L’amicizia di Gesù porta l’eternità dentro i nostri giorni

Scritto da il 14 Marzo 2026

Spiritualità – IV domenica di Quaresima, la riflessione sul Vangelo del Vescovo Emerito di Carpi Francesco Cavina:

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Il Vangelo della quarta domenica di Quaresima ci presenta una delle pagine più luminose del Vangelo di Giovanni: il racconto del cieco nato che viene guarito da Gesù (Gv 9). È una storia che non parla soltanto di un miracolo straordinario, ma di un cammino interiore che conduce dal buio del peccato alla luce della fede.

All’inizio del racconto, l’uomo guarito conosce appena Colui che lo ha liberato dalla sua cecità. Sa soltanto che è “un uomo che si chiama Gesù”. Ma, passo dopo passo, attraverso domande, contestazioni e incomprensioni, la sua conoscenza cresce.

Quando, finalmente, Gesù gli si rivela apertamente, il cieco guarito giunge a dire: «Credo, Signore!» e si prostra davanti a Lui. Il cieco guarito riconosce che Gesù non è soltanto un uomo straordinario o un maestro spirituale: egli è il Figlio di Dio.

 

Avere fede significa essere con Gesù Cristo

Questo episodio ci ricorda una verità essenziale della fede cristiana: credere non significa aderire a una vaga idea di divinità, né lasciarsi guidare da semplice sentimento religioso o da una emozione interiore. La fede cristiana ha un contenuto preciso e concreto: è fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio e figlio di Maria, vero Dio e vero uomo. Per questo la Chiesa, fin dalle sue origini, ha custodito con grande cura questa verità. La catechesi e la predicazione della Chiesa, se non vogliono venire meno al loro compito, devono conservare la vera identità di Gesù, non possono, cioè, limitarsi a presentare o la sua umanità o la sua divinità. Un Gesù “dimezzato”, per quanto grande e affascinante possa apparire, non può salvare l’uomo dal peccato e dalla morte.

Davanti alla rivelazione che Gesù fa di sé entra sempre in gioco la libertà dell’uomo. L’uomo può aprirsi al mistero di Dio che si manifesta, come ha fatto il cieco guarito, oppure può rifiutarlo, chiudendosi nell’orgoglio e nella presunzione,  come hanno fatto i farisei del racconto evangelico. Ed è proprio qui che nasce il grande dramma spirituale dell’umanità.

 

L’uomo può fare a meno di Dio?

Quando l’uomo, affascinato dalle proprie capacità e dalle conquiste della sua intelligenza, pensa di poter fare a meno di Dio; quando crede di poter costruire il proprio destino contando soltanto sulle proprie forze e considera Dio come il residuo di un’epoca ormai superata, allora lentamente la notte scende sul mondo.

È innegabile:  l’uomo è capace di realizzare cose straordinarie. La scienza, la tecnica, la cultura hanno raggiunto progressi impressionanti e continuano a svilupparsi anche senza un riferimento esplicito alla fede.

Tuttavia, questo “rifiuto-dimenticanza” di Dio ha ridotto l’uomo dentro gli spazi angusti del tempo e della contingenza, provocando una sensazione diffusa di inquietudine e di vuoto.

L’uomo contemporaneo possiede molti mezzi, ma spesso non sa più perché vivere. Ha moltiplicato le possibilità della vita, ma ha smarrito il senso dell’esistenza.

L’amicizia di Gesù, invece, depone l’eternità dentro i nostri giorni, e ci fa entrare in un mondo di umana e spirituale ricchezza, di novità e di sorprese che hanno portato un santo spagnolo a testimoniare che: “In Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga”. 

Se anche noi, come il cieco guarito, arriviamo a riconoscere in Lui il Signore e lo accogliamo nella nostra esistenza, allora tutto cambia. La vita trova una direzione, il cammino diventa più chiaro, le prove e le fatiche trovano un senso, e soprattutto nasce nel cuore la certezza consolante che non siamo soli.

Ciò che manca all’uomo, dunque, non è qualcosa, ma Qualcuno: gli manca Dio.

 

S.E. Mons. Francesco Cavina (foto Monastero WiFi)


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