
Fulvio Bertuccelli, curatore del libro “Behçet Sabit Erduran – La battaglia di Gallipoli. I diari del medico di Atatürk” (Sandro Teti editore)
Come nasce il libro “La battaglia di Gallipoli”
Tutto è iniziato nel 2019, durante una chiacchierata informale con l’editore Sandro Teti. Entrambi notavamo un vuoto nel panorama italiano: la mancanza della “prospettiva ottomana” sulla Prima Guerra Mondiale.
Proprio in quel periodo, io mi stavo dedicando allo studio delle politiche della memoria nel contesto turco contemporaneo e mi ero imbattuto in questo diario singolare, perduto e ritrovato dopo decenni, con una storia così rocambolesca da richiamare un espediente letterario di un’opera di fiction.
Di questo libro mi ha colpito subito la sua capacità di unire il racconto intimo del medico militare al grande affresco della Storia.
Perché la battaglia di Gallipoli è importante per la storia della Prima Guerra Mondiale
Per comprendere pienamente l’importanza di questa battaglia è necessario tornare alla fatale scelta ottomana di entrare in guerra a fianco degli Imperi Centrali. Per l’Impero Ottomano, entrare in guerra fu un tentativo disperato di fermare il proprio declino e invertire il processo di erosione territoriale ottomana che aveva preso le mosse già dal XIX secolo col rafforzamento dei nazionalismi balcanici.
Non c’era un grande entusiasmo popolare “interventista”, la società era già stremata da anni di conflitti, dalla guerra Italo-Ottomana per la Libia, alle Guerre Balcaniche.
D’altra parte, per le potenze potenze dell’Intesa, Gran Bretagna in primis, l’Impero Ottomano, il “malato d’Europa” era l’anello debole ideale per ribaltare le sorti di un conflitto che nei primi mesi sembrava favorire gli Imperi Centrali.
L’operazione, fortemente incoraggiata da Winston Churchill, all’epoca lord dell’Ammiragliato, era semplice: forzare lo stretto dei Dardanelli, rovesciare il governo dei Giovani Turchi ed estromettere gli Ottomani dalla Grande Guerra. Eppure, le truppe franco-britanniche si trovarono davanti una resistenza feroce che li costrinse a una dolorosa ritirata.
In questo senso Gallipoli è stato uno snodo storico. La storia non si fa con i se ma senza la vittoria ottomana a Gallipoli, forse il destino dello Zar in Russia sarebbe stato diverso e non avremmo assistito all’ascesa di Mustafa Kemal Atatürk, il padre della Turchia moderna.
Anche se ha soltanto ritardato di pochi anni il collasso di un Impero ritengo che sia stato uno di quei momenti in cui il mondo ha cambiato direzione.
Chi era Behçet Sabit Erduran e cosa l’ha colpita più di questo personaggio?
Erduran si forma a Istanbul, dapprima nel regime di riformismo autocratico del sultano Abdülhamid II, successivamente sotto il governo dei Giovani Turchi che assunse il potere dopo la rivoluzione costituzionale del 1908.
Era un medico militare, un uomo colto che incarnava i dilemmi della sua generazione. Si era formato sui testi occidentali, ammirando nazioni come Francia e Gran Bretagna come fari di progresso, per poi ritrovarsele davanti come nemici brutali. Inoltre, Behçet Sabit, per quanto devoto suddito del Sultano e fervente sostenitore del patriottismo ottomano, era uno spirito critico attento a segnalare le carenze nella conduzione delle operazioni e le difficoltà incontrate sul campo.
Al tempo stesso, leggendo il suo diario, ciò che traspare è un senso di profonda solidarietà non soltanto nei confronti dei propri commilitoni, ma anche dei soldati nemici, che non vengono mai deumanizzati.
Più tardi Erduran continuerà a operare come medico di campo durante la guerra di Liberazione (1919-1923), e avrà in cura anche Mustafa Kemal, per poi affermarsi come un punto di riferimento di statura nazionale nel campo della medicina.
Quali sono, dal suo punto di vista, gli aspetti più interessanti che emergono dal diario?
Direi che il libro poggia su due pilastri. Il primo è quello emozionale: il diario ci restituisce il “vissuto” autentico dei soldati ottomani. Non troviamo solo il desiderio di riscossa contro le potenze europee, ma anche sentimenti molto umani come la pietà per il nemico, l’apprensione, la noia delle trincee e persino il disappunto verso certi ordini ricevuti.
Il secondo è l’eccezionale valore documentario che ci aiuta a capire il funzionamento della catena di comando ottomana.
In più, Erduran trascrive circolari e telegrammi ufficiali e in certi casi le sue testimonianze e il suo spirito di osservazione ci permettono di gettare nuova luce su alcuni episodi specifici della battaglia che hanno animato il dibattito tra gli storici.
C’è un aspetto quasi poetico-letterario in certi passaggi (“Nella volta celeste gremita di stelle, risuonavano gli echi dei boati” pp. 112, oppure “Il verde delle colline si è tinto del colore delle fiamme. Stanotte si è levata in cielo una luna rossa, anche il suo volto è inorridito da questo panorama spettrale” pp. 153). Le chiederei un commento su questo aspetto.
Passaggi come questi ci fanno capire che Erduran aveva una sensibilità fuori dal comune. Riusciva a descrivere la bellezza del cielo stellato o dei tramonti sui Dardanelli un attimo prima che venissero squarciati dagli shrapnel e dal boato dei cannoni.
Questa contrapposizione tra la maestosità della natura e l’assurdità della distruzione umana rende il diario non solo un documento storico ma a tratti anche un’opera letteraria.
Oggi sentiamo il tema della guerra tornato prepotentemente presente, da studioso trova analogie tra questa storia e ciò che viviamo oggi?
Purtroppo sì, e sono inquietanti. Nel 1915, i britannici erano convinti di poter risolvere tutto con una rapida “operazione chirurgica”, un “regime change” diremmo oggi, contro un nemico dato per spacciato.
Credevano ciecamente nella loro superiorità tecnologica, ma quell’illusione si trasformò in una lunga e logorante carneficina. È uno schema che, se guardiamo ai conflitti attuali, continua tragicamente a ripetersi. Ma c’è un parallelo ancora più ampio. Oggi, proprio come alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, percepiamo questa sensazione di scivolare inesorabilmente verso il conflitto.
Termini come “riarmo” e “militarizzazione” sono tornati a dominare il dibattito pubblico. E ieri come oggi, dietro la narrazione della minaccia esistenziale, ad acquisire centralità sono i complessi militari-industriali, trainati oggi anche dal nuovo, immenso business delle armi basate sull’Intelligenza Artificiale.
Penso che questo sia un dato che nessuna narrazione “epica” della guerra deve farci dimenticare.
La grande battaglia di Gallipoli

“La grande battaglia di Gallipoli del 1915, tanto poco conosciuta in Italia quanto impressa nella memoria storica di Turchia, Nuova Zelanda e Australia, che ogni anno celebrano il sacrificio di migliaia di loro connazionali, viene qui narrata dal punto di vista ottomano. Il giovane medico Erduran descrive vividamente l’eroismo e la barbarie dell’ultima vittoria dell’agonizzante Impero Ottomano”.
Il libro
“Con il suo diario – celato per un secolo e rocambolescamente rinvenuto a Çanakkale – il medico militare Erduran restituisce al lettore la suggestiva istantanea di un terribile scontro della Prima guerra mondiale, la battaglia di Gallipoli, che ha costituito l’ultima straordinaria vittoria dell’agonizzante Impero Ottomano e che oggi funge da drammatico evento fondativo per Nuova Zelanda e Australia. Attraverso i dettagliati racconti delle operazioni belliche narrate dal futuro medico di Atatürk e una ricca prefazione di Franco Cardini, il lettore viene trasportato nell’immaginario, nei sogni e nelle emozioni dei soldati al fronte. Il testo, riccamente illustrato e corredato da una dettagliata cronologia, è reso agevole dall’eleganza narrativa dell’autore, alto esponente della cultura ottomana”.
Behçet Sabit Erduran
“Behçet Sabit Erduran (1886-1980) nasce a Istanbul nel quartiere di Sultanahmet, figlio di Mehmet Sabri Bey, funzionario statale, e di Emine Nazmiye Hanım, proveniente da una famiglia di ufficiali. Studia medicina presso la Darülfünun di Istanbul e presta servizio come medico di campo durante le guerre balcaniche (1912-1913). Dopo un soggiorno a Berlino nel 1917, in epoca repubblicana diviene uno dei principali pionieri della chirurgia in campo urologico. Sua figlia, Ayla Erduran (1934), è una celebre violinista di livello internazionale”.







