Lo storico Stefano Cammelli a Radio 5.9: “Problemi interni della Cina sono il sistema sanitario e un governo locale senza intermediazioni”


Nicola Pozzati, 11 giugno 2020 


Dopo l’emergenza coronavirus lo storico della Cina Stefano Cammelli ci aiuta a comprendere meglio la realtà e la cultura di questo grande Paese col quale, piaccia o no, l’Occidente dovrà sempre più confrontarsi

 

Stefano Cammelli è uno storico della Cina, dirige l’organizzazione di turismo culturale Viaggi di Cultura e ha scritto vari libri molto  importanti per chiunque voglia conoscere l’Oriente in modo più profondo di quanto non si possa fare attingendo dai media. Il mio primo incontro con Cammelli fu nel 2016 in occasione dell’uscita del libro “Storie di uomini e di fiumi. Lungo le rive del Fiume Azzurro cercando la Cina di ieri e di oggi” (Il Mulino) libro dove il lettore viene, letteralmente, catapultato in Cina, tra un passato troppo spesso ignorato ma ricchissimo di storie formidabili e un presente le cui tensioni, speranze e ambizioni, seppur proiettate nel futuro, sono figlie di una storia millenaria.

Mi illudevo, ingenuamente, di capire qualcosa di Cina per aver letto vari articoli sul tema e per aver trascorso qualche settimana a Shanghai; leggendo “Storie di uomini e di fiumi” capii invece che di Cina non sapevo nulla e che il mio approccio al tema era stato superficiale, seppur in buona fede. Pagina dopo pagina non potevo che restare affascinato dalla narrazione di Cammelli, articolata e ricca di informazioni ma, anche, forte di quel trasporto poetico che accompagna lo storico che, scrivendo, è consapevole d’essere non soltanto un narratore di storie e  documenti ma anche un alfiere al servizio di quelle verità, spesso imperscrutabili, che abitano il cuore degli uomini e che, proprio per questo, risultano così difficili da comprendere e trasmettere.

Perché ha iniziato ad occuparsi di Cina?

Sono uno storico di tradizioni popolari, ho fatto delle ricerche piuttosto importanti sul violino popolare, molti dei balli che oggi si trovano in giro sono stati registrati da me verso la metà degli anni ’70. Come storico, dall’analisi della società contadina emiliana sono passato alle rivolte contadine e, ovviamente, la Cina rappresenta la quintessenza su questo tema. Fu una gigantesca rivolta contadina a portare al potere il Partito Comunista e siccome mi stavo specializzando sul rapporto tra rivolta contadina e gestione politica della stessa per me l’operato del Partito Comunista diventava importantissimo. Ho quindi imparato il cinese cominciando a tradurre i documenti del Partito. Nel frattempo, in quel periodo, giravo per la Cina almeno tre o quattro volte all’anno per ragioni di lavoro e quindi si è unita una conoscenza geografica ad una conoscenza di studio che è poi sfociata in diversi libri pubblicati da Einaudi e da Il Mulino. Posso dire che la Cina sia stata il cuore della mia attività di studioso.

Parlando di rivolte contadine ci sono analogie tra quelle emiliane e quelle cinesi?

Pensi che sono stato chiamato da studiosi cinesi “il cinese che vive in Italia” e da studiosi italiani “l’italiano che vive in Cina”. Il mondo contadino è eccezionalmente omogeneo e, per quanto riguarda le dinamiche delle rivolte popolari, i comportamenti contadini, l’organizzazione degli scioperi, la solidarietà del villaggio, l’assistenza ai disoccupati, la creazione delle leghe, possiamo dire che cambino  alcune variabili ma una rivolta contadina cinese potrebbe essere tranquillamente uno sciopero di braccianti della Bassa emiliana, bolognese, modenese o ferrarese, senza sostanziali differenze.

Oggi la Cina è uno dei grandi temi: cos’è che non capiamo di questa Nazione?

Ci sono due livelli che non vanno confusi. Il primo riguarda lo scontro in atto tra Cina e Stati Uniti. Il secondo livello, quello a non esser stato compreso, una variabile del primo, riguarda il fatto che oggi il mondo va verso due grandi blocchi: quelli che dialogano con la Cina e quelli che dialogano con gli Stati Uniti, questo anche dal punto di vista imprenditoriale e finanziario. Questi due “emisferi” si stanno muovendo spostando le proprie pedine sullo scacchiere internazionale per attirare a sé alleati. In questo c’è chi ha interesse a disinformare con un atteggiamento pregiudizialmente negativo nei confronti della Cina perché si reputa, forse a ragion veduta, che il miglior collocamento dell’Italia debba essere nel campo occidentale con gli Stati Uniti. Una battaglia in cui le due parti non saranno mai d’accordo, come mettere due tifosi di squadre avversarie a discutere.

Dopodiché io non so dire cosa sia successo a Wuhan, lo sapremo forse tra molti anni quando saranno desecretati i documenti di questa crisi. Evidente che siamo di fronte ad un fatto eccezionalmente grave. Quando accaduto in altri Paese spiega molto circa le iniziali freddezze cinesi nel cercare di contrastare l’epidemia: ricordiamo che anche davanti a numeri di morti spaventosi e crescenti in Italia ci sono stati paesi europei, come la Francia, che hanno preso in giro e snobbato il nostro Paese per almeno tre settimane. Pensi che mio figlio vive a Parigi e sul suo luogo di lavoro il ritornello era “gli italiani pur di non lavorare si inventano anche i morti di raffreddore”.

Guardiamo al comportamento irresponsabile di inglesi, svedesi e americani, tre paesi poi finiti in cima alle classifiche per numero di morti rispetto al numero di contagi. Credo sia molto più grave la leggerezza di un Presidente degli Stati Uniti che sapeva benissimo cosa stesse accadendo in Italia e Spagna che non quella di chi si è trovato per primo a fronteggiare questa crisi. Oggi sulla base di queste considerazioni possiamo dire che il comportamento cinese sia stato, forse, più rispettoso dell’emergenza rispetto a quello tenuto da altri governi.

L’altro aspetto che si ignora è il fatto che c’è tutta una pubblicistica ben nota impegnata a descrivere la Cina come una superpotenza in grado di influenzare la nostra società: la Cina è anche questo ma, allo stesso tempo, è un paese con grandissimi problemi relativi ad ambiti messi in difficoltà proprio dal coronavirus: sistema sanitario e governo locale.

Spesso tra il malessere di un individuo e il ricovero in ospedale manca qualsiasi struttura intermedia, chi stava male in Cina poteva soltanto “tenere duro” il più possibile per poi andare in ospedale quando non ce la faceva più, infettando tutti se positivo al coronavirus. Avessero avuto strutture intermedie, come ad esempio accade in Emilia-Romagna, forse ci sarebbero stati meno problemi. Il governo locale invece è un altro dei problemi della Cina, nonostante gli sforzi fatti negli ultimi vent’anni. Tra il Sindaco di una città e i suoi amministrati non ci sono tutte quelle strutture, enti e associazioni che codificano e producono procedure. Nelle nostre città, qualunque cosa ci succeda, ci troviamo davanti ad un binario tracciato dalla pubblica amministrazione che ci indica cosa fare in caso di necessità. Questi protocolli in Cina non sono presenti e la macchina amministrativa non funziona in tal senso, un problema serio in una società moderna e complessa.

A Wuhan fu zittito il dottore che denunciava l’emergenza sanitaria perché c’era in preparazione una mega cena realizzata per battere il record mondiale del più alto numero di commensali in uno stesso tavolo: un’amministrazione che permette cose del genere appartiene a un’epoca del governo locale che definire naïf sarebbe riduttivo… se in Cina ci fosse stata un’amministrazione locale, comunale, provinciale o regionale come noi siamo abituati ad avere in Italia certe cose non sarebbero successe. In una città come Wuhan parliamo della gestione di milioni di persone ma tra governo locale e cittadini non c’è intermediazione.

La Cina non paga forse il mistero che, apparentemente, l’avvolge?

Forse, ma qui noi parliamo di chi fa informazione, parliamo dei media: chi si occupa di informare dovrebbe essere preparato e non schierato.

Come ci vedono i cinesi?

Temo di doverle dare una risposta deludente: i cinesi conoscono gli Stati Uniti, conoscono l’Inghilterra, i più raffinati la Francia ma, tranne per quei pochi che hanno studiato in Italia, dell’esistenza del nostro Paese non sanno nulla. Viaggiando in Cina continuamente  fermo le persone e quando dico che provengo dall’Italia vedo che esse mi guardano inconsapevoli, se avessi detto di venire da Marte la reazione sarebbe stata la stessa. Ora uno dei pochi nomi che comincia ad essere conosciuto, ma soltanto dai giovani nelle grandi città, è l’Inter, avendo una proprietà cinese.

Qualcuno conta su Marco Polo o Matteo Ricci…

No, per carità, per carità… sono due persone importanti la cui citazione da parte dei politici italiani è ormai andata oltre il patetico. Molti politici non sanno nulla della Cina e meno sanno di questo Paese più cominciano a parlare di Marco Polo, Matteo Ricci, il dragone, l’Impero del Drago e così via: frasi fatte che coprono un vuoto profondo!

Con Viaggi di Cultura stata portando avanti importanti momenti formativi sulla Cina e non solo: da cosa nasce questa esigenza?

Viaggi di Cultura sta lavorando molto in questo senso. Abbiamo realizzato corsi sulla Cina contemporanea, sull’Armenia, sulle culture precolombiane e sull’Afghanistan, in quest’ultimo caso attraverso le parole di Marco Guidi, corrispondente di guerra a Kabul per tanti anni. Pur nel rispetto delle competenze devo dire che la componente tecnica negli studi ha avuto il sopravvento in modo eccessivo. Spesso siamo circondati da linguisti che parlano molto bene il cinese, economisti che sanno tutto dell’economia della Cina, giuristi che sono in grado di formulare la traduzione giusta di una legge cinese in modo che un imprenditore italiano sappia orientarsi, ma è crollata a livelli preoccupanti la conoscenza della storia e della cultura cinese.

La tecnica e l’economia sono comunque frutto dell’uomo, bisognerebbe quindi conoscere gli aspetti storici e culturali a prescindere poi da ciò in cui ci si specializza…

Perlomeno alcuni elementi molto importanti, uno non può andare in Cina ad aprire un’azienda senza sapere cosa sia il governo locale cinese, sarebbe quasi un suicidio. Ci sono centinaia di imprenditori, saldamente ancorati ad un concetto culturalmente molto discutibile, che affermano come, per usare una metafora, le scarpe “sono fatte tutte nello stesso modo”: quindi per loro ha poca importanza che il tecnico che si trovano di fronte sia cinese, persiano o argentino…

Come Viaggi di Cultura ci siamo mobilitati per dare il nostro contributo: ma è una gara contro un mostro a nove teste. Gli insegnamenti di storia della Cina, se lei guarda nelle università italiane, sono mascherati in corsi di storia e cultura nella Cina che spesso fanno in realtà lingua. Quando cominciai ad occuparmi di Oriente ero circondato di persone esperte di Cina che non sapevano una parola di cinese, cosa che produceva idee sulla Cina veramente rudimentali e in alcuni casi, come l’innamoramento per la rivoluzione culturale, quasi risibili. Ora incontro persone che parlano il cinese mille volte meglio di me ma, allo stesso tempo, non sarebbero in grado di distinguere la data della fine della Rivoluzione cinese da altri avvenimenti, non saprebbero computare un compitino di duemila battute su cosa siano stati Mao Zedong o Zhou Enlai: con Viaggi di Cultura ci siamo attivati proprio per cercare di colmare questo vuoto.