MUSIC TASTE – Zeitgeist Emiliano: a trent’anni da Epica, Etica, Etnica, Pathos dei CCCP

 

Trovare un album prodotto in Italia negli ultimi trent’anni che abbia resistito così bene alla prova del tempo è veramente difficile: Epica Etica Etnica Pathos, quarto ed ultimo disco in studio dei CCCP, ha compiuto trent’anni da pochi giorni e non è invecchiato minimamente. 

I CCCP, come dice il nome stesso, sono stati un gruppo che ha trovato nell’estetica del comunismo reale la sua chiave stilistica. Anche il sottotitolo del gruppo (“Punk filo-sovietico“) parla chiaro, come tanti testi scritti da Giovanni Lindo Ferretti non lasciano adito a dubbi: l’essere schierato politicamente ha guidato il gruppo nei passi verso il successo, gli ha fatto guadagnare un’audience sicura, giovane, combattiva, in un periodo in cui il comunismo aveva una fetta consistente di attenzioni politiche e culturali in Italia.

Ma c’è un grande “ma”. Perché se ne parla ancora nel 2020? Perché sono stati fonte di ispirazione per decine di gruppi italiani che hanno fatto anche altri generi oltre al punk, e che nella politica non hanno trovato la bussola della propria produzione?

I CCCP hanno saputo mettere in scena, nel corso degli anni ‘80, il disagio di una generazione di ventenni in un particolare periodo storico, ma ancora di più hanno interpretato una cosa difficilmente captabile in produzioni musicali di portata nazionale: il disagio e l’isolamento, ma anche la poesia della vita di provincia, e in particolare della provincia emiliana in quel particolare periodo.

In tutti gli album prodotti e registrati in studio, i testi di Ferretti hanno restituito una istantanea ben dettagliata dei sentimenti di una generazione che si sentiva isolata, che si rifugiava nella droga e negli psicofarmaci, nella depressione e nell’introspezione.

E come in un pazzesco e pittoresco primo libro di una serie di romanzi, l’ultimo disco dei CCCP è il culmine di questa idea: il voler mettere in musica un certo preciso disagio sotto forma di poesie che il tempo ha solo migliorato, come un vino pregiato.

Anche la storia di com’è stato fatto il disco è unica ed essenzialmente emiliana: la formazione rimaneggiata del gruppo si ritirò per qualche mese in una villa settecentesca totalmente abbandonata della provincia di Reggio Emilia, Villa Pirondini; portarono prima le strumentazioni, i mixer, i microfoni, affollarono le grandi sale della villa di cavi e strumenti musicali, e poi portarono letti, materassi, sacchi a pelo, fornelli, tavoli, per iniziare una convivenza che traspare dalle canzoni, dai testi e dai suoni che vennero registrati. Sfruttarono i riverberi delle grandi stanze, adibirono la cappelletta adiacente alla villa a studio di registrazione della batteria, registrarono anche i momenti di festa e di svago (Campestre I e II, tracce dell’album, restituiscono esattamente queste atmosfere).

Le tematiche in questo disco perdono gran parte del contenuto politico, l’influenza su alcuni dei pezzi viene chiaramente da oriente, da quel mondo pieno di storia e a metà tra due grandi culture -il cattolicesimo e l’islam- che ha ispirato alcune delle tracce dei CCCP negli ultimi dischi prodotti negli anni ‘80 (Inch’Allah – ça va, Palestina, Radio Kabul per citarne tre fra tante).
Ma cosa molto importante da tenere a mente quando si analizza questo album, è in tutti i sensi la svolta nell’idea musicale di Ferretti&Co. perchè, per com’è pensato e per com’è scritto, musicato, ideato, è il prodromo di quello che poi sono diventati i CSI (il Consorzio Suonatori Indipendenti, gruppo formato dalla stessa lineup che ha creato Epica Etica Etnica Pathos come CCCP e che ha continuato a scrivere dischi come un’unica entità fino all’inizio del nuovo millennio).

Anche il fatto che CCCP sia la sigla, tradotta, di Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, e CSI sia la sigla della Comunità degli Stati Indipendenti, cioè quello che venne dopo l’Unione Sovietica, non è stata una scelta casuale: Ferretti in più di un’intervista ha detto che la caduta del Muro di Berlino indicò la strada del cambiamento, segnò la fine di un’epoca sia per la loro vita che per la loro musica, essendo estremamente intrecciate l’una con l’altra.

Questo disco, insomma, compie trent’anni ma non è invecchiato: è distaccato dalla musica dell’epoca, se non per alcuni dettagli stilistici, ed è prodotto di un ascetismo, di un volontario distaccamento dalla vita quotidiana, che ha permesso al disco di essere una fotografia ben nitida, sviluppata lentamente, ancora vitale a distanza di tre decenni, di un certo mondo, di un modo di vivere, di una maturità acquisita tramite la sofferenza e l’isolamento.

Epica, Etica, Etnica, Pathos è l’araba fenice dell’arte di Ferretti: segnò la fine e l’inizio di una nuova storia. Una fine necessaria, sofferta, ma che creò un percorso musicale che nel corso degli anni ‘90 e dei decenni successivi venne seguito da tantissimi altri gruppi italiani. La visione di Ferretti, umile e senza scopo, per l’ennesima volta ha creato proseliti.