MUSIC TASTE – Paolo Conte: arte di provincia, poesia del quotidiano

In occasione dell’uscita del documentario (presentato a Venezia) sulla vita e le opere di Paolo Conte, una piccola esegesi di uno degli artisti italiani più importanti degli ultimi decenni

Capire Paolo Conte, nonostante l’età e nonostante la lontananza nello stile e nei modi alla nostra epoca, è piuttosto facile per noi che abbiamo un dono particolare: aver vissuto la provincia, e averla potuta anche vedere da fuori, a distanza, per capirla ed apprezzarla ancora meglio.

C’è prima di tutto da analizzare una cosa, dell’arte espressa da Paolo Conte: è assolutamente demodè, fuori dai canoni estetici e stilistici della musica attuale. Questa, però, invece che essere una questione a sfavore, riesce ad essere una freccia al suo arco per un semplice fatto: non recita, e non fa finta di essere una persona diversa da quella che è. Paolo Conte non si ispira ad epoche lontane – quelle dei cabaret francesi, dei cantautori italiani del dopoguerra, dei cantanti francesi come Charles Aznavour. Lui è così. Esprime sè stesso attraverso i suoi pezzi, le sue opere d’arte e i suoi dipinti (sì, è anche un pittore) in un modo che gli appartiene, disinteressandosi di quello che è “di moda”.

Paolo Conte non nasce musicista, nè pittore: lui è un avvocato, nato e cresciuto ad Asti. Provincia piemontese, cupa nei modi e nelle espressioni artistiche. Come ricorda lui stesso nel documentario appena uscito nelle sale cinematografiche italiane (ci torneremo fra poco), Asti è una città che artisticamente ha espresso solo autori di drammi. Nessuna commedia, nessuna opera musicale allegra: se il riflesso di un popolo sta proprio nelle opere d’arte, Asti si conferma una città arida di sentimenti.

E lui stesso non è un chiacchierone, non si è mai esposto oltre quello che ha voluto esporre. Mai una parola fuori posto, un parere non richiesto, una storia di gossip. Arte, in musica e in pittura, e ben poco di più. L’espressione di sè passa attraverso le sue opere, e nient’altro.

Dicevamo del documentario: prodotto in collaborazione con Rai Cinema, è stato presentato fuori concorso all’ultima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia ed è stato apprezzato moltissimo dalla critica e dal pubblico. Il regista, il napoletano Giorgio Verdelli, è stato già autore di altri documentari dedicati a grandi musicisti del passato e del presente (come Mia Martini, Vasco Rossi, Ligabue e Pino Daniele, per citarne alcuni), e si vede il tocco napoletano del regista, con continui riferimenti alla sua città e alla cultura partenopea.

Quello che è importante è che dal documentario traspare l’estremo rispetto che Verdelli ha per Paolo Conte: attraverso un’attenta scelta, e nella scelta c’è anche ovviamente uno scarto di alcuni grandissimi pezzi, l’autore propone al pubblico le migliori canzoni di Conte, con alcune scelte suggestive di montaggio. Per esempio, l’accostamento tra le esibizioni dal vivo dello stesso brano a distanza di decenni, e in contesti diversi (da Amsterdam e da Parigi alle Terme di Caracalla e a Napoli appunto) rende l’idea di quanto sia cambiata la persona, l’interpretazione, ma non lo stile. L’età non ha tolto niente allo stile, alla messa in scena dell’arte dell’Avvocato, che se anche ha perso un po’ di forza, di brillantezza nei movimenti, ha mantenuto gli stessi accenni, le stesse sfumature, la stessa capacità espressiva.

Ecco, una delle grandezze di un personaggio così è la capacità espressiva, in particolare dei suoi testi che risultano come dei grandi acquerelli, dei dipinti di alcune piccole storie di provincia. Non tanto la potenza, quanto la delicatezza e la precisione, le sinestesie, le suggestioni che impreziosiscono l’opera di Paolo Conte. Con melodie che non hanno nulla del cantautorato italiano.

E proprio le melodie, i preziosismi rubati alla musica d’oltreoceano, al jazz degli anni ’30 e ’40, misti in alcuni album alla musica leggera (viene da citare “Gli Impermeabili”, un superbo ritratto fatto di poche pennellate riguardo una giornata normale in provincia, che musicalmente è un chiaro misto tra un pianoforte con connotazioni jazz e ritmi più scanditi, definibili moderni) hanno reso Paolo Conte grande ancora più all’estero che in Italia. C’è questo aneddoto fantastico che riguarda la canzone “Max”, tratta dall’album Aguaplano: la sua pubblicazione, ed enorme successo, in Olanda ha portato ad un boom di figli battezzati con il nome Max, negli anni tra la pubblicazione (è del 1987) e gli anni successivi.

Nel documentario, un produttore francese intervistato ha dichiarato che Paolo Conte, sebbene nessuno lo capisse a causa della barriera linguistica, tutti gli ascoltatori potevano sentirlo e farlo proprio. La Francia, il Benelux, la Germania sono rimasti affascinati dalla musica di un italiano che di italiano, musicalmente parlando, ha ben poco.

C’è poco da dire, in chiusura, se non una piccola analisi personale: Paolo Conte è la dimostrazione che quando si è coerenti, onesti e tecnicamente impeccabili, oltre che sensibili e vicini agli ascoltatori più disparati, non si può che avere successo. Un successo assolutamente fuori dal tempo, dallo stile e dalle mode del momento: la sua musica è destinata a fare ancora tantissima strada.

 

P.s.: per i neofiti o chi vuole provare ad ascoltare qualcosa, consiglio vivamente “Sparring Partner”, “Aguaplano”, “Gli Impermeabili”, oltre alla sempiterna “Via con me”.