Cristiani e perseguitati – Congo e Rwanda: fermiamo la “guerra dei minerali”

Scritto da il 7 Aprile 2024

Centrafrica, per onorare la memoria del terribile genocidio in Rwanda, ascoltiamo il grido di Papa Francesco e fermiamo la “guerra dei minerali” in Congo

 

Manifestazione per il Congo Rdc Roma 6 aprile 2024 (foto Elisa Gestri – Radio 5.9)

 

Cristiani e perseguitati – Il piccolo Rwanda, attuali circa 12 milioni di abitanti, fa parte assieme ai vicini Repubblica democratica del Congo, Uganda, Burundi, Tanzania e Kenia della regione dei Grandi Laghi, al centro-est dell’Africa.

Nel gioco delle potenze coloniali Occidentali, da sempre attirate dal sottosuolo ricco di minerali preziosi della regione, il Rwanda toccò in sorte alla Germania e, dal 1916, al Belgio. Al loro arrivo, i belgi vennero in contatto con le popolazioni autoctone, hutu e tutsi; ritenendo questi ultimi etnicamente superiori li cooptarono nell’amministrazione del Paese, mentre lasciarono ai margini la maggioranza hutu.

Da questa convinzione priva di fondamento, dettata dalle teorie razziali in voga all’epoca, scaturì molti anni dopo ciò che è tristemente noto come il genocidio del Rwanda.

 

Storie di ordinaria persecuzione

Gerard aveva nove anni nella primavera del 1994 quando fu trovato gravemente ferito tra i cadaveri di una fossa comune a Kigali, Rwanda, e trasportato d’urgenza in Italia dalla Croce Rossa.

Di padre tutsi e madre hutu, inghiottiti entrambi dalla spirale di violenza che sconvolse il Paese durante cento lunghissimi giorni, Gerard porta ancora addosso i segni indelebili di quella violenza.

Françoise è nata in Burundi da genitori rwandesi di etnia tutsi, che nel 1959 fuggirono dalle persecuzioni in atto nel loro Paese. In quell’anno i belgi, lasciando la di lì a poco ex colonia, cedettero il governo alla maggioranza Hutu, alimentandone l’odio contro i tutsi che fino a quel momento avevano ricoperto, con il placet dei colonizzatori, le maggiori cariche del Rwanda.

Quando nel 1990 i tutsi in esilio formarono il Fronte Patriottico Rwandese e rientrarono in Rwanda per riprendersi il governo, Françoise si mise a disposizione della causa. Giovanissima e mingherlina, le fu preferito il fratello, che per quattro anni combatté sulle montagne per poi raggiungerla in Italia, dove frattanto si era trasferita.

Il genocidio del Rwanda, lugubre epilogo della guerra civile, iniziò il 7 aprile del 1994; il giorno prima il Presidente  hutu Juvénal Habyarimana era stato abbattuto con il suo aereo sopra la capitale Kigali, proprio al ritorno da un tavolo di pacificazione con il Fronte Patriottico Rwandese.

Con questo pretesto le milizie hutu uccisero sistematicamente poco meno di un milione di persone, tra tutsi e  hutu che non si vollero rendere complici degli omicidi, a colpi di mazza e machete.

L’allora comandante della missione ONU di peacekeeping, il canadese Roméo Dallaire, tentò invano di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulla gravità di ciò che stava accadendo. A metà del luglio seguente il Fronte Patriottico Rwandese riuscì a mettere fine allo sterminio e a prendere il governo del Paese; Paul Kagame, uno dei fondatori del gruppo, è tuttora Presidente della Repubblica del Rwanda.

Gerard e Françoise  sono due sopravvissuti che sono riusciti a venire a patti con il loro passato. Françoise ha fondato un’associazione di rwandesi in Italia, Bene Rwanda, dedita alla condivisione della memoria e a progetti di sostegno all’infanzia e alle famiglie rwandesi colpite dalla malnutrizione.

Nonostante lo sviluppo socio-economico degli ultimi anni – spiega – in Rwanda più del trenta per cento dei bambini sotto i 5 anni soffrono tuttora di malnutrizione cronica, secondo una statistica del 2020. Il governo ha avviato interventi a sostegno dell’alimentazione di gruppi vulnerabili: bambini, in particolare orfani, donne in gravidanza e in allattamento. La nostra associazione affianca le autorità in questo progetto“.

Gerard ha trovato nella famiglia adottiva italiana un nuovo nucleo di affetti e di appartenenza, senza rinunciare alla sua appartenenza rwandese. “In ogni caso, non potrei – riflette con un sorriso pieno di ironia – Il mio corpo stesso denuncia i colpi del machete, è testimone del genocidio“.

Anche nei tratti somatici Gerard testimonia la storia del Rwanda:  ha preso dal papà tutsi il fisico longilineo, ma il volto, dice sorridendo, ha il naso largo e schiacciato degli hutu. “Fino alla colonizzazione belga i matrimoni tra tutsi e hutu erano all’ordine del giorno in Rwanda. C’è sempre stata una rivalità di tipo diciamo politico, ma nessuno si sarebbe mai sognato di prendere le armi contro il proprio vicino, il proprio parente, o addirittura contro il proprio marito o la propria moglie“.

E invece fu proprio quello che accadde in quei terribili mesi del 1994, quando la popolazione hutu fu messa davanti ad una scelta: uccidere, o quantomeno denunciare, o morire. Per pudore, Gerard declina l’invito a farsi fotografare: non ha ancora un buon rapporto con il suo aspetto, dice con un sorriso, e forse questo è un ulteriore lavoro di pacificazione che lo attende.

E a trent’anni da quei tragici fatti, come sta il Rwanda? Cosa è cambiato? “Per i  nuovi rwandesi, i giovani nati dopo il genocidio, non conta più essere tutsi o hutu“, spiega Françoise. Alla domanda, rispondono semplicemente «sono rwandese».

Il governo ha investito molto nella creazione di una identità nazionale che vada oltre le appartenenze di etnia, clan o tribù. Molto è stato fatto anche in ordine alla pacificazione del Paese, concedendo il perdono a chi si è dichiarato colpevole e pentito di avere ucciso, perché costretto a farlo a costo della sua stessa vita.

Kagame ha dato anche impulso allo sviluppo economico del Paese, in particolare all’industria estrattiva e al turismo, stringendo accordi internazionali importanti.

 

Unione Europea e Rwanda 

In effetti, il 19 febbraio scorso l’Unione europea ha firmato un protocollo d’intesa con il Rwanda per la fornitura sostenibile di materie prime critiche, cioè quei materiali il cui approvvigionamento potrebbe essere a rischio ma che sono “essenziali per la duplice transizione economica verde e digitale”.

Si tratta del coltan e dei metalli in esso contenuti, il niobio e il tantalio, di oro, cobalto, stagno, tungsteno, oro, litio, diamanti. Un mercato immensamente redditizio (si pensi che i diamanti impiegati in questo campo valgono molto di più che nel tradizionale settore della gioielleria) “garantito dallo stato di diritto presente in Rwanda e da un ambiente favorevole agli investimenti. Nel Paese esiste già una raffineria d’oro e presto sarà operativa una raffineria di tantalio; in Rwanda si trova inoltre l’unica fonderia di stagno attiva in Africa”, precisa l’UE.

All’indomani dell’accordo, la Repubblica democratica del Congo  ha protestato violentemente a Bruxelles e a Ginevra rivendicando la proprietà delle  materie prime ed accusando il governo rwandese di appropriarsene, prelevandole dalla regione orientale del Paese grazie a milizie armate finanziate da Kigali e trasportandole in Rwanda attraverso il vicino confine.

Inoltre, le istituzioni e la popolazione congolese denunciano le violenze e i massacri che da un trentennio “le milizie pagate dal Rwanda” commettono nell’Est del Congo e che hanno causato diversi milioni di morti, tanto che alcune fonti parlano di “genocidio congolese”.  Com’è facile supporre, anche queste violenze traggono origine dai tragici fatti del 1994 e dalle loro ricadute sui Paesi circostanti.

Con la fine della guerra civile e la vittoria da parte del  Fronte patriottico  in Rwanda, circa due milioni di hutu fuggirono nei Paesi vicini, e in particolare nell’Est della Repubblica Democratica del Congo, che era stato diviso artificialmente dal Rwanda durante la spartizione dell’Africa tra le potenze coloniali  conseguente al Congresso di Berlino del 1885.

In questa regione di confine, chiamata Nord e Sud Kivu e caratterizzata dalla presenza del lago Kivu, ricco di gas naturali, e da abbondantissimi giacimenti di minerali e metalli, si parlava e si parla tuttora rwandese e sono storicamente attestate popolazioni della minoranza tutsi. Dopo il 1994, tra i rifugiati hutu e le popolazioni tutsi ormai congolesi da più di un secolo rifiorì l’odio razziale e sorsero sul territorio del Congo milizie armate dall’una e dall’altra parte.

Tra le principali, il movimento m23, o Congolese Revolutionary Army, composto da tutsi congolesi  ribellatosi all’esercito regolare del Congo, ed il  gruppo di ribelli hutu rwandesi FdplR “Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda”.

Gli scontri tra queste ed altre decine di milizie, l’esercito regolare congolese e quelli dei Paesi confinanti hanno dato origine alle cosiddette due guerre del Congo, in cui odio etnico e forti interessi economici si sono strettamente intrecciati, causando milioni di morti e di sfollati.

Dopo un periodo di relativa quiete, la tensione tra Rdc e Rwanda è tornata a salire negli ultimi due anni, fino ad una decisa escalation nei primi mesi del 2024.

 

La mobilitazione panafricana contro il genocidio in Congo RDC e contro l’imperialismo in Africa

 

Manifestazione per il Congo Rdc Roma 6 aprile 2024 (foto Elisa Gestri – Radio 5.9)

 

 

Il 6 aprile a Roma, ed in contemporanea a Milano, Londra, Parigi, Ginevra e Bruxelles, associazioni e gruppi di attivisti africani hanno organizzato una “mobilitazione panafricana contro il genocidio in Congo RDC e contro l’imperialismo in Africa“, in concomitanza con il trentennale del genocidio rwandese.

Gli M23 dicono di proteggere i tutsi congolesi, ma vogliono solo rubare le nostre risorse“, dice Jacques (nome di fantasia), dottorando in scienze sociali in Italia da molti anni, mentre il suo amico Samba parla al microfono ai convenuti. “Le etnie tutsi e hutu sono rwandesi, non appartengono al Congo“.

Qual’è allora la componente etnica prevalente nella RdC?

Siamo tutti congolesi discendenti da varie tribù, che a loro volta sono raggruppate in clan. Abbiamo accolto gli hutu in fuga dal Rwanda, così come abbiamo accolto anche tanti tutsi. La mia famiglia stessa ha accolto una famiglia di huti in fuga, ma queste questioni etniche non ci riguardano”.

E le tribù tutsi che parlano rwandese rimaste in Congo dopo la divisione dei due Paesi?

Un mito. Quelle tribù, come i Banyamulenge ad esempio, sono in realtà cittadini rwandesi mandati da Kigali ad appropriarsi, prima che delle nostre ricchezze, del nostro territorio. È una vergogna che la Comunità Internazionale per i propri interessi economici permetta questo scempio, e che il genocidio dei Congolesi accada nel silenzio generale di tutti“.

Sì, ma chi fa il genocidio? Chi mette le mani sul Congo?

Il Rwanda, con la complicità dell’Europa e degli Stati Uniti – afferma Jacques senza esitazioni – In Rwanda non ci sono minerali, e quelli che i rwandesi vendono a caro prezzo alle potenze occidentali, al Kazakistan, alla Cina li rubano al Congo, minacciando e sfruttando i minatori per meno di due dollari al giorno e massacrando, torturando e stuprando chiunque intralci il loro cammino. Perché pensa che Goma, la capitale della regione del Nord Kivu, viene chiamata “città dello stupro”? Sa che l’80% del coltan che serve per le energie rinnovabili viene estratto illegalmente nella parte orientale del Congo? Io sono a favore dell’ecologia, ma il rispetto dell’ecosistema parte dal rispetto dell’essere umano:  in Congo muoiono migliaia di uomini, donne e bambini nelle miniere illegali, dove le norme di sicurezza sono inesistenti e il contatto con gli elementi radioattivi provoca terribili malattie“.

Siamo d’accordo, ma possibile che il governo congolese assista impotente alla spoliazione del suo Paese e allo sterminio del suo popolo?

Indubbiamente il governo del Congo ha una parte di responsabilità  e si rende purtroppo complice di queste ruberie. Con manifestazioni come questa, fuori e dentro al Paese, stiamo infatti cercando di sensibilizzare i congolesi a risvegliarsi, a rimboccarsi le maniche ed opporsi alla corruzione. Ma che le nostre risorse passino dal Congo al Rwanda è un fatto: la strada che attraversa il confine è piena di camion carichi di materiali che viaggiano  in direzione Kigali“.

 

La comunità cattolica congolese di Roma in piazza per la pace 

 

La comunità congolese in Piazza San Pietro durante la preghiera dell’Angelus (Foto Missionari della Consolata – Jaime C. Patias)

 

Anche la comunità cattolica congolese di Roma si è mossa per chiedere la fine dei massacri e la pace in Repubblica democratica del Congo. Il 10 marzo scorso
sacerdoti, religiose e laici, dopo aver celebrato la Santa Messa sono partiti dalla chiesa della Natività di Gesù, luogo di elezione della comunità, per raggiungere a piedi la vicina Piazza San Pietro ed assistere all’Angelus di papa Francesco.

Lungo il percorso hanno camminato pacificamente sensibilizzando passanti e turisti sulla “guerra dei minerali” in atto in Congo e pregando per la pacificazione di un Paese che, al pari del Rwanda, ha sofferto troppo.

Quello che sta succedendo in Congo è grave. Tutti sono complici, tutti hanno interessi ed investimenti in Congo”, spiega padre Roger Balowe Tshimanga, cappellano della comunità congolese. “Come ha detto bene Papa Francesco nella sua visita in Congo dell’anno scorso, «Giù le mani dalla Repubblica Democratica del Congo!». Il conflitto in atto rischia di diventare più grave della seconda guerra mondiale, ma nessuno ne parla. Allora siamo noi congolesi a dover difendere il nostro Paese. Se il mondo non parla, noi stessi dobbiamo parlare ed è quello che abbiamo fatto il 10 marzo scorso andando a San Pietro”.

Dopo l’Angelus, il Papa ha salutato “con affetto” la comunità congolese di Roma, invitando a pregare “per la pace in questo Paese africano come pure nella martoriata Ucraina e in Terra Santa”, ricordando le “immani sofferenze della popolazione civile”.

 

Il Congo e la maledizione delle materie prime

 

Accuse al Rwanda manifestazione Congo RDC Roma 6 aprile 2024 (foto Elisa Gestri – Radio 5.9)

 

La Repubblica democratica del Congo è probabilmente il paese africano più ricco di materie prime, eppure la sua popolazione di circa 110 milioni di abitanti su un territorio secondo in tutta l’Africa solo all’Algeria è tra le dieci più povere al mondo.

Le sue risorse sono contese da tutti i continenti, ed il suo governo è corrotto a tutti i livelli. Che la popolazione tutsi in Congo sia oppressa fino al linciaggio è un fatto acclarato, così come l’appoggio, anche finanziario, della stessa da parte del Rwanda.

Oltre al resto, nell’est del Paese uomini, donne e bambini cadono spesso vittime del traffico di esseri umani, costretti al lavoro, alla guerra e alla prostituzione  da gruppi armati di ogni etnia e forze governative fuori controllo. La regione ha inoltre subito notevoli danni ambientali dovuti all’estrazione massiva dei minerali.

La capitale del Congo, Kinshasa, dista da Goma, al confine col Rwanda, 2500 km: non stupisce che la regione del Kivu sia difficile da gestire e controllare.

Di fatto, Kinshasa accusa Kigali di sostenere il gruppo M23, mentre il Presidente rwandese Kagame nega l’appoggio al movimento e accusa il governo Congolese di sostenere le Forze democratiche per la liberazione del Rwanda. Frattanto, i massacri non si fermano.

In una recente seduta del Consiglio di sicurezza dell’Onu Huang Xia, inviato speciale per la regione dei Grandi Laghi, ha rilevato la preoccupante escalation tra i due Paesi, che non cessano di  “rinforzare le proprie posizioni al confine, con totale assenza di dialogo politico e continui scambi di accuse reciproche“.

Davanti ad una situazione tanto complessa e per molti versi indecifrabile non resta che sperare che le parole del Papa ispirino un’iniziativa diplomatica che prenda veramente a cuore le sorti di due Paesi che hanno già tanto gravemente sofferto.

Qualche tentativo di mediare è stato fatto da diversi Paesi africani, in particolare dal Sudafrica, nella persona dell’autorevole ex Presidente Thabo M.Mbeki, con la cui  opera di mediazione, però, non tutte le parti in causa sono d’accordo.

Come suggerisce qualcuno, forse il contributo più immediato che possiamo dare come Comunità internazionale è rinunciare ad un cellulare o ad un gadget in più, nella speranza e nell’attesa che il progresso tecnologico di cui godiamo non costi più la vita o la salute di nessun essere umano.

 

 

 

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