Hinchada Diferente – José Luis Chilavert (prima parte): la genesi del portiere paraguayo che faceva tremare… i portieri

Autore: Santiago Roque Favilla

Negli anni Novanta in Argentina gli allenatori dicevano ai difensori di stare attenti e di non fare falli al limite dell’area perché c’era un portiere che batteva le punizioni. E spesso Chilavert le segnava. Ma come ha preso il via la sua carriera da arquero goleador?

È raro al giorno d’oggi trovare un portiere che abbia così tanta influenza sul rivale. Sicuramente spiccano le qualità del mestiere come la sicurezza e la leadership trasmessi alla difesa, i riflessi veloci, le uscite alte o basse e, come va di moda negli ultimi anni, l’impostazione dal fondo coi piedi con i rischi che può comportare (per esempio basta vedere Caballero contro Rebic in Croazia-Argentina 3-0 nel Mondiale 2018, oppure il colombiano Ospina contro Immobile in Lazio-Napoli 1-0 dell’ultima stagione di Serie A).
José Luis Chilavert nell’arco della sua carriera, iniziata a 15 anni in Paraguay con lo Sportivo Luqueño e finita nel 2004 al Vélez in Argentina, aveva tutto questo e un qualcosa in più: terrorizzava l’avversario non solo per l’altezza (1,88 cm) e per la sua personalissima concezione di prestanza fisica (“Oggi peso 125 chili e quando giocavo pesavo 100. Da calciatore non ho mai voluto fare il fotomodello e dopo il ritiro cerco di godere la vita”), ma anche e soprattutto perché poteva risolvere una partita segnando su calcio di punizione o su rigore. E quel plus lo ha trasformato in uno dei numeri uno più iconici di sempre.

Forse nessun club e nessuna Nazionale sono stati così fortemente identificati con un portiere. Sentire parlare Chilavert, 55 anni e nato a Luque il 27 luglio 1965, grazie alle varie interviste presenti su internet fa capire che la fiducia in sé stessi non è mai abbastanza. Bisogna credere sempre nel proprio potenziale anche quando non sembrano esserci possibilità. Luis da piccolo però gioca in attacco: è una punta come lo era il padre Catalino. L’amore per la porta nasce nel 1979.

Prima di una tipica partita tra scapoli e ammogliati, mio fratello maggiore Júlio César mi dice ‘Vai in porta perché gli ammogliati sono tutti grossi e potrebbero romperti una gamba’. Dopo 2-3 tuffi per terra mi piacque stare tra i pali. Al poco tempo andai a fare un provino nell’Olimpia, che aveva appena vinto Copa Libertadores e Coppa Intercontinentale. Avevo 13 anni, toccai due palloni in quindici minuti e alla fine l’allenatore, un uruguaiano che collaborava con Luis Cubilla (mister dell’Olimpia, n.d.r.), mi chiamò e mi disse ‘Chilavert, ti chiedo per favore di non venire mai più. Qui di ragazzi come te ne ho mille, quindi non farmi perdere tempo’. Nel 2003 ero andato in Uruguay per giocare nel Peñarol e all’aeroporto Carrasco di Montevideo mi raccolse un taxi che doveva portarmi in ritiro. Il tassista mi guardò e mi chiede se mi ricordavo di lui. Lo guardai meglio e gli dissi ‘Sì, è impossibile dimenticare. Lei con me ha avuto una grande visione: mi diceva che ero un disastro, ora lei è un tassista e io continuo a giocare a calcio’”.

I trofei vinti e i riconoscimenti individuali parlano da soli e sono inconfutabili. Secondo l’IFFHS Chila è il secondo portiere sudamericano più forte del XX secolo dopo l’argentino Amedeo Carrizo (leggenda del River Plate dal 1945 al 1968 e morto il 20 marzo 2020 a 94 anni) e il sesto più forte di sempre (primo sudamericano alle spalle del sovietico Yashin, dell’inglese Banks, del nostro Zoff, del tedesco Maier e dello spagnolo Zamora). Ma essere il migliore portiere del mondo nel 1995, nel 1997 e nel 1998 vale tutto.

La Federazione di storia e statistiche del calcio (nota anche come IFFHS, n.d.r.) mi ha scelto per tre volte come miglior portiere del mondo. Sono l’unico sudamericano ad avere questi titoli. Direi che alla lontana non ci sono paragoni che tengano. Io mi considero tra i migliori cinque portieri della storia del calcio. Lo disse anche Bianchi (allenatore del Vélez, n.d.r.) che però mi mentì: per lui ero uno dei migliori cinque, ma non voleva dirmi che ero il numero uno perché dovevo lavorare e sacrificarmi di più invece di essere appagato e conforme”.

Le statistiche servono anche per essere aggiornate: nel 2019 Alisson, brasiliano fresco campione di tutto con il Liverpool (tornato champion of England dopo ben 30 anni di digiuno), è stato eletto miglior portiere del mondo e ora è il secondo sudamericano a raggiungere questo traguardo.

Attualmente il migliore portiere per me è Ter Stegen. Secondo Alisson e terzo metterei Keylor Navas”.

L’idolo di Chilavert era Dino Zoff. L’aveva apprezzato nei Mondiali del 1978 e del 1982, quest’ultimo chiuso dall’Italia con la coppa alzata al cielo di Madrid dal suo 40enne portiere e capitano. Il primo incontro di persona fu come un passaggio di consegne.

Quando vinsi il primo premio come miglior portiere del mondo Zoff mi diede il riconoscimento, ci siamo abbracciati e mi disse ‘Sei il migliore di tutti’. Io risposi ‘Lei è il mio maestro. Grazie a lei sono arrivato così lontano’, ma lui disse ‘Ai miei tempi i portieri non potevano nemmeno uscire dall’area di rigore. Tu invece sei riuscito a fare una cosa molto importante: oggi i portieri possono uscire dall’area e calciare punizioni o rigori come te. Questa è l’eredità che lasci al mondo del calcio. Per questo sei il migliore’”.

Un altro portiere importante, soprattutto per sviluppare il carattere, fu il tedesco Harald Schumacher, vice-campione del mondo con la Germania nel 1982 e nel 1986.

Da Schumacher ho preso la personalità, l’aggressività e il comandare la difesa urlando a squarciagola. Credo di essere stato un mix tra lui e Zoff, il quale era sempre ben posizionato e volava solo in situazioni estreme. Lui diceva che quando un portiere vola è già al limite. In più aver fatto da piccolo l’attaccante mi ha dato la possibilità di saper giocare coi piedi”.

Una volta abbandonato il numero 9, i primi anni da portiere professionista li vive in Paraguay con le maglie dello Sportivo Luqueño, squadra della sua città e del cuore dove esordì a solo 15 anni (1980-1983), e del Guaraní con cui nel 1984 vinse il campionato, mancante nel palmarès dal 1969.

Quando mi provai nello Sportivo Luqueño mi chiesero quale era il mio ruolo. Nell’Olimpia mi dissero che ero un disastro da attaccante, quindi risposi ‘Portiere’. Dopo un solo anno nelle Giovanili debuttai quindicenne da professionista contro il Sol de América”.

Nel 1985 Chilavert va in Argentina al San Lorenzo e la sua vita comincia a cambiare.

Un giorno il mister Juan Carlos Lorenzo mi disse ‘Guarda paraguayo, tu mi faciliterai il lavoro. Abbiamo un problema nel superare la metà campo quindi, con il piede e il calcio lungo e potente che hai, ti metterò davanti un attaccante in posizione da pivot e tu dovrai puntare sempre lui’”.

L’esigenza prettamente tattica del Toto Lorenzo (allenatore dell’Argentina nel Mondiale del 1966 e, tra i vari club, di Atletico Madrid, Lazio e Roma) frutterà a Chilavert ghiotte punizioni e rigori negli anni a venire. La personalità straripante e la voglia di calciare qualche punizione durante le partite di Primera Division non gli mancano, ma la mira del suo piede sinistro non c’è. Sarà questione di poco tempo.

Nel 1987, sempre nel San Lorenzo, arrivò un allenatore jugoslavo, Bora Milutinovic. Alla fine degli allenamenti scommettevamo una Coca-Cola se riuscivo a fare gol su punizione. Allora vinceva sempre Bora. Lui mi insegnò a calciare la palla e a farmi coraggio per prendermi questa responsabilità”.

Bora (vero nome Velibor) Milutinovic, che ha guidato cinque Nazionali diverse in cinque mondiali diversi (Messico nel 1986, Costa Rica nel 1990, Stati Uniti nel 1994, Nigeria nel 1998 e Cina nel 2002), si tolse il gusto di battere per 2-1 il Boca Juniors alla Bombonera e, come se non ci fosse niente di meglio nella vita, lasciò clamorosamente il San Lorenzo in testa alla classifica dopo solo 8 partite con un bottino di 4 vittorie e 4 pareggi (andrà all’Udinese in Serie B e verrà esonerato dopo nove gare). Ma da lì in poi, da una scommessa fatta per gioco, Chilavert si allenerà maggiormente sui calci di punizione e sui rigori.

Dal 1988 al 1991 vive la sua prima parentesi europea nel Real Zaragoza e in questo periodo inaugura la sua vena realizzativa. Il 27 agosto 1989 Chilavert festeggia due volte: il debutto nella porta del Paraguay in una gara valida per le Qualificazioni al Mondiale di Italia 1990 e il battesimo del gol. Nei minuti di recupero segna dal dischetto il 2-1 definitivo contro la Colombia, superando in questo surreale duello un altro arquero loco come René Higuita, il quale dal 9 dicembre 1987 aveva nel curriculum 22 rigori trasformati (21 con l’Atletico Nacional e 1 con la Nazionale alla Finlandia).
Il 28 gennaio 1990 arriva la sua prima rete con una squadra di club. Il 2-0 su rigore all’88’ mette un’ipoteca sulla vittoria del Zaragoza contro la Real Sociedad. Dopo meno di un minuto l’arbitro fischia la ripresa del gioco e Jon Andoni Goikoetxea dal punto di centrocampo calcia direttamente in porta mentre Chila, girato di spalle, sta rientrando e raccoglie gli applausi dei suoi tifosi spagnoli. Il futuro centrocampista del Barcellona di Cruijff trova così un gol pazzesco che servirà solo a infiammare il finale. Questa scena da film fantozziano non avrà repliche in futuro, ma per rivedere Chilavert sul tabellino dei marcatori bisognerà aspettare il 1993, due anni dopo il ritorno in Argentina tra le fila del Vélez.