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La cura dell’infinito e il coraggio della poesia: intervista a Stefano Colucci

Scritto da il 26 Maggio 2022

“Non ricordo più com’era l’esistenza
prima che esistessi tu nella mia”

 

Stefano Colucci

 

Ascolta “La cura dell’infinito e il coraggio della poesia: intervista a Stefano Colucci” su Spreaker.

Oggi un poeta è quanto di più anacronistico vi sia, il suo impegno non risponde alle logiche prevalenti nella società. Il mondo corre per produrre e consumare mentre il poeta vive in un tempo differente da quello collettivo, non produce ma crea, come diceva Pasolini, qualcosa di inconsumabile.

Il poeta è nudo, si espone al mondo ma condivide la propria intimità innanzitutto con sé stesso e poi, accidentalmente, con gli altri. Mentre i social dominano la comunicazione deificando una realtà edulcorata, fasulla, dove tutto si plastifica, il poeta esprime l’autenticità delle proprie tensioni, poco importa che esse trovino corrispondenza nella realtà, poiché ciò che sentiamo è vero per definizione.  Il lettore poi può incontrare sé stesso nel tempo scandito dalla poesia, ma l’esperienza resta individuale.

Abbi cura del tuo infinito” è il titolo della raccolta di poesie di Stefano Colucci, nell’intervista che segue l’autore presenterà, meglio di quanto non potrei fare io, il suo libro. Qui mi limiterò a dire che uno degli aspetti interessanti del lavoro di Stefano è la sensazione che tutto sia legato e slegato allo stesso tempo. Alcuni versi sembrano godere di vita propria, possiamo toglierli dal contesto in cui sono stati inseriti, trasportarli altrove, mischiarli; essi hanno carature e pesi differenti, tensioni evidenti o sottointese.

Non è facile esprimersi attraverso la poesia, la poesia è vita e vivere, nella nostra società, richiede coraggio.

 

L’intervista 

 

Stefano Colucci

 

Come nasce questo tuo libro?


Questo libro nasce subito dopo aver chiuso il progetto della “Sinfonia della giovinezza”, il mio esordio suddiviso in tre parti fra il 2016 e il 2020. Realizzare un’opera così stratificata sul lungo periodo mi ha fatto sentire, una volta concluso il percorso, un po’ perso. Avevo dedicato tutta la prima parte dei miei vent’anni alla Sinfonia ed ero felice di tutto ciò che era arrivato da quell’esperienza fortunata, ma da qualche parte dentro di me c’era una certa paura nei confronti del futuro.

Non parlo solo di futuro creativo, ma proprio di futuro esistenziale. La pandemia ha cambiato radicalmente la mia vita, dandole una direzione tutta nuova e inaspettata, capovolgendo il tavolo proprio quando credevo di aver capito il gioco e dicendomi che bisognava ricominciare con regole diverse. Non ero preparato.

Ho sentito l’esigenza di ritrovare un ritmo, una musica interiore, e così ho scritto la poesia che dà il titolo al libro come mantra a me stesso da rileggere ogni tanto. Non avevo in programma una raccolta, però. Mi sembrava troppo presto. Inizialmente l’idea era di prendermi due o tre anni, non appena le restrizioni lo avrebbero concesso, per viaggiare. Ma non spetta a noi decidere, non si può programmare la propria esistenza come se fosse un palinsesto televisivo, bisogna cavalcare l’onda. Da lì in poi ci sono stati svariati avvenimenti nella mia vita, a partire da un lutto, e passo dopo passo quell’esigenza di un ritmo diventava forte.

Ha avuto così inizio una festa che adesso è racchiusa tra le pagine del libro e continua ad andare avanti senza sosta. Mi piace pensare a questa raccolta di poesie come a un piccolo progetto intimo e personale, una discoteca dove si balla ogni tipo di danza, da quelle etniche a quelle più in voga oggi. Tutto solo per scrollarsi di dosso la paura, il buio, e brillare. Mi ha sempre affascinato il ballo, anche se non sono un grande ballerino. Mi affascina perché, se ci pensi, è un qualcosa di antichissimo, che è sempre esistito, e che puoi fare anche involontariamente.

Camminare può essere una danza, così come abbracciarsi, fare l’amore, vivere. Danzare è nel nostro DNA di esseri umani.

 

Cosa vuol dire aver cura del proprio infito? A chi è rivolto questo invito?


L’infinito è ciò di cui siamo fatti, nonostante in questa dimensione abbiamo solamente la percezione della finitezza – ovvero che abbiamo un inizio e una fine, prima o poi.

Eppure siamo in continuo mutamento, sempre in trasformazione, cerchiamo un senso di completezza giorno dopo giorno, di costruirci. Però ci sono attimi della nostra vita in cui abbiamo un assaggio di infinito, ad esempio quando sogniamo. Siamo fatti di universo e siamo anche parte dell’universo, qualcosa che non conosce confini.

I nostri corpi sono solamente un limite fisico, ma c’è molto altro in noi. Principalmente l’invito è a me stesso, essendo questo libro nato come raccolta di amuleti magici per esorcizzare il buio nei miei momenti di difficoltà, ma mi piace pensare che dentro ognuno possa trovarci quel che gli serve. Fondamentalmente è un invito a viaggiare, dentro se stessi e in quel che ci circonda, per entrare sempre di più in contatto con quella vertigine bellissima d’infinito.

 

Tante volte parli d’amore, molte altre di luoghi lontani. Da una parte sembri voler andare verso qualcosa, dall’altra sembra che tu voglia fuggire da qualcosa. È una considerazione sbagliata oppure c’è qualcosa di vero? Se sì, cosa?

È sicuramente una chiave di lettura interessante. Non so dirti quanto sia vero o meno, forse è anche giusto che tu ci veda questo se è ciò che ti comunica.

Quel che posso dirti è che i luoghi lontani non sono lì per un desiderio di raggiungerli o per tracciare una distanza geografica. Questo libro affronta molti temi a me cari, tra cui il tempo e lo spazio.

Si parla anche di universi paralleli, altre vite, rinascite. Trovavo affascinante l’idea di prendere posti ed epoche lontanissimi da me e tra loro, metterli in un frullatore per vedere cosa sarebbe successo. Quindi hai i giganti norreni e poi qualche verso dopo la realtà virtuale, un amore di oggi improvvisamente sembra esistere fin dai tempi dell’Antica Grecia, le lucciole d’estate potrebbero addirittura essere messaggeri da altre dimensioni per segnalare che va tutto bene. Esiste questo concetto per cui tutto accade simultaneamente.

Il passato, il presente e il futuro sono la stessa cosa, dunque. Mentre due innamorati si baciano sopra una panchina stanno avvenendo anche tutti i baci della storia dati nello stesso punto, sulla stessa panchina.

Nel libro c’è una poesia intitolata “Saecula saeculorum” che è suddivisa a sua volta in ventuno piccoli testi, uno per ogni secolo dopo Cristo. È una poesia d’amore, che racconta di questi due amanti che si rincorrono e si trovano di anno in anno, di esistenza in esistenza, fino a oggi. Però parlare d’amore non è mai solo parlare d’amore. Si può parlare di guerra, del senso delle cose, della storia dell’uomo, di tutto. Una poesia d’amore può essere un veicolo per molto altro.

 

Qual è la tua definizione di “poesia”?

Per me la poesia è un qualcosa di davvero molto intimo e spirituale, è come aprire una finestra e fare entrare la luce. È quasi meditazione, forse lo è davvero. Penso che sia molto di più di un atto creativo, di scrittura. È un modo di abitare il mondo, come dice Bobin in un suo bellissimo libro. Fare poesia significa cercare i miracoli nel quotidiano.

 

Quale credi sia oggi, per i giovani in particolare, la percezione della poesia?

Non è facile rispondere perché non so bene cosa rappresenti la parola “giovani”. Ci sono anche persone giovani a ottant’anni. Se parliamo di adolescenti o di ventenni, anche lì non è semplice. Non tutti leggono, non tutti leggono le stesse cose. Qualcuno preferisce i classici, qualcuno magari sta scoprendo i contemporanei.

La gioventù non è una massa informe di persone generiche, è un moto interiore. Posso dirti quel che vedo in generale, a prescindere dal dato anagrafico. C’è sicuramente una lenta riscoperta della poesia grazie ai social media (questo ce lo dicono le vendite dei libri di poesia che sono sensibilmente migliorate rispetto al passato) e all’attenzione maggiore data ai poeti anche in televisione (quest’anno a Sanremo si sono letti testi di Franco Arminio e Mariangela Gualtieri, non è poco per uno show di quel tipo) anche se questo a volte comporta una banalizzazione del messaggio e sopratutto un appiattimento della forma.

Una piattaforma come Instagram è sicuramente molto interessante per la diffusione della poesia, ma ha dei limiti. Impone una certa velocità, un linguaggio forse troppo semplice al fine di catturare l’attenzione. Non sono un grande fan di quel tipo di testi, io stesso uso sempre meno i social media perché non mi rivedo nel tipo di comunicazione e nell’esigenza di esserci a ogni costo, di rincorrere il consenso per la paura di essere dimenticati.

La poesia è lentezza, c’è bisogno di ricercare uno spazio calmo per immergervisi dentro, invece adesso la si confonde un po’ con l’aforisma a effetto o il consiglio della nonna. Questo però vale per ogni forma di creatività. In ogni campo artistico è sempre stato così, le cose più semplificate hanno una maggiore possiblità di raggiungere un pubblico mainstream. Poi ci sono ogni tanto delle mosche bianche (mi viene in mente Battiato nella musica) che con progetti molto ricercati riescono comunque a connettersi in qualche modo con la massa.

Non so quanto la poesia possa essere del grande pubblico senza banalizzarsi e sacrificare il rapporto forma-ricerca-sostanza. A volte sembra che il personaggio valga più di quel che scrive, che un poeta debba avere una certa aurea attorno a sé più che dentro i propri testi, e in questo la figura dell’autore è schiava dell’apparire quanto quella dell’influencer.

Pasolini diceva che la poesia non potrà mai essere mainstream perché non è un prodotto consumabile. Forse aveva ragione, perché noto che nel momento in cui la si trasforma in prodotto perde ogni tipo di poeticità. Ciò che è certo è che stanno aumentando i lettori di opere in versi, questo può solo far piacere.

 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro dal punto di vista artistico?


Adesso mi sto occupando della selezione dei film per le Giornate di Cinema Queer, di cui sono uno dei direttori artistici.

Il festival si terrà in autunno a Roma. È un progetto che mi sta molto a cuore. Ci sono finito dentro quasi per caso. Ero in concorso due anni fa con il mio primo cortometraggio, “Summertime mon amour”, e nell’edizione successiva sono entrato a far parte del team.

È un’esperienza elettrizzante, che mi permette di guardare film meravigliosi da ogni parte del mondo e confrontarmi con altri appassionati di cinema. E poi a breve esporrò un’installazione alla quale ho lavorato negli ultimi due anni, intitolata “DecamerHome”.

 

Quali sono i tuoi riferimenti letterari e quale libro consiglieresti a chi ci segue?

Sono sempre stato innamorato della poesia beat, in particolare di Allen Ginsberg. Poi Walt Whitman, certamente. “Foglie d’erba” è stato una fortissima fonte d’ispirazione per me. Mariangela Gualtieri e Chandra Livia Candiani sono due autrici che ho divorato negli ultimi mesi.

Il lavoro di Jodorowsky è stato fondamentale mentre scrivevo questo libro. Non posso però non menzionare la mia personale trinità artistica, citata anche nel libro: Pasolini, Fellini e Battiato.