Cina, l’ex Ambasciatore d’Italia a Pechino Alberto Bradanini a Radio 5.9: “Mettere allo studio convenzione internazionale su laboratori che fanno esperimenti pericolosi. Nostri problemi legati a Europa ed eurozona, allo Stato servono competenze e integrità morale”


Nicola Pozzati, 7 giugno 2020


 

L’ex Ambasciatore italiano a Pechino intervistato da Radio 5.9 commenta il ruolo della Cina in questa emergenza sanitaria analizzando il contesto geopolitico all’interno del quale ci troviamo oggi

 

Alberto Bradanini entra in carriera diplomatica nel 1975. Tra il 1991 al 1996 è stato Consigliere Commerciale dell’Ambasciata italiana a Pechino, dal 1996 al 1998 Console Generale d’Italia ad Hong Kong, dal 2008 al 2013 Ambasciatore d’Italia in Iran e dal 2013 al 2015  Ambasciatore d’Italia in Cina. Attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea, nel 2018 pubblica il libro Oltre la Grande Muraglia. Uno sguardo sulla Cina che non ti aspetti in cui aiuta il lettore occidentale a comprendere un Paese complesso il cui ruolo a livello internazionale non può (e non deve) essere ignorato:

Si parla molto delle responsabilità della Cina in questa crisi sanitaria, cosa ne pensa?

Per quanto possibile il nostro sguardo deve cercare di rimanere intellettualmente onesto, non essere impostato sull’intento di stigmatizzare deficienze ed errori altrui. Non stiamo perseguendo un’agenda nascosta di antagonismo strategico come gli Stati Uniti. Non l’Amministrazione Trump in quanto tale, ma gli Stati Uniti d’America nella loro dimensione di “Corporate America” sono una nazione strutturalmente espansionista, militarista, fondata sull’ideocrazia del dominio sul mondo. Cerchiamo dunque di restare, nei limiti delle nostre capacità, su un territorio di tendenziale neutralità. Sotto questo profilo che noi europei, non essendo vittime della patologia ipertrofica americana, dovremmo poter guardare alla Cina con maggiore discernimento e distaccata imparzialità. Vediamo.

La Cina è il paese dove – secondo le rappresentazioni prevalenti – avrebbe preso avvio la pandemia. Non sappiamo se il virus sia arrivato all’uomo dagli animali oppure se sia sfuggito da qualche laboratorio. Sorprendente la coincidenza di avere un laboratorio che si occupa di esperimenti sui virus proprio a Wuhan, un laboratorio finanziato negli anni scorsi da Francia e Stati Uniti, dove le attività svolte tuttavia, secondo quanto denunciano gli scienziati francesi, non sarebbero state sufficientemente trasparenti in questi anni di cooperazione. Questo è tutto quel che sappiamo di questo scenario pregresso.

Altro aspetto, nel mese di ottobre dello scorso anno, proprio a Wuhan, si sono tenuti i Giochi Mondiali Militari ai quali hanno partecipato anche 369 soldati americani. La Cina afferma, in risposta delle accuse degli Stati Uniti, che questo evento potrebbe esser stato il momento di una possibile diffusione del virus ricordando come, proprio in quei giorni, molti atleti anche statunitensi avrebbero contratto polmoniti sospette.

In questo specchio di accuse reciproche, talvolta esplicite altre volte implicite, deve rilevarsi un aspetto positivo, vale a dire che nessun paese ha sinora mai accusato qualcun altro di aver diffuso il virus deliberatamente. Tra le tante cose che andrebbero detto in merito, avanziamo l’auspicio – che non sembra tuttavia all’attenzione dei potenti del mondo – che tali laboratori siano strettamente monitorati dalla comunità internazionale. Sarebbe importantissimo mettere allo studio una convenzione internazionale ad hoc che – facendo lezione degli accadimenti recenti legati al Covid-19 – impegni gli stati aderenti a controlli e verifiche da parte della Comunità delle Nazioni per prevenire fughe e ‘distrazioni’ dai laboratori che potrebbero verificarsi in futuro. In buona sostanza gli ispettori internazionali dovrebbero controllare gli scienziati di ogni paese che fanno esperimenti pericolosi, imponendo la massima trasparenza.

Oltre quella sulle armi nucleari (il Trattato di Non Proliferazione) le principali convenzioni internazionali oggi vigenti su temi ad alta sensibilità sono la Convenzione sulle armi chimiche e la Convenzione sulle armi biologiche. Pur non essendo stato deliberatamente propagato, questo virus resta un organismo biologico pericolosissimo. Occorrerebbe dunque almeno allargare il campo d’azione di quest’ultima Convenzione, estendendola in termini incontrovertibili dalle armi biologiche vere e proprio alle manipolazioni scientifiche in campo microbiologico.

Va rilevato in proposito che la Convenzione sulle armi biologiche non è stata ratificata da tutti i 193 paesi che fanno parte delle Nazioni Unite. Israele, ad esempio, non vi ha aderito, mentre gli Stati Uniti, pur avendola ratificata, non consentono agli ispettori incaricati l’accesso alle loro strutture e dunque di fare le verifiche dovute. Non esistendo un potere impositivo sulla scena internazionale, la cooperazione tra le nazioni del pianeta si basa essenzialmente sulla buona volontà dei paesi membri. È auspicio di chi scrive che la lezione del coronavirus possa costituire un forte impulso a favore di una diversa percezione dei pericoli che tutti corriamo dinanzi a un nemico silenzioso che non rispetta alcuna frontiera.

I leader cinesi sembrano avvolti da un alone di mistero…

Nella tradizione del Partito Comunista, se facciamo eccezione per Mao Zedong che aveva imposto un vero e proprio culto della personalità, uno degli aspetti sinora rispettati è stata la riservatezza. Il Partito voleva leader austeri e non mediatizzati. In Cina, d’altra parte, i media hanno minore (e controllato) accesso alla vita dei politici, che del resto sovrintendono a tutti gli organi d’informazione. La riservatezza sui pettegolezzi della vita dei leader politici non è necessariamente un male. In Cina, come in Occidente, occorrerebbe massima trasparenza sugli aspetti centrali (spesso nascosti) delle carriere e delle attività pregresse dei leader politici. In Cina, questi controlli sono espletati all’interno del Partito, in funzione delle priorità e dei valori del Partito Comunista beninteso.

Da diplomatico avrà avuto una visione più diretta del modo di agire della politica cinese?

I rapporti dei diplomatici stranieri in Cina hanno solo natura formale. Personalmente ho avuto modo di incontrare Xi Jinping solo quattro volte, in particolare in occasione di visite di Stato. Le mie lettere credenziali in qualità di Ambasciatore le presentai a Hu Jintao nel gennaio 2013. Ho però incontrato molti ministri e personalità politiche di rilievo in svariate occasioni. Anche con costoro, tuttavia, i rapporti sono stati sempre e solo di natura ufficiale e limitati ai contenuti degli incontri. Conoscere il sistema di potere cinese, entrare nei meandri del funzionamento e dei rapporti di forza di una burocrazia gigantesca è molto complicato. Sebbene abbia trascorso in Cina complessivamente dieci anni della mia vita, non posso affermare di avere un quadro corretto della sterminata amministrazione cinese.

Si dice che Trump tenderebbe all’isolazionismo degli Stati Uniti, la crisi sanitaria potrebbe accelerare questo processo?

È una domanda complessa. Esiste una proiezione strutturale degli Stati Uniti d’America di tipo espansionista e militarista che li porta a proiettarsi nel mondo da padroni, imponendo relazioni di dominio con tutte le nazioni del pianeta, cercando di piegarne la resistenza con posture di forza sotto il profilo politico, economico e se serve anche militare.

Questa auto-concezione – la Nazione Indispensabile, per utilizzare il lessico patologico dell’allora Presidente Bill Clinton – si era ulteriormente rafforzata dopo il 1989, quando gli Stati Uniti rimasero per una decina d’anni la sola (onnipotente) superpotenza mondiale, appena prima del ritorno della Russia di Putin e del primo emergere della Cina.

Esiste poi una politica americana dettata dalle contingenze, che varia da un’Amministrazione all’altra. Donald Trump, ad esempio, è una personalità “peculiare”, come direbbero gli inglesi, con un carattere autocentrato e apparentemente sbilanciato. Senza andare oltre, se da una parte mostra di voler abbattere l’impalcatura multilaterale (quel poco di essa che si è potuto costruire nel secondo dopoguerra) delle relazioni internazionali, riducendo il potere e le competenze degli organismi attivi sui vari fronti (sono paradigmatici gli attacchi all’Organizzazione Mondiale della Sanità che sono giunti sino all’annuncio del ritiro degli Stati Uniti), d’altra parte egli non può compromettere l’essenza della forza degli Stati Uniti che si basa su un’ipertrofica presenza nel mondo, sul globalismo economico e soprattutto finanziario: il dollaro, ricordiamolo, è ancora e di gran lunga la principale moneta delle transazioni internazionali. 

L’America è il compratore di ultima istanza, con un forte disavanzo commerciale. Un ulteriore vantaggio, quest’ultimo, che consente di emettere la moneta internazionale (in fondo si tratta di carta) e importare beni e servizi migliorando la vita di milioni di americani, un vantaggio non da poco. Inoltre, a sostegno di tali assetti vi sono più circa 850 basi militari americane nel mondo, di cui 115 solo in Italia: a Ghedi in provincia di Brescia e Aviano in provincia di Pordenone vi sono anche 80-90 testate nucleari. È lecita la domanda cosa facciano lì queste armi micidiali, dal momento che nessuno sembrerebbe minacciare l’Europa e tantomeno l’Italia. Solo per completezza, ricordo che in Europa vi sono basi militari nucleari Usa anche in Belgio, Olanda, Germania e Turchia. L’America è una Paese armato fino ai denti e con truppe dispiegate in moltissimi paesi del mondo: come potrebbe essere contro la globalizzazione?

Sul posizionamento del Governo cinese a livello internazionale cambierà qualcosa, pensiamo ad esempio alla presidenza della FAO data alla Cina?

Le agenzie internazionali possiedono meno potere di quanto appaia. Dirigere un organismo internazionale non significa controllarne le decisioni e gli orientamenti strategici. I principali paesi finanziatori innanzitutto hanno forte influenza a prescindere da chi è a capo della struttura. Ciò detto, va da sé che la Cina cerca di estendere la sua influenza, posizionandosi anche negli organismi internazionali, come fanno del resto tutti i paesi del mondo, in funzione della forza e della capacità d’imporsi. Per far questo, occorre aver raggiunto la condizione di indipendenza e sovranità politica ed economica, una condizione dalla quale l’Italia, ad esempio, resta assai lontana. Ma questa è un’altra storia.

Sul tema delle terre rare cosa pensa?

Anche qui il tema è complesso. A mio dimesso avviso, se la Cina decidesse di interrompere le esportazioni di questi materiali, emergerebbero nuovi mercati capaci di sopperire alla relativa domanda. Dopo un periodo di sofferenza si scoprirebbero “terre rare” anche in altri Paesi, oppure si troverebbero alternative industriali, nuove tecnologie e nuovi materiali. Ecco perché nessuno tira la corda oltre misura. Tali sviluppi non converrebbero agli interessi cinesi. Inoltre, interrompere un flusso del genere rappresenterebbe un atto aggressivo nei riguardi delle altre nazioni e la Cina non ha interesse alcuno ad esacerbare il quadro delle relazioni commerciali con i paesi occidentali che al momento è nettamente a suo favore. L’attuale modello di relazioni commerciali in questa fase storica è un grande vantaggio per le prospettive di crescita dell’economia cinese.

Nei rapporti commerciali tra Cina ed Europa qual è il ruolo dell’Italia?

Con l’Europa la maggior parte dei flussi commerciali avviene via mare, e la maggior parte di essi transita per i grandi porti del Nord, il principale dei quali è Rotterdam. E la ragione prima è che gli scambi con la Cina sono prevalentemente concentrati nel Nord-Europa. I container che arrivano dalla Cina devono, possibilmente, ripartire pieni. L’Italia non sarebbe in grado di garantire ciò, anche se le grandi navi provenienti dalla Cina e che attraversano il Canale di Suez, si fermassero in un porto italiano, geograficamente più vicino rispetto al Nord-Europa, dal momento che il nostro Paese non ha molto da esportare. Chi esporta di più è invece la Germania che ha un interscambio di circa 200 miliardi di euro e un avanzo commerciale di 18,3 miliardi di euro (situazione pre-Covid). Nel Mediterraneo il porto più importante è Atene-Pireo dove i cinesi hanno investito oltre 800 milioni di dollari dopo aver provato a creare hub in Italia, dal quale sarebbero stati distribuiti i container in tutto il Mediterraneo. Un sistema inefficiente, una burocrazia ostativa e governi che non mantengono le promesse hanno allontanato i cinesi dall’Italia.

I cinesi avevano infatti guardato a Taranto e Gioia Tauro, i primi porti che le navi incontrano venendo dal Canale e dirette in Europa, ma i nostri governi non sono mai stati capaci di dare garanzie necessarie ai potenziali investitori. Sui porti del Sud-Italia si sarebbe dovuto ampliare le infrastrutture esistenti, un’occasione per il Sud non solo per l’Italia, che miopia e inefficienza del Governo ha fatto sfumare. 

Quindi sulla Nuova via della seta il ruolo dell’Italia sembrerebbe marginale…

È così, l’Italia è del tutto marginale. Il nostro interscambio con la Cina è di circa 45 miliardi di euro, il 7-8% di quello europeo e dunque il 93-92% del commercio tra Cina ed Europa avviene con paesi che non sono l’Italia. Sono i paesi del Nord-Europa, che nel marzo 2019 furono così critici con il Governo italiano per la firma del Memorandum d’intesa con Pechino, quelli che traggono maggiori benefici con la Cina. L’Italia, del resto, ha un deficit di circa 22-23 miliardi negli scambi bilaterali (la Germania ha invece un avanzo di 18,3 miliardi e impone una politica accomodante con la Cina a tutta l’Unione Europea, che nel suo insieme ha un disavanzo di 185 miliardi di euro).

In tutto questo la politica cosa può fare?

Lo Stato, l’Amministrazione pubblica, è quello che andrebbe rafforzato, poiché esso è per molti versi più importante del Governo. Quella che chiamiamo comunemente burocrazia è infatti l’impalcatura che sovrintende alla vita e all’organizzazione collettiva della società. La burocrazia andrebbe rafforzata e resa efficiente, attraverso il controllo di senso dello Stato, competenze e integrità morale.

A questo deve aggiungersi il tema drammatico della moneta, l’euro, moneta nazionale ma gestita da entità extranazionali al servizio di interessi elitari sovranazionali. Fuori dalla narrativa di mainstream, il ceto dirigente italiano dovrebbe prendere atto della necessità di assumere decisioni radicali capaci di riportare il paese sulla via della crescita, della tutela del lavoro, dei servizi sociali e delle infrastrutture di cui l’Italia ha urgente necessità. La pesante carenza di analisi da parte del ceto politico, della burocrazia e dei media accelera il declino del nostro Paese. I nostri principali problemi non sono legati alla Cina, ma all’Europa e all’eurozona, un sistema al quale abbiamo ceduto profili fondamentali di sovranità costituzionale. Un tema ampio questo, e non v’è qui spazio per approfondirlo. I danni generati dall’ingresso del nostro Paese nella moneta comune dovrebbero ricevere una diversa, massima, attenzione. Il dominio della narrazione imposta a favore degli interessi finanziari dei paesi del Nord-Europa, con la complicità della finanza italiana, impedisce che se ne discuta in forma adeguata. Grande responsabilità incombe sui media, che possiamo definire circo mediatico, asservito eticamente prima ancora che professionalmente ai valori del pensiero unico. Le eccezioni sono rare, non fanno la differenza, e molte di esse operano con grande difficoltà nei meandri del web e restano – ahimè – lontani dalla maggioranza.