Di solito, quando ci rivolgiamo al Dott. Ezio Pellicano, lo facciamo per esplorare le pieghe più intime della psiche. Oggi, però, la Redazione ha deciso di proporgli una sfida diversa, spostando il focus sulla Psicologia dello Sport

Di solito, quando ci rivolgiamo al Dott. Ezio Pellicano, lo facciamo per esplorare le pieghe più intime della psiche. Oggi, però, la Redazione ha deciso di proporgli una sfida diversa, spostando il focus sulla Psicologia dello Sport.
E non si tratta della solita intervista. Ci siamo chiesti, cosa passa per la testa di un attelata amatore quando decide di affrontare una sfida come una 100 Km? Come gestisce mentalmente questi 100 km e cosa resta a fine viaggio?
Per darci una risposta, abbiamo chiesto al Dottore di voltare lo specchio verso se stesso. Il risultato che vi presentiamo è un’autointervista unica e coraggiosa. Da una parte c’è il professionista che analizza, decodifica e dà un nome alle dinamiche mentali; dall’altra c’è l’atleta amatore che ha appena concluso, con le gambe ancora pesanti la sua prima 100 km, la storica 100 km del Passatore da Firenze a Faenza. ….
Abbiamo scelto questa strada perché la 100 km non è una semplice gara, ma un rito di passaggio. E per comprenderne davvero le dinamiche psicologiche, la gestione dell’Ego, la “Notte Oscura dell’Anima” e la successiva catarsi , bisogna averle sudate e sofferte in prima persona.
Tuttavia, se la prima volta è un viaggio iniziatico alla scoperta dei propri confini, rimane aperto un enigma affascinante: cosa spinge un amatore a tornare volontariamente in quel territorio estremo per una seconda volta?
Per rispondere a questa domanda, l’analisi introspettiva del Dott. Pellicano non basta più. Serve lo sguardo di chi quel muro lo ha già abbattuto più di una volta. Per questo, sul finale di questo pezzo, ci sarà un cambio, tre domande precise saranno rivolta a Giulia (43 anni ,mamma e lavoratrice) un’atleta conosciuta per caso lungo i 100 km del Passatore, che porta già questa impresa nel suo bagaglio. A lei il compito di svelare cosa si muove davvero nella mente di chi, dopo aver toccato il fondo e toccato il cielo, decide di allacciarsi di nuovo le scarpe e ricominciare tutto da capo. La lettura è un po’ lunga ma vi consigliamo di arrivare fino alla fine.
Dott. Ezio Pellicano: Iniziamo dall’etimologia, è il punto da cui parto sempre con i miei pazienti, ma oggi lo chiedo a te. “Amatore” deriva dal latino amare. Tu, che hai una vita, un lavoro, degli affetti, perché diavolo hai deciso di iscriverti alla tua prima 100 km da Atleta Amatore?
Ezio: Esattamente per quel motivo, per amore. Non l’ho fatto per rispettare un contratto, per uno stipendio o per dovere. Ho avvertito una spinta intrinseca fortissima, un bisogno quasi esistenziale di conoscersi. Nella vita quotidiana la routine a volte sta stretta, ti appiattisce. Iscriversi a una 100 km, ma soprattutto fare Sport ed alzare l’asticella, è stata la mia risposta a quella sensazione. Non volevo battere nessuno, volevo solo rispondere a una domanda: “Fin dove si spinge davvero il mio confine?”. È una ricerca di senso, un modo per ricordarmi chi sono e magari scoprire quel qualcosa che può nascondersi solo oltre i nostri limiti mentali.
Dott. Ezio Pellicano: Questa scelta comporta mesi di allenamenti durissimi spesso in solitaria e nelle condizioni di orario e meteo più scomode. Ho osservato come rubavi tempo al sonno, agli affetti, al riposo. Cosa succedeva nella tua mente in quei mesi bui di preparazione?
Ezio: Iniziamo col dire che un progetto di questa portata non inizia con il primo chilometro corso, ma nel momento in cui cominci ad approcciarti con curiosità all’idea. Il vero “start” scatta nel preciso istante in cui dici a te stesso: “Ok, facciamolo”. Da quel momento, un anno fa, è iniziato il viaggio che mi ha portato a Faenza. Quello che è accaduto in questi mesi non è stato solo un adattamento fisico, ma qualcosa di silenzioso e fondamentale: la costruzione di quella che tu chiami la “Fortezza Interiore”. Ogni volta che le gambe erano di piombo, fuori pioveva, eppure io decidevo di uscire lo stesso, stavo vincendo una micro-battaglia. Ho imparato a negoziare con la mia parte pigra, a spuntarla, trasformando il sacrificio in un patto sacro con me stesso. Quando sono arrivato alla linea di partenza, non avevo solo le gambe allenate. Avevo accumulato un capitale prezioso di autostima e resilienza. Avevo interiorizzato due verità assolute: “Io posso fare cose difficili” e “La solitudine non è un vuoto, è la mia forza”.
Pian piano, senza accorgermene, ho smesso di vedere i miei limiti come muri invalicabili, imparando invece a riconoscerli, a mapparli e a rinforzare le strategie per anticiparli e gestirli. Oggi, guardando indietro, non vedo la fatica di quest’ultimo anno, ma solo un ricordo luminoso per tutto ciò che ho imparato su chi sono veramente.
Dott. Ezio Pellicano: Arriviamo al giorno della gara. Psicologicamente, come hai gestito una 100 km nella tua esperienza?
Ezio: Nonostante il mio bagaglio fisico si fermasse a 46 km, non mi sono mai sentito impreparato. Lo studio del percorso e i consigli del mio coach mi avevano blindato mentalmente, preparandomi a prevenire il peggio. Ho suddiviso il viaggio in tre atti. Il primo, fino al 50° chilometro, è dominato dall’Euforia e dalla gestione dell’Ego. Il corpo risponde, l’adrenalina sale, la folla spinge. Il pericolo insidioso qui è l‘arroganza: la tentazione di correre troppo forte per cercare una gloria effimera. Il mio vero lavoro mentale è stato l’umiltà: frenare la mente per salvare il corpo. Perché, alla fine, non dovevo dimostrare nulla a nessuno. C’eravamo solo io e il mio obiettivo.
Dott. Ezio Pellicano: E poi può arrivare il muro. Cosa succede tra il 50° e il 75° chilometro?
L’Atleta: Inizia il 2 atto! È lì che si apre la “Notte Oscura dell’Anima”. Quando le scorte calano, il corpo urla e la mente razionale vacilla. È l’istante in cui la parte più istintiva sussurra le domande più insidiose: “Chi me lo fa fare? Non sono fatto per questo”. In quel frangente, ho attivato la strategia del “controdialogo”. Non per combattere il dolore, sarebbe una battaglia impari , ma per normalizzarlo, impedendo al “Governatore Centrale” del cervello di tirare il freno a mano e spegnere tutto per autoprotezione. Dovevo solo ricordarmi, con fermezza, che quel disagio era previsto, fisiologico e gestibile. La vera svolta, però, è arrivata trasformando quella normalizzazione in una resa attiva. Smettendo di oppormi alla fatica, sono scivolato in quello che in Psicologia si definisce flow o stato di flusso, una sorta di veglia meditativa. La percezione del tempo si è dilatata, il dolore è diventato un mero sfondo , le maschere sociali e le ansie quotidiane sono cadute. Mi sono fuso con il movimento, lasciando spazio solo all’essenza nuda della persona, completamente assorbita nel presente. Ogni passo e diventato un atto automatico e fluido.
Dott.Ezio Pellicano: È un’immagine potente. Ma se non ti ritiri, cosa accade nell’ultimo tratto? Come si spiega il fatto che tu sia arrivato fino in fondo?
Ezio: Ha inizio il terzo atto. Se superi quella crisi, avviene un miracolo neurologico e psicologico. Dal 75° chilometro in poi, il cervello, per difenderti, inonda il corpo di endorfine e cannabinoidi naturali. L’Ego, che tanto aveva sofferto, muore definitivamente. Negli ultimi chilometri non sentivo più di “correre”: ero il movimento. C’era una pace interiore assoluta, una connessione profonda con il paesaggio e con me stesso. Sono arrivato al traguardo non per la forza muscolare, ma per una specie di giusta e normale conclusione inondata di benessere.
Dott. Ezio Pellicano: C’è un elemento che spaventa molti: la solitudine. Anche in mezzo alla folla, si resta soli con i propri pensieri per ore. Come hai trasformato questo potenziale nemico in un alleato?
Ezio: Non l’ho subita, l’ho attesa. Sapevo che, in assenza di punti di riferimento, quel vuoto avrebbe potuto generare ansia. Per questo l’ho “allenata” fin dalle prime uscite, ripetendomi un mantra: “La solitudine è la tua forza: hai già tutto ciò che ti serve”. Così, quel silenzio ha smesso di essere un’assenza per diventare una compagnia intima. Ho imparato a parlarmi con gentilezza e fermezza, scoprendo che, alla fine, ero diventato il mio migliore alleato.
Dott.Ezio Pellicano: Ultima domanda. La gara è finita, la medaglia è appesa al muro. Cosa rimane nella tua mente ora che sei tornato alla “normalità”?
Ezio: I giorni dopo sono stati particolari, un misto tra tristezza (per il percorso finito ) e smarrimento. Quello che ho notato è che si verificato un vero e proprio reset delle priorità. Improvvisamente, le piccole frustrazioni della vita quotidiana hanno perso tutto il loro peso. Sembrano irrilevanti. Nel mio intimo so di aver attraversato una prova difficile. Questo mi ha lasciato una serenità, una calma e una consapevolezza di me che nessun’altra esperienza sportiva “classica” mi aveva mai donato.
Sintesi Psicologica: Quello che ho appreso dalla mia esperienza è che andare oltre i propri limiti, può aiutarci a sviluppare una straordinaria capacità di mentalizzazione (saper leggere i propri stati interni) e di regolazione emotiva (saper gestire il panico della crisi trasformandolo in flusso). In conclusione, passa la vita intera. Passa la paura di non essere abbastanza, che viene guardata in faccia e superata. Passa la consapevolezza che il dolore non è un nemico da abbattere, ma un compagno di viaggio da ascoltare, finché non si fonde con noi e ci rivela, passo dopo passo, la nostra invincibile essenza.
Dott. Ezio Pellicano: Ora veniamo a Giulia ,45 anni, mamma e lavoratrice che pratica la corsa da quasi 2 anni ed è alla sua seconda edizione della 100 km del passatore. Ciao Giulia, sei alla tua seconda 100 km. Com’è andata la prima edizione e qual è il “nuovo patto” che hai stretto con te stessa per questa? Cercavi una prestazione migliore o una qualità dell’esperienza diversa?
Giulia: La prima volta (2025) è stata un salto nel buio. Dopo un buon inizio, al Passo della Colla è iniziato il “disastro”: malesseri, freddo intenso e sonno mi hanno costretta a camminare. Ma la testa ha preso il comando al 100%: mi sono aggrappata alla bellezza del paesaggio notturno e al suono rassicurante del fiume Lamone, tagliando il traguardo in 19 ore e 7 minuti con una gioia incontenibile. Perché ripeterla? Mi martellava un pensiero: “Chissà com’è farlo scongiurando gli imprevisti e allenandosi un po’ meglio?”. Il nuovo patto per il 2026 è stato chiaro: rivivere l’avventura, ma godendomi il viaggio km dopo km, consapevole delle insidie. Serviva più coraggio, perché sapevo cosa mi aspettava. Risultato? Meno ansia, più adrenalina positiva e un tempo inferiore di quasi tre ore. Doppia soddisfazione.
Dott. Ezio Pellicano: La prima volta il “muro” ti ha colto di sorpresa. Quest’anno, sapevi che quel momento sarebbe arrivato. Questa consapevolezza ha reso la gestione del dolore più facile, o ha creato un’ansia anticipatoria?
Giulia: Ho lavorato per non farmi condizionare dal passato, pensando: “Peggio dell’anno scorso non può andare”. Quella consapevolezza era come un campanello d’allarme, ma invece di paralizzarmi, mi ha tenuta concentrata e determinata. Ho preparato strategie alimentari e uno zaino con abbigliamento pesante per evitare di ripetere gli errori precedenti. Mentalmente ero pronta a tutto. Il mio mantra è diventato: “Soffrire, resistere, avanzare. A Faenza ci arrivo!”. E tutto ha funzionato perfettamente.
Dott. Ezio Pellicano: La prima 100 km ti ha dato una nuova identità. La seconda volta, però, porta con sé la pressione invisibile di non deludere le aspettative. Hai sentito questo peso? Come hai ritrovato la leggerezza del primo tentativo?
Giulia: Bella domanda. Anche se la regola d’oro del Passatore è “solo arrivare”, non posso negare di aver pensato: “Questa volta devo impiegare meno tempo”. È una trappola sottile: ti aspetti che vada bene sempre, ma non è così automatico. Obiettivamente, avendo impiegato un’eternità la prima volta, mi aspettavo di migliorare, ed è successo. Ma la vera leggerezza l’ho ritrovata nei giorni successivi, realizzando il valore dell’impresa e della fatica dedicata. Lì ho capito che il tempo conta poco. Ciò che ha vero valore è quella scritta “ultimo chilometro” e quella medaglia, che solo chi ha fatto il Passatore può davvero comprendere. La runner amatoriale è viva in me più che mai: senza tempi da rispettare, ma con nuovi traguardi da raggiungere.
La frase chiave di Giulia – “Chissà com’è farlo scongiurando gli imprevisti” – svela un potente pensiero controfattuale ascendente. La mente non archivia il trauma, ma simula una versione “migliore” di sé. Non si tratta di nostalgia, ma di un vero progetto identitario: il desiderio di incontrare la persona che non ha potuto essere in quella notte di pioggia e freddo.
Qui avviene una ristrutturazione cognitiva spontanea: il dolore diventa lo sfondo necessario che esalta la bellezza, in un classico esempio di crescita post-traumatica. L’esperienza estrema non viene semplicemente superata, ma integrata e trasformata in significato profondo.
Quando afferma “Peggio dell’anno scorso non può andare”, attiva un perfetto ancoraggio psicologico. La prima volta l’ansia nasceva dall’ignoto totale; ora il “mostro” ha un nome e un chilometro preciso. Paradossalmente, conoscere il dolore lo rende gestibile: l’ansia si trasforma in preparazione, e la mente passa dal dubbio paralizzante (“Ce la farò?”) alla strategia lucida (“Come lo gestirò?”), segno di una autoefficacia ormai consolidata.
Giulia non torna a Faenza per una medaglia. Torna per incontrare quella versione di sé che solo nel buio e nella fatica può emergere. E questa, signori, non è follia: è la forma più alta di amore per se stessi.
Redazione: Siamo giunti al termine di questa “strana” e particolare intervista. Quale messaggio si sente di lasciare.
Dott. Ezio Pellicano: Oltre il confine che la nostra mente traccia per proteggerci, non ci sono mostri. C’è solo uno spazio vuoto, in attesa di essere abitato. Lì, in quella terra di nessuno, risiede quella che spesso chiamiamo “la versione migliore di noi stessi”. Non è un traguardo da conquistare con la forza, ma un’essenza da riconquistare. Sta lì, immobile, e sta solo a noi trovare il coraggio di andare a riprendercela.
Che il percorso sia di 5, 20 o 100 chilometri, la distanza fisica perde ogni significato. Ciò che conta davvero è l’atto rivoluzionario di far crollare quel muro invisibile che restringe l’orizzonte del nostro potenziale. La corsa, in questo, non è che un pretesto: un veicolo nobile per un viaggio che è, prima di tutto, interiore.
Il vero ostacolo non è la fatica delle gambe, ma il peso silenzioso che portiamo nella testa. Passiamo gran parte della nostra esistenza appesantiti da “pensieri zavorra”: dubbi, paure, il giudizio altrui, la fretta. Un carico invisibile che ci impedisce di fluire, di esprimerci nella nostra forma più pura e originaria. Quella per cui siamo nati: pensare con libertà, muoverci con grazia, interagire con autenticità e ragionare con il cuore.
Lasciare andare quella zavorra non è un atto di rinuncia, ma di liberazione. Perché quando smettiamo di correre dalle nostre paure e iniziamo a correre verso la nostra essenza, scopriamo una verità semplice e potente: l’unico vero limite era quello che avevamo deciso di credere.
Dedico questo viaggio alla mia FAMIGLIA per la pazienza, alla RUNNER TEAM CARPINETO e alla RUNNER TEAM COLLEFERRO per il supporto emotivo durante l’anno e logistico il giorno della gara. Al mio Coach SIMONE CELLINI ( R451) per i consigli e l’ottima preparazione……ma soprattutto a tutti coloro che si sono messi in gioco o che decideranno di farlo. W LO SPORT












