Serie A, il circo dei trofei gonfiati e dei giudizi istantanei
Scritto da Andrea Ettori il 26 Agosto 2025
C’è una categoria in Italia che riesce a indignarsi con una costanza invidiabile: i commentatori calcistici. Non importa quale sia il tema: se il Milan compra, vende, pareggia i bilanci o semplicemente respira, loro trovano sempre un motivo per arricciare il naso.
Ultimamente il dramma è che il Milan osa preoccuparsi dei conti. Avete capito bene: invece di sbracare miliardi che non ha, la società rossonera prova a non affogare nei debiti. Sacrilegio! Come osi tu, caro Milan, pensare alla sostenibilità quando in Italia abbiamo l’orgoglio di chi ha vinto trofei accumulando montagne di passivi?
Perché, diciamolo chiaramente: qui si celebrano le epopee di club che hanno alzato scudetti e coppe con i libri contabili scritti a matita, pieni di “magie creative” che avrebbero fatto impallidire pure Madoff. Poi magari scopri che i debiti superano il PIL di un piccolo stato europeo, ma intanto i titoloni parlavano solo di “miracolo sportivo” o di “programmazione”
E mentre si bacchetta il Milan per la sua ossessione algebrica, gli stessi che applaudivano chi vinceva col rosso fisso in bilancio oggi fanno la morale. È la solita commedia italiana: cambiano i protagonisti, ma la coerenza resta un optional.
Poi c’è il lato folkloristico: i giudizi sui giocatori. Una volta era Kaká: “Chi è questo brasiliano sconosciuto, l’hanno preso a caso dal campetto di San Paolo?”. Qualche anno dopo, lo stesso “signor nessuno” che si era presentato vestito come un impiegato di banca diventava Pallone d’Oro. Ma la logica non cambia: se i giornalisti non conoscono un nome, allora automaticamente è scarso. Fine della competenza.
E sia chiaro: non voglio mettermi a difendere l’odiatissimo Furlani, attuale AD del Milan. Gli errori li sta facendo anche lui, e non pochi. Ma almeno una cosa sarebbe gradita: un minimo di coerenza nei giudizi. Non si può passare dall’esaltare chi ha costruito imperi su debiti milionari al crocifiggere chi cerca, con tutti i limiti del caso, di mantenere un equilibrio.
Va anche detto che il Milan, nello stato attuale, deve fare fronte proprio a questa realtà: conti in ordine sì, ma senza dimenticare il campo. Il risultato sportivo non può essere ignorato, perché altrimenti il progetto non regge. Però bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere che non siamo più nella Serie A degli anni ’90, quando le squadre italiane potevano spendere qualunque cifra, gonfiare rose infinite e comprare mezza Sud America senza che nessuno battesse ciglio. Quel mondo è finito, e continuare a giudicare il presente con la nostalgia di quel passato non solo è ridicolo, è anche disonesto. Alla fine non è che vi si chieda di risolvere equazioni quantistiche: è “solo” il vostro mestiere. Fatevelo, e possibilmente con un filo di serietà.
In Italia si vince coi debiti e si perde con i bilanci: forse il problema non è il Milan, ma chi ancora racconta il calcio con la calcolatrice scarica.
CREDITS: AC MILAN













