
Avv. Barbara Sabellico
Avvocato, molto spesso associamo l’intelligenza artificiale agli esperti informatici, oppure a persone che operano nei settori tech, eppure lei sta facendo un lavoro di divulgazione tra i temi che riguardano i diritti e la loro interazione con l’intelligenza artificiale. Come si incontrano questi due ambiti apparentemente distanti?
Oggi diritto ed intelligenza artificiale sono molto più vicini di quanto sembri. Steve Jobs sosteneva che “la tecnologia da sola non basta: è la tecnologia unita alle liberal arts e alle humanities che produce i risultati che fanno cantare il cuore”.
A me piace però porre l’attenzione sul pensiero in ordine all’uso della tecnica da parte di un filosofo tedesco che, al di là della sua storia controversa, affermò che la domanda più urgente non è come costruire macchine intelligenti, ma come rimanere intelligenti noi stessi.
Il diritto mette le persone ed i valori al centro, l’IA porta potenza e velocità. Il loro incontro genera progresso solo se guidato da consapevolezza.
Ogni volta che posso dico alle persone di non temere questa contaminazione e di essere protagonisti informati, cittadini digitali attenti e creativi. La vera innovazione nasce quando mondi diversi dialogano.
Le neurotecnologie hanno implicazioni di natura etica e giuridica, quali crede siano le cose principali di cui tenere conto in questo senso?
Le neurotecnologie toccano la sfera più intima dell’essere umano: pensieri, emozioni, scelte.
Ecco perché serve un diritto dinamico, capace di tutelare la dignità e la libertà della persona. Bisogna porsi domande profonde; tutti dovremmo sapere che essere consapevoli delle potenzialità e dei rischi delle neurotecnologie è il primo passo per difendere il proprio futuro. Solo mettendo l’essere umano al centro possiamo costruire una tecnologia davvero inclusiva e benefica.
Ma oltre al diritto, serve anche un’etica condivisa: dobbiamo riflettere su chi controlla questi dati, chi decide gli usi di queste tecnologie, chi è responsabile degli abusi. La vera sfida sarà garantire che libertà interiore, identità personale e integrità mentale restino sempre inviolabili — difendendo ciò che ci rende unici.
La neuroscienziata Rita Levi-Montalcini ci ricorda che: “Le nuove tecnologie devono essere a servizio dell’uomo, non il contrario”.
Occorre nella vita di tutti i giorni di non smettere di essere curiosi, informati ma anche critici: la vera forza, oggi, è la consapevolezza. Solo così, insieme, potremo scegliere un futuro dove la tecnica non sostituisce l’umanità, ma la esalta e la protegge.
Recentemente ha partecipato al TEDx di Modena dove ha parlato di neurodiritti, di cosa si tratta?
I neurodiritti sono diritti che emergono davanti alla capacità delle tecnologie di interagire col nostro cervello e i nostri dati mentali. Parliamo di privacy cognitiva, identità personale, libertà di pensiero e di autodeterminazione neurale.
Difendere i neurodiritti significa assicurare che ciò che pensiamo e sentiamo resti un nostro spazio inviolabile, in una società dove anche i nostri dati cerebrali sono patrimonio prezioso.
Oggi stiamo vivendo una rivoluzione silenziosa ma potentissima: le tecnologie sono in grado di leggere, influenzare o addirittura modificare le nostre attività mentali. Per questo motivo, i neurodiritti devono essere la nuova frontiera dei diritti umani. Significa, in pratica, garantire a ciascuno di noi di essere “padrone della propria mente”, senza interferenze esterne e senza rischi di manipolazione, sorveglianza o discriminazione basate sulle nostre attività cerebrali.
Dobbiamo essere consapevoli che difendere i neurodiritti vuol dire difendere la propria unicità, creatività e libertà di scegliere chi essere ― anche davanti ai giganti della tecnologia. Sognare un mondo digitale aperto, inclusivo, libero e sicuro è possibile, se ci impegniamo perché i nostri diritti più profondi crescano insieme all’innovazione.
Il futuro sarà davvero umano solo se proteggiamo ciò che ci rende profondamente umani ― la mente, i pensieri, la libertà di immaginare e cambiare, una sorta di “costituzione mentale”, un nuovo patto sociale che protegga la creatività, la spontaneità e la dignità della persona, anche nel mondo digitale.
L’avvento delle nuove tecnologie può cambiare il rapporto avvocato-cliente? Se sì, come?
Assolutamente sì: le tecnologie rendono il rapporto più diretto, trasparente e accessibile. Le persone possono chiedere una consulenza dal proprio smartphone, verificare processi digitali, dialogare in modo più semplice. Il compito dell’avvocato rimane quello di essere ascolto, empatia e guida: la tecnologia è una possibilità in più, ma la fiducia nasce da persone reali che si parlano con chiarezza.
D’altronde già dai tempi del covid era possibile fissare una consulenza direttamente online, anche da lontano, grazie a piattaforme di videochiamata o app dedicate. Così anche chi abita in piccoli centri può trovare il professionista giusto per il suo caso.
I chatbot legali e le intelligenze artificiali possono dare le prime informazioni, aiutando il cliente a orientarsi, ma il valore dell’avvocato sta nel creare una relazione di fiducia, nel capire la persona, i suoi bisogni e le sue paure.
Le tecnologie stanno poi favorendo una maggior trasparenza: ognuno può seguire l’avanzamento del proprio caso, avere accesso a documenti in ogni momento e comunicare con il proprio legale senza barriere di tempo o spazio.
La vera trasformazione sta nel fatto che la tecnologia cambia strumenti e modalità, ma il cuore della professione resta la relazione umana.
Saper usare la tecnologia in modo consapevole significa offrire un supporto più rapido e vicino, senza perdere la capacità di ascoltare davvero chi ci sta di fronte. In questo modo, la digitalizzazione non sostituisce la fiducia, ma la rende ancora più solida creando quei famosi ponti tra umanità e tecnologie di cui ho parlato anche nel mio intervento al Tedx di Modena.
Quale sono secondo lei i principali pericoli e le principali opportunità in questo senso?
La più grande opportunità è la democratizzazione dell’accesso alla giustizia: tutti, anche i più giovani o svantaggiati, possono informarsi e difendere i propri diritti. Oggi basta uno smartphone per accedere a risorse legali, ricevere consulenza online, utilizzare piattaforme che spiegano i propri diritti in modo semplice e comprensibile. Questo rende la giustizia davvero alla portata di tutti, superando barriere geografiche o economiche. Sono sempre più diffusi progetti nelle scuole e nei centri giovani dove gli esperti spiegano la legge con video, quiz interattivi e social: un modo nuovo di imparare a tutelarsi.
Dall’altro lato, il rischio maggiore è quello dell’automatismo: affidarsi alle macchine o agli algoritmi senza spirito critico può portare non solo ad errori, ma anche a discriminazioni nascoste, come quando un sistema automatico nega l’accesso a un servizio solo perché “decide la macchina”, senza che nessuno verifichi veramente. Ci sono già casi, ad esempio, di algoritmi di selezione del personale che ripetono pregiudizi o di chatbot legali che danno consigli sbagliati se non vengono controllati da esseri umani.
Serve quindi un uso consapevole e responsabile: la tecnologia è uno strumento straordinario solo se rimane al servizio della persona.
E aggiungo: la consapevolezza digitale non si compra, si conquista ogni giorno con curiosità e attenzione; è più che mai importante che ognuno di noi sviluppi il proprio pensiero critico, chieda sempre “perché” e pretenda che anche l’innovazione rispetti i diritti di ognuno di noi.
Solo così la tecnologia diventerà davvero una opportunità e non un pericolo per la nostra libertà.
L’Italia è fatta prevalentemente di piccole e medie imprese, che consiglio si sentirebbe di dare, come avvocato, ad un’azienda che voglia approcciarsi a queste nuove tecnologie?
Alle imprese consiglio di investire nella formazione digitale e giuridica: conoscere le regole è il primo passo per sfruttare appieno le tecnologie, evitando rischi e valorizzando gli investimenti. Non serve essere multinazionali per innovare: la flessibilità delle PMI italiane può trasformarsi in vantaggio competitivo, se abbinata a una cultura della legalità digitale.
Per esempio, anche una piccola azienda può adottare software di intelligenza artificiale per ottimizzare la produzione, migliorare il servizio clienti, analizzare i dati di mercato o anticipare le tendenze.
Ed è fondamentale conoscere obblighi normativi come la privacy (GDPR), la sicurezza informatica e i nuovi regolamenti sull’uso responsabile dell’IA: una consulenza legale adeguata garantisce tranquillità e tutela in caso di controlli o dispute.
Le PMI possono partecipare a reti di innovazione, bandi regionali e iniziative di formazione gratuita promosse dalle camere di commercio, per accedere a strumenti digitali e fare squadra con altre realtà del territorio; il programma nazionale di investimenti da un miliardo di euro dedicato a PMI e start up segna la volontà di promuovere l’adozione responsabile e diffusa dell’AI.
Ai giovani imprenditori suggerisco di investire in competenze e cultura digitale unendo tradizione e innovazione ed allo stesso tempo mantenendo alta l’attenzione ai valori etici che fanno grande l’impresa italiana.
D’altronde la legge appena approvata rende l’Italia il primo paese europeo a dotarsi di un quadro normativo nazionale che integra l’AI Act europeo e disciplina in modo organico sviluppo, adozione e governance dell’intelligenza artificiale: un segnale forte ove l’innovazione viene riportata all’interno dell’interesse generale, orientando la tecnologia sia verso la crescita sia verso la piena tutela dei diritti fondamentali e dei cittadini.













