Caffè Lungo: L’uomo nero

Non sono un esperto di basket, ma i ben informati mi hanno assicurato che James Harden è una delle stelle più luminose dell’Nba; uno che, giusto per capirci, ha appena firmato un contratto da 228 milioni di dollari con gli Houston Rockets. Harden, chiamato simpaticamente “Il Barba” dai propri tifosi, è stato scelto da un noto brand sportivo come testimonial; capita se sei una celebrità a livello mondiale. Ah, dimenticavo, James Harden è nero.

In teoria questo potrebbe essere un dettaglio inutile, ma purtroppo così non è. La pubblicità è stata lanciata sui social e subito sono aperte le gabbie e i leoni da tastiera non hanno perso l’occasione per dare un senso (?) alla loro giornata. “Si trattano bene nei centri d’accoglienza”, “Chi ti ha fatto uscire dalla gabbia?”, “Ma che schifo è?” sono alcuni dei commenti scritti. Ora, datemi pure del buonista, del radical chic, del giornalista venduto ai poteri forti e altre amenità che mi scivoleranno addosso come acqua sulle rocce: dire che in Italia non c’è razzismo, a maggior ragione dopo questa ennesima conferma, è negare l’evidenza, è guardare il dito invece della luna.

Se si accosta una persona nera alle gabbie o ai centri d’accoglienza dove si pensa che gli ospiti vivano da nababbi, mentre invece si sta parlando di un campione meritatamente ricco (alla faccia dei 35 euro al giorno), è innegabile che il problema di una presunta superiorità in base al colore della pelle sia un rigurgito razzista.

Mi sorge spontanea domanda: a voi che leggete queste righe, cosa fa più paura? L’uomo nero (nel senso di pelle) che ha una delle migliori medie realizzative del massimo campionato di basket a livello mondiale, o l’uomo nero (nel senso di spauracchio, di paura atavica) che si nasconde dietro un pensiero così retrogrado e che fa rabbrividire (anche per un errato uso della grammatica in questi casi, ma non si può pretendere troppo)?  Federico Bonati