Ipswich 2000/2001: la favola che ha segnato una città. L’intervista al bomber Marcus Stewart

Scritto da il 21 Settembre 2026

La stagione 2000/2001 dell’Ipswich Town è una delle storie più luminose e inattese della Premier League moderna. Una neopromossa che avrebbe dovuto lottare per la salvezza e che invece si ritrovò a correre verso l’Europa, trascinata da un gruppo unito, da un allenatore con idee chiare e da un attaccante che visse l’anno più brillante della sua carriera: Marcus Stewart. Vent’anni dopo, Stewart ripercorre quei mesi con una lucidità che non cancella la nostalgia, ma la rende più viva.

Ipswich Town’s Marcus Stewart (C) celebrates with team mates (L-R) Matt Holland, Jim Magilton, James Scowcroft and Jermaine Wright after scoring against Liverpool during their Premier League match at Anfield December 10, 2000. Ipswich Town beat Liverpool 1-0.
IH/PS/CLH/

Il primo ricordo che gli torna alla mente è la sensazione di essere parte di qualcosa di speciale. «Quando guardo indietro, dopo quasi vent’anni di ritiro, capisco che quelli sono stati i momenti migliori della mia carriera. Ho vinto cose altrove, ma lo spirito di squadra, la spinta che avevamo, il legame tra noi… erano unici. Ancora oggi amo tornare a Ipswich. Non ci sentiamo spesso, magari un messaggio su Instagram o un SMS ogni tanto, ma il legame resta. Una squadra vincente crea un legame che non si spezza.»

Quella forza nasceva dallo spogliatoio. «Eravamo un gruppo che andava davvero d’accordo. E questo ci ha resi forti. Quando giochi ogni settimana sei dentro una bolla e non ci pensi, ma vent’anni dopo capisci quanto contasse davvero quella chimica.» Stewart non era capitano, non aveva ruoli particolari: «Dovevo solo fare il mio lavoro: segnare. Nella seconda stagione però mi sono infortunato e questo ha pesato. Per qualsiasi sportivo è fondamentale restare lontano dagli infortuni, e quei piccoli stop hanno complicato le cose.»

La sua forma realizzativa fu il motore della squadra. «La prima stagione fu incredibile. Nella seconda non ho segnato quanto avrei voluto e gli infortuni hanno complicato tutto.» E se deve scegliere una partita, non ha dubbi: «La gara contro il Torpedo Mosca. Segnai, fu una notte speciale, una delle più nitide che ricordo.»

Il segreto di quella Ipswich era semplice: «La forza era il gruppo. Tutti remavano dalla stessa parte. E questo ci ha portati lontano.» L’Europa fu un viaggio inatteso, quasi surreale. «Giocare in Europa è stato straordinario: Milano, Mosca, Svizzera, Svezia. Culture diverse, atmosfere diverse. Nessuno si aspettava di arrivarci già al primo anno in Premier League. Ma giocare il giovedì, volare, tornare e scendere in campo la domenica con una rosa non enorme… ci ha pesato. Credo abbia influito sulla stagione successiva.»

Il calcio europeo aveva un ritmo diverso. «Più lento, più tattico. I campi della Premier erano migliori, il ritmo diverso.» E Mosca resta il ricordo più vivido: «Lo stadio olimpico: 5.000 poliziotti, 2.000 tifosi dell’Ipswich, 500 del Torpedo. Più agenti che tifosi. E poi la Piazza Rossa: cose che nella vita normale non avrei mai fatto.»

Anche tatticamente, l’Europa era un altro mondo. «Contro il Torpedo, in casa, giocavano con un libero dietro un altro libero. Una cosa assurda: pensavo di essere davanti al portiere, e invece c’era un difensore fermo lì. Tattiche completamente diverse.»

I tifosi non avevano aspettative esagerate. «Erano semplicemente felici di essere lì, visto che nessuno se lo aspettava.» E quando Stewart ripensa alla sua carriera, la risposta è immediata: «Il posto migliore è stato Ipswich. Senza dubbio.»

Negli anni, il legame con la città e con la gente non si è affievolito, anzi. «Mi sono avvicinato ancora di più ai tifosi e al loro sostegno, anche se ormai non gioco più. Non mi aspettavo un supporto così grande dopo il ritiro e dopo la diagnosi di sclerosi laterale amiotrofica. È una sensazione strana ma molto bella. Con loro, il legame resta sempre fortissimo.»

CREDITS: Ipswich Town


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