativo.

Oggi in questo senso quali sono le principali richieste che arrivano dalla sua comunità?

Ne arrivano parecchie, anche solo a livello di richieste di sostegno economico e addirittura alimentare; in poco tempo c’è stata una crescita di quasi il doppio delle richieste rispetto a prima della pandemia. Questo è proprio un termometro che ci fa capire come le persone stiano vivendo un momento molto difficile. Non è come si pensa spesso, che cioè siano gli immigrati a fare richiesta, ma c’è un aumento proprio delle richieste da parte dei cittadini italiani. La difficoltà grossa appunto è che come Chiesa non abbiamo soluzioni: nel periodo più forte della pandemia la Conferenza Episcopale Italiana ha raddoppiato l‘8 per mille con cui abbiamo cercato di dare alcuni soccorsi immediati, per aiutare parrocchie e scuole materne e per incentivare iniziative al servizio delle persone indigenti. Abbiamo voluto sostenere di più le parrocchie cercando di non far disperdere quelle relazioni frutto dei momenti di socialità senza far passare in secondo piano l’aspetto spirituale (una delle dimensioni messe a dura prova da questa crisi sanitaria è stata proprio la dimensione psichica e affettiva). Tante persone si sono trovate a vivere una dimensione di grande solitudine.

In alcuni momenti si ha avuto l’impressione che la Chiesa andasse bene fintantoché doveva aiutare ma non quando doveva pregare, come se la seconda dimensione fosse irrilevante per la società…

Abbiamo avuto l’impressione, soprattutto durante il lock-down, che ci fosse una sottovalutazione degli aspetti relazionali. Ci sono i beni materiali che sono fondamentali, e comprendono anche la salute e ovviamente sono beni primari. Poi però ci sono dei beni relazionali che non si possono contrapporre ai primi perché anch’essi sono vitali. Penso ad esempio all’impossibilità assoluta di anziani – magari anche un po’ confusi mentalmente – di vedere i loro cari anche solo per qualche momento settimanale; so di alcune persone che a un certo punto si sono ammalate di più per questo, per non dire che si sono lasciate andare perché anche se non si è lucidi, quando si mantiene una sensibilità affettiva, si soffre nel non vedere più nessuno, nel vedere solo persone mascherate. Poi c’è tutto il tema dell’educazione, e questo è un grosso problema perché i ragazzi svantaggiati o quelli che non possono permettersi un computer e un collegamento internet, oppure quelli che fanno proprio fatica perché hanno disagi mentali, sono rimasti molto più indietro e addirittura in vari casi c’è stata una regressione. Poi c’è tutta la fascia degli adolescenti e in particolare delle persone disabili che hanno vissuto e stanno vivendo questo periodo come una sorta di punizione, domandandosi cosa possano aver fatto di male per non potere più fare ciò che facevano prima. Quindi c’è veramente davanti a noi un panorama incredibile che ci fa pensare che quando si prendono delle decisioni necessarie bisogna però tener presente anche l’importanza dei beni relazionali.

Si è spesso parlato della relazione tra salute e ambiente, qual è la posizione della Chiesa in questo senso?

C’è una connessione diretta tra salute e ambiente, come umanità abbiamo trascurato per molto tempo la nostra relazione con l’ambiente, o meglio abbiamo pensato per molto tempo che la natura si potesse sfruttare senza limiti. Invece abbiamo visto che certi tipi di azioni producevano ad esempio un avvelenamento dell’aria, dell’acqua o della terra e si avvelenavano con effetti sul clima e sulla nostra vita. Come coscienza globale da pochi anni si sta prendendo consapevolezza di come la natura non si estranea a noi, che c’è un’interazione continua tra l’uomo e l’ambiente. In fondo già la Bibbia 3000 anni fa metteva in relazione l’essere umano e il resto del Creato. Ci siamo resi conto di come la natura non sia una cava di materiali da usare a piacere e da sfruttare senza criterio, essa è invece una “casa comune” come scrive il Papa nella la sua enciclica (Laudato si’, 2015, ndr). Una cava si può sfruttare, una casa no, perché se non ce ne prendessimo cura, lasciando sporcizia e muffa sui muri, poi anche la nostra salute ne risentirebbe. Ci siamo resi conto che salute e rispetto per l’ambiente sono direttamente collegati e quando noi sfruttiamo la natura e immettiamo in essa troppi veleni poi essa si ribella.

Cosa pensa del fatto che in alcuni Stati si sia parlato di interdire dalle cure le persone più fragili?

Il tema è molto delicato, ricordiamo che nel nostro territorio ci sono stati alcuni operatori sanitari, medici e infermieri, che hanno dichiarato la profonda sofferenza vissuta nel momento in cui, durante i mesi della pandemia, hanno dovuto scegliere a chi dare un respiratore, a volte dovendo lasciare senza una cura delle persone anziane per dare precedenza ai più giovani o comunque a chi si riteneva avrebbe avuto più speranze. Sono scelte veramente dolorose che non augurerei mai a nessuno e che creano poi dei forti sensi di colpa, basti pensare che abbiamo avuto anche tra gli operatori sanitari dei suicidi proprio per situazioni divenute insostenibili. Credo che dire esplicitamente, come hanno fatto recentemente alcuni paesi, che sopra una certa età non si prende neppure in cura l’ammalato sia qualcosa di socialmente molto discutibile. Noi diciamo spesso che la maturità di una società si vede anche da come tratta le persone svantaggiate e più fragili e certamente i bambini, gli ammalati e gli anziani sono tra queste situazioni di fragilità. Non si può pensare a una decretazione previa che escluda delle categorie in quanto tali.  

Forse in un momento del genere anche il tema della famiglia dovrebbe essere rimesso al centro? Affrontare questa situazione da soli o con accanto una famiglia può aver fatto la differenza nel bene e nel male per molte persone…

Penso proprio di sì, nei mesi della chiusura totale ero in contatto con molte persone, tanti sacerdoti e amici e ho proprio avvertito la differenza tra chi ha vissuto quel periodo in solitudine fisica e chi invece aveva qualcun altro attorno, fosse un familiare o un convivente.

In una situazione così complessa qual è l’augurio che si sentirebbe di fare ai carpigiani per questo Natale?

Non vorrei fare i classici auguri di buon Natale. Mai come in questo Natale sentiamo l’importanza delle relazioni e degli affetti; allora l’augurio è, secondo le modalità che ci saranno permesse, di non fare mancare il nostro affetto, seppure da remoto o con una telefonata, alle persone che ci sono vicine, specialmente alle persone impaurite, impoverite e sole, che non saranno poche in queste festività. L’augurio di questo Natale è proprio che si possa avvertire una rete di relazione da coltivare e accrescere.


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