Caffè Lungo: Apocalypse? Now!

Io ho visto degli orrori, orrori che ha visto anche lei. Ma non ha il diritto di chiamarmi assassino. Ha il diritto di uccidermi, ma non ha il diritto di giudicarmi. È impossibile trovare le parole per descrivere ciò che è necessario a coloro che non sanno ciò che significa l’orrore. L’orrore ha un volto”. Inizia così il monologo di un monumentale Marlon Brando nei panni del Colonnello Kurtz in “Apocalypse Now”, e non c’è verità più assoluta: l’orrore ha un volto.

Il volto del capodoglio rosa spiaggiato in Sicilia e con lo stomaco pieno di plastica. Il volto di poco meno di un milione di scarpe e centinaia di migliaia di spazzolini trovati tra i 414 milioni (avete una vaga idea di quanti siano? Io no) di rifiuti di plastica accumulati dalla corrente sulle sponde delle isole Cocos, nell’Oceano Indiano. Il volto di chi guarda il dito senza vedere la luna, negando la lenta autodistruzione che stiamo infliggendo a noi stessi, avvelenando il nostro pianeta.

A differenza del Colonnello Kurtz, rischiamo di avere il diritto di chiamarci assassini l’un l’altro: non esiste un altro termine per definire il genere umano in questo momento. Assassini di noi stessi e del nostro pianeta, creatori di barriere coralline fatte di pneumatici, devoti ad un consumismo autolesionista che rischiamo di riconoscere solo una volta superata la deadline. Ma non è ancora troppo tardi. Perciò, col rischio di essere ripetitivo, lo ribadisco: invertiamo la rotta, finchè siamo in tempo, rispettiamo il nostro mondo, rispettando di conseguenza noi stessi.

Cambiare le nostre abitudini è sicuramente molto meglio che spargere la nostra merda (sì, ho detto proprio merda, non sono poi così politically correct come può sembrare) in ogni angolo del globo. Abbiamo due scelte: o ripartire su nuovi binari o continuare lungo il solco tracciato, sibilando lentamente, come Kurtz, “L’orrore…l’orrore”; a noi la scelta.  Federico Bonati