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Libri, capire la storia attraverso il calcio con “Azzurri” di Colombo e Lanotte: l’intervista

Scritto da il 2 Settembre 2022

Gli “Azzurri” e l’identità italiana tra sport, storia e politica 

 

Azzurri

 

 

Il libro Azzurri“, scritto da Paolo Colombo e Gioachino Lanotte ed edito da Utet, narra le tappe storiche della nazionale italiana (dai primi mondiali al 21esimo secolo) e il legame che intercorre fra queste e la storia della nostra nazione.

Si evidenzia nell’opera come la squadra azzurra abbia contribuito in maniera evidente alla formazione dell’identità italiana, non tuttavia senza attraversare momenti turbolenti.

Ascolta “”Azzurri” di Colombo e Lanotte: capire la storia attraverso il calcio” su Spreaker.

 

L’intervista a Colombo e Lanotte 

 

Da cos’è nata l’idea del libro?

Come chiariamo già nell’incipit, Azzurri non è un libro sulla storia del calcio ma un libro di storia e di calcio: è uno sguardo, cioè, sulla storia d’Italia – e più specificamente sulla storia della formazione del senso di “italianità” – indossando le lenti messe a disposizione dalle vicende dello sport più amato nel nostro paese.

Tuttavia, anche se il progetto nasce dall’angolo visuale storiografico, è inutile nascondere che anche noi condividiamo con gran parte degli italiani la passione per il football e che proprio per questo abbiamo hanno voluto rivolgerci al lettore a propria volta appassionato con un particolare sguardo d’intesa.

 

Il libro è incentrato sul parallelismo della storia italiana con la storia del calcio italiano: come e in che dimensioni l’una influenza l’altra?

Se la Nazionale di calcio non è propriamente un simbolo ufficiale della nostra Repubblica – come tricolore, inno, stendardo, Altare della Patria ed emblema (la stella tra due rami di olivo e di quercia legati da nastro rosso con una ruota dentata sullo sfondo che spesso, però, molti ormai dimenticano) – poco ci manca. Non deve sorprendere quindi che la sua vicenda si leghi a doppio filo alla storia del Paese, dal punto di vista sia istituzionale sia sociale.

Già l’esordio della nostra rappresentativa in campo internazionale può essere visto come l’allegoria di un Paese che, nel 1910, intende scrollarsi di dosso la definizione di “Italietta”, come molti contemporanei definivano l’Italia liberale, ed entrare nel consesso delle grandi nazioni europee. Non a caso, pochi mesi prima del debutto, la nostra Federazione sceglie di abbandonare l’originaria denominazione all’inglese – FIF (Federazione Italiana del Football) – con FIGC.

Sempre nel ’10, poi, prende vita a Firenze l’Associazione Nazionalista Italiana fondata da Enrico Corradini, mentre Giovanni Giolitti inizia a considerare seriamente la necessità di un intervento in Libia, definendolo nelle sue memorie definirà “una fatalità storica” per evitare che il Mediterraneo meridionale diventi “un condominio anglo-francese”.

Anche nei grandi successi raccolti in epoca fascista – vittorie ai Mondiali del ’34 e ’38 e alle Olimpiadi di Berlino del ’36 – si legge molto della storia d’Italia, pur se ancora più in chiave istituzionale che non sociale. Lo sport preferito dagli italiani, infatti, in quegli anni è ancora il ciclismo. Il regime, tuttavia, si impegna strenuamente nella politicizzazione di uno sport che può garantire visibilità internazionale. Tanto per citare un elemento sicuramente emblematico, il dirigismo fascista arriva, per volere espresso di Mussolini, a cambiare il colore della divisa, che diventa completamente nera a partire dall’amichevole con la Francia del 17 febbraio ’35 per essere utilizzata poi ai Giochi di Berlino e ai Mondiali del 1938.

Da quando il calcio è salito al primo posto nella classifica delle passioni sportive degli italiani, invece, nelle vicende della Nazionale si possono vedere riflesse anche le principali trasformazioni sociali o i cambiamenti nelle abitudini e nel costume del Paese. I capelli lunghi e i calzettoni bassi dell’ala destra ribelle Gigi Meroni quando, a metà degli anni ’60, l’onda “beat” sbarca dall’Inghilterra trascinando anche i nostri giovani alla vigilia del ‘68; la crisi di una squadra “azzurro tenebra” (parafrasando in noto romanzo di Giovanni Arpino) quando la società è attraversata dalle tensioni, paure e incertezze degli “anni di piombo”; l’urlo liberatorio di Tardelli al Mundial dell’82 che diventa metafora di un Paese desideroso di lasciarsi alle spalle anni di terrorismo, conflitto politico, aspri scontri sindacali, austerity e disoccupazione; fino ai “nuovi” e alle “nuove” azzurre che, in un mondo globale, ci ripetono costantemente che, dopo tanta strada per costruire un senso di appartenenza nazionale, è probabilmente ora di chiederci come stanno cambiando le nostre identità di fronte alle sfide del XXI secolo.

 

Nei primi capitoli dedicati ad Affari e Politica viene analizzata fra le altre cose il ruolo di quest’ultima nei vari periodi storici nella costruzione delle infrastrutture sportive: perché il calcio è da sempre stato mira di grandi attenzioni da parte della politica?

Per illuminare lo stretto rapporto tra politica, affari e calcio nel nostro libro utilizziamo tre casi di studio che consentono di attraversare i diversi assetti politico-istituzionali che il Paese ha conosciuto da quando esiste la Nazionale di calcio: il cospicuo investimento da parte del regime fascista negli anni Trenta, l’organizzazione delle Olimpiadi di Roma durante la terza legislatura repubblicana a guida democristiana e, infine, l’imponente opera di ampliamento e rinnovamento degli stadi per i mondiali di “Italia ’90” negli anni che preludono al passaggio tra Prima e Seconda repubblica.

Mussolini, come abbiamo già detto, operò una vera e propria politicizzazione dello sport facendone un terreno privilegiato per la costruzione di un’identità nazionale fascista. Alla luce di ciò si comprende l’impulso dato dal regime alla costruzione di nuovi stadi nelle principali città, quali il Foro Mussolini a Roma, il Littoriale a Bologna, lo Stadio della Vittoria a Bari, lo Stadio Giovanni Berta a Firenze e così via, fino ad arrivare alla prestigiosa organizzazione dei Mondiali di calcio del 1934, ambito strumento per ottenere al regime sempre maggior riconoscimento internazionale.

Per l’Italia repubblicana e democratica del 1960, invece, l’organizzazione delle XVII Olimpiadi è una imperdibile occasione per confermare il giudizio del prestigioso Financial Times sulla lira, giudicata addirittura come la valuta più stabile del mondo.

La solidità del sistema economico italiano – in quel momento nel pieno del boom economico – normalmente fatto coincidere con il quinquennio 1958-1963 – è fuori discussione, tuttavia, per l’organizzazione dell’evento c’è moltissimo da edificare e restaurare, ancora una volta dal punto di vista dell’impiantistica sportiva.

L’allestimento olimpico romano, per certi versi, costituisce un momento di spicco non solo per la rappresentativa calcistica ma per l’intera politica internazionale italiana del dopoguerra.

In questa sfida si impegna, naturalmente, il governo “centrista” imperniato sull’egemonia democristiana che, escludendo alleanze sia con la destra che con la sinistra, regge gli esecutivi in Italia dalle elezioni del 18 aprile 1948 fino alla nascita del centrosinistra “organico” alla fine del 1963.

L’attenzione per lo sport da parte democristiana si era già manifestata in tutta chiarezza quando Alcide De Gasperi ed il suo Sottosegretario Giulio Andreotti avevano favorito lo sviluppo del CONI, mettendovi a capo Giulio Onesti. Il lavoro di Onesti aveva subito prodotto risultati positivi con il conseguimento dell’organizzazione dei Giochi Invernali del 1956 a Cortina d’Ampezzo e più tardi quelli delle XVII Olimpiadi che verranno coordinate da un Comitato di cui è presidente Andreotti.

Le opere avviate in vista delle Olimpiadi non si limitarono all’ammodernamento delle strutture sportive già esistenti e alla costruzione di nuove. Per l’occasione venne realizzato il nuovo aeroporto di Fiumicino, venne tracciata la cosiddetta “Olimpica”, una grande strada che, attraversando Villa Pamphilj, permetteva di raggiungere il Foro Italico.

Venne completata la prima linea metropolitana a Roma (l’attuale Linea B) che avrebbe consentito ai visitatori di raggiungere il nuovo quartiere dell’EUR direttamente dalla Stazione Termini.

Infine, fu costruito il Villaggio Olimpico, forse l’esempio emblematico dal punto di vista dello sforzo costruttivo delle Olimpiadi romane.

Costruito fra ’58 e ’59 con il contributo economico del fondo pensioni degli impiegati dello Stato, il Comune di Roma ed il CONI, il nuovo complesso edilizio è pensato per ospitare gli atleti durante i Giochi ma per servire anche ad Olimpiadi terminate. Infatti, alla fine della manifestazione la cosiddetta “città dei diecimila” si trasformerà in appartamenti destinati a impiegati pubblici.

Un contributo decisivo alla logistica, con materiali, mezzi e personale è fornito anche dal Ministero della Difesa. Viene creato un nucleo operativo militare ad hoc, il ROM (Raggruppamento Olimpico Militare), adibito ad attrezzare il villaggio olimpico con il necessario per gli ospiti e a garantire la piena efficienza dell’organizzazione nel periodo compreso tra i primi arrivi degli atleti e la conclusione dei giochi.

Nel febbraio ’86, all’indomani dell’assegnazione all’Italia per l’organizzazione del Mondiale ’90 parte la macchina organizzativa; alla presidenza del Comitato per “Italia ‘90” viene nominato Franco Carraro, in quegli anni presidente del CONI nonché membro del Comitato Olimpico Internazionale, direttore generale Luca Cordero di Montezemolo, allora considerato il principe dei manager italiani.

Ma il prestigioso impegno contratto dalla nostra Federazione in sede internazionale richiede una profonda revisione della tenuta degli impianti nelle città prescelte. Dall’ultimo maquillage all’edilizia sportiva, infatti, sono trascorsi parecchi decenni e nel frattempo sono maturate nuove sensibilità e sono state emanate normative che prevedono standard sempre più severi e restrittivi nel campo dell’edilizia, anche sportiva.

Occorre intervenire sulla messa in sicurezza delle vie d’accesso e di deflusso degli spettatori (anche alla luce delle tragedie che negli anni Ottanta avevano scosso il mondo sportivo e non), sul rispetto delle esigenze dei disabili, sulla predisposizione di tecnologie richieste dalla massiccia partecipazione dei mass-media, sull’allargamento della capienza, sul miglioramento dell’offerta in termini di comfort e, infine, sul potenziamento delle strutture di servizio (ricettività, mezzi di trasporto, viabilità, ecc.).

Inizia a scorrere un vero e proprio fiume di denaro pubblico e immediatamente partono quelle che qualcuno ha definito le «truppe d’appalto».

Alcuni stadi vengono costruiti ex-novo, come ad esempio la fallimentare “cattedrale vuota” del “San Nicola” di Bari e il “Delle Alpi” di Torino raso al suolo dopo nemmeno vent’anni. Per gli altri stadi delle città prescelte si decide di intervenire sulle strutture preesistenti, in considerazione della tradizione e del patrimonio architettonico accumulato negli anni Trenta.

Ma se l’esito sportivo di quel mondiale sarà inferiore alle aspettative, il risultato più sconsolante di Italia ’90 può essere considerato proprio quello che riguarda i lavori sull’edilizia sportiva.

Una volta calato il sipario sulla prestigiosa manifestazione, dal bilancio della giostra di investimenti che ruota intorno ai progetti faraonici di Italia ’90 rimarranno l’oscenità di infrastrutture pubbliche avviate e subito interrotte o mai completate a delineare un triste quadro di corruzione e malaffare e, soprattutto, una lunga lista di morti “bianche” e di infortuni che grava sull’“operazione stadi”. Alla fine di quel carosello di lavori pubblici, il costo in termini di vite umane risulta salatissimo con 679 infortuni nei cantieri, dei quali 25 mortali.

Non a caso, i poco trasparenti appalti pubblici per quel triste mondiale avranno un peso, di lì a poco, nella dissoluzione del sistema dei partiti che si metterà in moto con “Tangentopoli”.

 

Quanto sono stati importanti i media calcistici nelle varie epoche per la crescita (o meno) del Paese e dei suoi cittadini?

Certamente la copertura mediatica degli eventi calcistici è stata importante in ogni epoca, non solo per la crescita del football stesso ma anche per la loro capacità di partecipare – accelerando o rallentando – la definizione del rapporto tra questo sport e la società.

Dopo la prima radiocronaca calcistica sperimentata in Italia il 25 marzo 1928 in occasione dell’incontro fra Italia e Ungheria, viene messa a punto la giusta formula della radiocronaca sportiva in occasione dei campionati mondiali di calcio del 1934 che si svolgono in Italia con il commento di Niccolò Carosio e Giovanni Buratti, due voci destinate a lasciare il segno nella storia della radio.

Il più celebre dei radiocronisti fu per l’appunto Niccolò Carosio, dallo stile impulsivo e passionale, in linea con i criteri del regime tanto da spingere a forme di autarchia linguistica per vocaboli entrati in Italia a fine Ottocento insieme al football (ora rigorosamente “gioco del calcio”). Corner, cross, gol, dribbling, hands e così via, al microfono di Carosio diventano “calcio d’angolo”, “traversone”, “rete”, “scarto”, “fallo di mano”…

Spesso Niccolò Carosio “mostra” agli italiani incollati alla radio quello che la sua indole, sinceramente in linea con la filosofia fascista, vuole che sia visto, e non necessariamente ciò che davvero accade. «Quasi gol!!» (una solare visione da “bicchiere mezzo pieno”) è una delle sue espressioni destinate a rimanere famosa, insieme a «Partiti!», che sottolinea il primo tocco di palla dopo il fischio di inizio gara.

Grazie a queste particolarità Carosio riesce a trasformare anche le sconfitte in imprese eroiche, caratteristica ovviamente molto apprezzata a Roma dove si lavora alacremente per esportare una certa immagine non della sola Nazionale ma della nazione in generale.

Le radiocronache sportive in breve diventano quindi un vero e proprio genere radiofonico e costituiscono un valido laboratorio per la messa a punto di accorgimenti tecnici e di soluzioni suggestive utili per le irradiazioni delle grandi celebrazioni di regime. Da quel momento in poi, infatti, i più importanti risultati conseguiti dal governo fascista vengono puntualmente intercettati dai microfoni dell’EIAR e divulgati con gli stessi artifici delle radiocronache sportive nell’intento di aumentare la suggestione ed ottenere un effetto esaltante sui radioascoltatori.

Per quanto riguarda la televisione tutti ricordano il ruolo giocato dal piccolo schermo in occasione dei mondiali di “Mexico ’70” – con la vittoria della Nazionale nella storica semifinale vinta per 4 a 3 sulla Germania – o ai mondiali di Spagna ’82 nello scatenare non solo la gioia degli appassionati per le gesta delle nostre rappresentative ma anche di accrescere il senso di appartenenza e di aderenza fra il “tricolore” e la società.

Per l’edizione dei mondiali dell’’82, addirittura, Radio Popolare era arrivata ad organizzare le prime proiezioni delle partite su schermo gigante in due cinema cult di Milano, l’Anteo e il Cristallo, proprio per poter catturare e trasmettere le reazioni del pubblico, che l’emittente aveva intuito essere il vero protagonista dell’iniziativa.

In tempi più recenti, il passaggio dal commentatore unico alla conduzione a due voci segna anche un profondo cambiamento nell’accostamento della platea televisiva all’evento sportivo. Infatti, con l’introduzione di un esperto, il linguaggio delle telecronache ha cambiato profilo virando verso una terminologia “professionistica” con una serie di locuzioni che tendono a rendere tecnico ciò che prima era affidato al gusto e allo stile personale dei vecchi radio-telecronisti.

A prima vista tale novità potrebbe essere salutata come una benefica maturazione del pubblico televisivo in termini di competenze. Il dubbio, però, è che si tratti del rispecchiamento di una trasformazione avvenuta non solo nella concezione di rappresentazione televisiva dello sport ma anche nelle modalità di partecipazione degli italiani a qualsiasi forma di evento, compresi quelli relativi alla vita economico-politica del Paese.

Un ruolo decisivo, quindi, quello dei media che si estende fino alle nuove frontiere delle tecnologie comunicative . Infatti, in molti canali esclusivamente dedicati allo sport e in molti siti che diffondono in streaming partite in diretta la telecronaca di un incontro è ormai accompagnata da un frenetico succedersi di commenti scritti inviati dagli spettatori che partecipano così alla costruzione del racconto televisivo del calcio.

 

Altro macrotema del libro: il rapporto delle varie realtà locali italiane con la propria nazionale. Perché nella storia italiana si è verificato ricorrentemente lo sdegno di varie tifoserie locali verso la maglia azzurra?

È significativo che le contestazioni di tifo ‘campanilistico’ abbiano spesso a che fare con la mancata convocazione in azzurro di questo o quel beniamino locale, quasi a dire che – come avrebbe scritto quel grande poeta che fu Giorgio Caproni – ci si “sgola in ingiurie per troppo amore”. Come dire che si attacca la squadra azzurra perché non ci ama abbastanza per sceglierci quali sui compagni oppure perché ci tratta con distacco eccessivo: un classico caso di amore che può trasfigurarsi in odio perché non sufficientemente corrisposto.

Il campanilismo è d’altra parte un tratto consacrato della italianità e riesce davvero difficile immaginarsi che un fattore unificante superiore alle appartenenze locali possa del tutto annullarlo. Come non ricordare Diego Armando Maradona che, alla vigilia della semifinale dei mondiali del 1990 (da istrionico capopopolo quale sa essere), lo capisce benissimo e istiga i ‘suoi’ napoletani a parteggiare per l’Argentina piuttosto che per l’Italia?

 

Quale episodio fra i tanti ha secondo voi rimarcato maggiormente questo astio o distacco verso la Nazionale Azzurra?

Non è facile scegliere un caso specifico, perché ciascun episodio racchiude in sé diversi significati, tutti utili a una maggior comprensione di quel processo tanto complesso che è la costruzione del senso di identità italiano.

La contestazione nel 1970 da parte dei ‘riveriani’ filo-milanisti verso il CT Valcareggi – e a ricaduta verso l’intera squadra azzurra – per il trattamento ritenuto sacrilego e tatticamente suicida riservato nella finale persa con il Brasile al golden boy rossonero ritenuto artefice definitivo del trionfo di pochi giorni prima nell’epica partita contro la Germania racconta di una reazione negativa ad un fatto contingente e momentaneo (Rivera viene umiliato dal suo inserimento in campo solo negli ultimi e inutili 6 minuti della partita).

La contestazione dei tifosi fiorentini al ritiro degli azzurri a Coverciano nei giorni che precedono Italia ’90 è invece sostanzialmente frutto di campanilismi calcistici contrapposti (l’atavica rivalità fra i viola della Fiorentina e i bianconeri della Juventus) e prende le mosse da chiari casi di ‘amore tradito’, con l’idolo di Firenze Roberto Baggio in procinto di essere trasferito proprio alla squadra di Torino e Nicola Berti bollato per parte propria come infame per essere passato all’Inter.

A noi piace però ricordare più di ogni altra, in questo quarantesimo anniversario dell’epica vittoria italiana al Mundial di Spagna, la contestazione di chiara origine campanilistica messa in atto non da semplici supporter ma da professionisti della comunicazione come i giornalisti sportivi. Alla vigilia della partenza per la terra iberica e per tutta la prima fase della competizione, la stampa attaccherà spesso con spietata ferocia il commissario tecnico Enzo Bearzot e i suoi ragazzi accusandoli di ogni genere di nefandezza, con toni anche decisamente pesanti. Certo, le prestazioni iniziali della squadra lasciano assai a desiderare, ma la vera colpa del CT è non aver convocato il capocannoniere del campionato Roberto Pruzzo, che vesta la maglia della Roma, e il brillante fantasista Evaristo Beccalossi, che milita fra i nerazzurri dell’Inter: come dire che gli azzurri hanno contro, quantomeno, i giornalisti romani e milanesi. E non è poco! Ne vennero polemiche infuocate e tensione d altissimi livelli.

Quegli stessi giornalisti dovranno però di lì a poco rimangiarsi tutto il fiele riversato sulle pagine dei quotidiani e nelle trasmissioni televisive davanti alle strabilianti vittorie infilate da Zoff, Rossi e compagni contro Argentina, Brasile, Polonia e Germania.

Piace ricordare questa vicenda, dicevamo, perché si sostanzia in una vera e propria resurrezione, capace di ricordarci che proprio nella apparente divisione e nelle soverchie difficoltà, questo gli italiani sanno fare: recuperare forza, e senso di unità, e capacità di ripresa, e slanci di valore impensabili.

Non è forse un messaggio confortante che ci arriva dalla storia passata per i tempi che abbiamo di fronte?

 

 

Gli autori

 

Paolo Colombo è nato a Milano nel 1961. Professore ordinario di Storia delle istituzioni politiche presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica di Milano. Lavora da tempo sul rapporto tra storia e narrazione. Oltre a numerose pubblicazioni scientifiche, è autore di romanzi per ragazzi.

 

 

Gioachino Lanotte è nato a Corsico nel 1956. Docente di Storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica di Milano.

Autore di diverse pubblicazioni scientifiche, insieme a Paolo Colombo ha scritto “La corsa del secolo. Cent’anni di storia italiana attraverso il Giro” nel 2009 (edito da Mondadori).