Riaperto il Duomo di Mirandola, l’omelia del Vescovo Francesco Cavina: “Qui c’è il Signore”

Scritto da il 23 Settembre 2019

Riportiamo di seguito l’omelia di monsignor Francesco Cavina*, tenuta sabato 21 settembre in occasione della riapertura del Duomo di Mirandola:

“Oggi la Salvezza è entrata in questa casa!

Cari fratelli e sorelle, l’esclamazione di Gesù – che è appena risuonata tra le volte, i costoni e le pareti rinnovate di questo tempio – costituisce la più bella spiegazione di quanto stiamo vivendo in questa celebrazione. Anche noi possiamo dire: “Sì, oggi, la Salvezza entra in questa casa!” perché noi siamo qui riuniti per riconsacrare al culto divino il ritrovato Duomo di Mirandola.

La Salvezza, dobbiamo avere l’onestà di riconoscerlo, è l’unica cosa essenziale che veramente conta per la vita e per la quale siamo disposti a tutto. Ebbene, il suggestivo rito che stiamo compiendo, ci dice che la Salvezza è qui, alla portata di tutti, ed è sperimentabile tra queste pareti perché si identifica con la persona stessa di Cristo, che ci attira dentro al suo mistero di donazione nell’Eucarestia. Si tratta di una presenza reale quella dell’Eucarestia, se pur misteriosa, che, d’ora innanzi, riempirà questo tempio come un giorno riempì l’abitazione di Zaccheo a Gerico, quando accolse Gesù nella sua casa.

Per avere la stabile e rassicurante presenza di Cristo tra le loro case i nostri padri disposero la costruzione di questo Duomo, mettendo a disposizione delle maestranze le loro energie fisiche e i loro beni materiali, a testimonianza della loro fiducia nella bontà e nell’amore di Cristo e nella consapevolezza che è Lui la pietra angolare su cui costruire una comunità fraterna e solidale.

Per lasciarci coinvolgere nello straordinario evento che stiamo per vivere, osserviamo stupiti la bellezza di uno dei riti più complessi e affascinanti della liturgia della Chiesa cattolica: la dedicazione della chiesa e la consacrazione dell’altare, segno, quest’ultimo, di Cristo che della Chiesa è il fondamento, il Capo, il suo centro propulsore.

Il rito ha avuto inizio davanti alla porta chiusa del Duomo dove al vescovo è stata affidata la chiesa mediante la consegna delle chiavi con le quali ho autorizzato il prevosto ad aprire il portale. Tra poco, terminata l’omelia, canteremo le litanie dei santi, e quindi inseriremo nell’altare le reliquie dei martiri Possidonio ed Odoardo Focherini e quella di San Pio da Pietrelcina, le quali facendo blocco con l’altare ci ricorderanno che la Chiesa attinge da Cristo, presente nell’Eucarestia, la forza ed il coraggio di testimoniare al mondo il suo amore, così da realizzare la comune vocazione di ogni battezzato alla santità.

Poi, la pietra dell’altare e le croci poste sulle pareti del tempio verranno consacrate con il sacro crisma, un olio profumato che dice forza, armonia, bellezza. Con tale gesto la chiesa e l’altare vengono sottratti all’uso profano e “messi da parte” per essere al servizio del Signore. La consacrazione riguarda in modo particolare l’altare perché su di esso si celebra il Sacrificio eucaristico durante il quale il Cielo scende in terra per abitare in mezzo a noi e noi possiamo gridare con gioia: il Signore è in questo luogo. Il Signore abita in mezzo a noi.

Ma per vedere i miracoli che avvengono occorrono occhi nuovi, uno sguardo penetrante e un cuore costantemente in ricerca di Dio, che ci possono venire solo dall’alto. Allora, come Zaccheo facciamo spazio nel nostro cuore a Cristo per lasciarci da Lui convertire. Questo è possibile solo con la preghiera, che sale a Dio, come il profumo dell’incenso. Ed ecco il terzo segno che compiremo: sull’altare divamperà il fuoco ed in esso sarà bruciata una manciata di incenso, segno del sacrificio del Signore Gesù, ed il suo soave e avvolgente profumo riempirà questo tempio. Questa pienezza è immagine di Cristo che continuamente qui ci visita e con la sua presenza ci attira a sé per farci godere della vera vita, quella di Cristo, che San Paolo paragona appunto ad un buon profumo. Le tovaglie che poi ricopriranno l’altare “servono ad avvolgere il corpo e il sangue del Figlio di Dio” (Simeone di Tessalonica). Per questo l’altare sarà preparato e ornato a festa, quale segno che a questa mensa tutti i fedeli si accostano con gioia per nutrirsi del “pane del cielo”.

Il fuoco che verrà acceso sulla mensa dell’altare ci ricorda che il buio nel quale siamo spesso immersi e che ha attinenza con la morte, l’odio, l’ingiustizia sono vinte dalla luce della Resurrezione di Cristo e con quella luce nel cuore possiamo camminare fino alla Terra Promessa, il Paradiso. Quando, poi, la chiesa sarà finalmente illuminata a giorno sentiremo che Cristo ci avvolge nella sua luce e con l’immensità del suo amore ci salva, ci libera dalle fatiche, dalle indolenze e dai nostri peccati, ridonandoci la speranza, che risana e dona vita.

Tutti questi segni hanno un unico scopo: fare sì che la nostra esistenza sia illuminata dal Signore Gesù. Allora davvero questa chiesa potrà divenire tempio santo di Dio: non tanto per le sue pietre morte, che come tutti abbiamo sperimentato possono crollare e distruggersi in un attimo, ma per le sue pietre vive che sono i membri della comunità cristiana che qui si radunano. Il vero Tempio siamo noi, insegna San Paolo, e San Bernardo commenta: “È in te che Dio cerca la santità, per la sua gloria. Bada che nel tuo cuore non ci siano mura cadenti o recinti che crollano, come in certe antiche chiese in abbandono”. Accogliamo, dunque, con gratitudine l’invito che Papa Francesco rivolse, nella indimenticabile visita pastorale a Carpi e a Mirandola, il 2 aprile 2017: “Siate protagonisti della vita della vostra comunità in comunione con i vostri sacerdoti puntando sempre su ciò che è essenziale nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo”.

Cari fratelli e sorelle, sono lieto di vivere insieme a voi questo giorno solenne e grande che a pieno titolo entra a fare parte della storia della Città di Mirandola! Ringrazio S.E. Mons. Erio Castellucci, Amministratore Apostolico, per avermi chiesto di presiedere questo straordinario evento; saluto anche S.E. Mons. Elio Tinti, i confratelli nel sacerdozio, voi carissimi fedeli, le Autorità civili e militari, tutti coloro che hanno lavorato per ripristinare questo Duomo e tutti i benefattori. E poiché il mio saluto, attraverso i mezzi di comunicazione sociale, entra in tante case, desidero rivolgere anche un pensiero alle persone anziane, a quelle provate dalla sofferenza, dall’angoscia, dalla malattia, dalla fatica: a tutti giunga un raggio della luce di Cristo.

Oggi, il nostro cuore deve essere nella gioia; con la consacrazione del Duomo, la Città di Mirandola ritrova la sua anima perché nello spirito di ogni mirandolese il solo nome “Duomo di Mirandola”, ieri come oggi, rimane un canto di nobile fierezza e di speranza e richiama una storia che va avanti nonostante tutto; una Mirandola che non si è lasciata piegare dalla drammaticità degli eventi, ma è stata capace di risorgere dalle macerie del terremoto.

Le nostre voci oggi si uniscono alle tante voci dei nostri antenati che hanno voluto questo Duomo come monumento della preghiera. In mezzo al frastuono degli eventi, all’agitazione della vita, alle lotte tra il bene ed il male prestiamo orecchio alla voce del Duomo. Il Duomo, con il suo campanile, che quasi assume la missione di guardiano vigile di questa città, sembra ripetere senza posa a tutti coloro che passano: “Qui c’è il Signore”. Anzi il Duomo stesso sembra essere un invito ad accogliere nella vita il Signore Gesù. Si, carissimi fratelli e sorelle, il Duomo nella sua bellezza restaurata è qui a ricordarci che solo guardando al Signore che ci ama e dà la Sua vita per noi, possiamo trovare la forza di sfidare ogni frattura, ogni crepa della nostra vita perché tutto quello che Lui tocca diventa nuovo e si riempie di vita. Lui vive e ci vuole vivi!

Volgiamo, infine, il nostro sguardo a Maria santissima, Madre nostra e Madre della Chiesa perché ci insegni sempre a guardare al Cielo. A lei mediatrice di ogni grazia chiediamo il dono di riconoscere e seguire sempre Cristo per vivere la nostra sublime vocazione di figli di Dio, offrendo a Lei le nostre gioie, i nostri dolori, le nostre speranze, affinché il suo sguardo misericordioso si posi su tutti noi e su quanti soffrono nel corpo e nello spirito. E così sia.”

*Vescovo Emerito di Carpi

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