Spiritualità – Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, la riflessione sul Vangelo del Vescovo Emerito di Carpi Francesco Cavina:
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Celebriamo, questa domenica, la Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo. Oggi non ricordiamo un evento particolare della vita di Cristo, ma celebriamo la sua Presenza. Il brano del Vangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato ci conduce nel cuore di questo mistero.
Gesù usa parole forti, quasi scandalose per chi lo ascolta: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita». I suoi contemporanei mormoravano, sbigottiti da un linguaggio che appariva crudo, incomprensibile. Ma Gesù non attenua i toni, non usa parole più rassicuranti.
Al contrario, insiste, perché vuole scuoterci dal torpore di una fede puramente intellettuale.
La solennità del “Corpus Domini”
Cosa ci sta dicendo il Signore con queste parole?Ci sta dicendo che Dio non si accontenta di essere guardato da lontano. Non gli basta essere adorato nei cieli e sulla terra. Dio si fa cibo.
Nell’Eucaristia, Gesù non ci dona qualcosa; dona Se stesso. «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Si fa nostro cibo perchè perché noi possiamo finalmente vivere.
Senza questo cibo, noi camminiamo, respiriamo, lavoriamo, ci riposiamo…siamo dunque biologicamente vivi ma spiritualmente spenti. La vita vera, quella che Giovanni chiama “vita eterna”, comincia quando permettiamo a Cristo di abitare in noi e di trasformarci in Lui.
Ma c’è un secondo momento in questa solennità che definisce la nostra identità di cristiani, ed è il momento in cui l’Eucaristia esce dalle mura della chiesa: la Processione.La processione del Corpus Domini non è una sfilata folkloristica, né una semplice manifestazione pubblica di fede.
Portare Cristo nel mondo
Ha un significato teologico e umano profondissimo. Uscendo per le strade delle nostre città e dei nostri quartieri, noi facciamo tre cose fondamentali:
Diciamo, innanzitutto, che la fede non è un fatto privato. Cristo non appartiene solo alle nostre sagrestie o alle nostre devozioni intime. Cristo appartiene al mondo. Portarlo tra le case, sotto i balconi, davanti ai negozi, nei luoghi dove la gente soffre, spera, lavora, ama, significa dire che non c’è nessun angolo della vita umana che sia estraneo all’amore di Dio.
Poi, camminiamo con il passo degli ultimi. In processione si cammina insieme, fianco a fianco, ricchi e poveri, giovani e anziani, sani e malati. Davanti al Signore, che sotto le apparenze del pane, avanza sotto il baldacchino, siamo tutti uguali: un popolo di mendicanti di grazia, in cammino verso la terra promessa. La processione ci guarisce dall’individualismo e ci ricorda che non ci si salva da soli.
Infine, consacriamo la strada. Camminando dietro a Gesù Sacramentato, noi gli chiediamo di benedire le nostre quotidianità spesso ferite. Portiamo a Lui l’ansia dei genitori per i figli, la solitudine degli anziani, la fatica di chi non ha lavoro, il dolore di chi piange. È come se dicessimo: “Signore, vieni a camminare sulle nostre strade diventate sempre più violente, perché abbiamo bisogno che Tu guarisca i nostri cuori come hai fatto quando camminavi nella strade della Palestina”.
Nel Signore c’è la risposta alla sete di infinito, alla paura della morte e della solitudine che attanaglia il cuore dell’uomo.

S.E. Mons. Francesco Cavina (foto Monastero WiFi)














