
Maria Veronica Rossi
Libri – Nel libro “Il Manichino” l’autrice, Maria Veronica Rossi, affronta il tema della violenza emotiva e psicologica con quella sensibilità che aiuta il lettore ad avvicinarsi ad argomenti tanto attuali e delicati, quanto complessi. A questo si aggiunge quel pragmatismo capace di analizzare determinate situazioni senza retorica ma con un approccio pratico e attento, un approccio che, certamente, non lascerà indifferenti coloro che leggeranno queste pagine…
Ascolta ““Il Manichino”, un libro sulla violenza emotiva e psicologica” su Spreaker.
Perché ha deciso di scrivere “Il Manichino” e cosa rappresenta il titolo che ha scelto per il suo libro?
Ho deciso di scrivere Il Manichino perché ho sempre sentito il desiderio di dare un contributo concreto a tutto ciò che accade intorno a noi. Credo che ognuno, attraverso i propri strumenti, possa fare la propria parte. Io ho scelto di farlo attraverso la scrittura, affrontando un tema tanto delicato quanto attuale come quello della violenza.
In questo libro parlo della violenza emotiva e psicologica, una forma di violenza spesso invisibile, che non lascia lividi sul corpo ma può lasciare ferite profondissime nell’anima. Allo stesso tempo, però, il libro vuole lanciare un messaggio più ampio: la violenza può assumere molte forme e tutte meritano di essere riconosciute, comprese e combattute. Per questo ho voluto arricchire il racconto con i contributi di professionisti e associazioni che ogni giorno operano accanto alle vittime, affinché il libro possa essere non solo una storia da leggere, ma anche uno strumento di riflessione e di consapevolezza.
Il titolo nasce da un episodio molto personale. Anni fa partecipai a una mostra insieme a un mio amico artista. Io non sono un’artista, ma per quell’occasione realizzai un’opera che rappresentava un manichino disteso a terra, simbolo di una donna uccisa dalla violenza. Quella fotografia è presente anche all’interno del libro. Quando raccontai questo episodio al mio editore Alessandro Gian Maria Ferri, capimmo subito che Il Manichino era il titolo giusto.
Per me il manichino rappresenta una persona che viene pian piano privata della propria identità, della propria libertà e della propria voce. È il simbolo di chi, a causa della violenza e della manipolazione, rischia di non riconoscersi più. Ma il messaggio del libro non è quello della sconfitta: è un invito a ritrovare sé stessi, la propria dignità e il coraggio di ricominciare.
Nel libro tratta un tema terribilmente attuale come quello della violenza emotiva, quali sono secondo lei gli aspetti più importanti da sottolineare quando si parla di relazioni tossiche?
La violenza emotiva è una forma di violenza silenziosa. Si manifesta poco alla volta, attraverso atteggiamenti di controllo, manipolazione, svalutazione e isolamento, fino a compromettere la libertà e la fiducia in sé stessi.
Molto spesso, quando assistiamo a un fatto di cronaca, la domanda che sentiamo fare è: “Perché non se n’è andata?” oppure “Perché non ha messo fine a quella relazione?”. È una domanda che nasce da uno sguardo esterno, ma che non tiene conto di ciò che accade realmente a chi vive una relazione tossica.
La manipolazione psicologica è un processo lento e progressivo. Giorno dopo giorno la persona viene privata della propria sicurezza, della propria autostima e della capacità di vedere la realtà con lucidità. Si entra in un circolo vizioso dal quale è estremamente difficile uscire, perché si continua a sperare che le cose possano cambiare, cercando in tutti i modi di salvare ciò che resta della relazione. E, nel tentativo di salvare quel rapporto, molto spesso si finisce per perdere sé stessi.
Credo che l’aspetto più importante sia proprio questo: imparare a riconoscere i segnali prima che sia troppo tardi. Una relazione sana non limita la libertà, non alimenta la paura, non fa sentire inadeguati e non costringe mai una persona a rinunciare alla propria identità per essere amata.
Per questo ritengo fondamentale investire nella prevenzione e nell’educazione alle relazioni, soprattutto tra i più giovani. Dobbiamo insegnare che l’amore non significa possesso, controllo o dipendenza, ma rispetto, ascolto e libertà reciproca, le realzioni possono finire ma la differenza lo fanno i modi e il rispetto.
Con Il Manichino ho voluto accendere una luce su questi aspetti, affinché sempre più persone possano riconoscere i primi campanelli d’allarme e comprendere che chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma il primo passo per riprendere in mano la propria vita.
Nel libro si fa riferimento ad associazioni che svolgono un ruolo importante nell’ambito della tutela delle donne e dei bambini, cosa l’ha spinta a parlare del loro operato?
Premetto che nutro una profonda stima per tutte le associazioni che, ogni giorno, si occupano di contrastare la violenza e di tutelare le vittime. So bene quanto sia difficile il loro lavoro e quanto impegno, competenza e sensibilità richieda stare quotidianamente accanto a persone che hanno vissuto esperienze così dolorose. È un impegno che non finisce con l’orario di lavoro, ma che inevitabilmente ti accompagna anche nella vita di tutti i giorni.
Il mio legame con queste realtà è anche personale. Qualche anno fa sono stata nominata Ambasciatrice del Telefono Rosa di Frosinone, un riconoscimento che ho accolto con grande senso di responsabilità e che mi ha permesso di conoscere ancora più da vicino il lavoro straordinario svolto dalla presidente Patrizia Palombo e da tutte le volontarie e i volontari che ogni giorno operano al fianco delle vittime.
Desidero inoltre ringraziare La Caramella Buona, il presidente Roberto Mirabile e la vicepresidente Anna Maria Pilozzi, con i quali negli anni si è instaurato un rapporto di stima e collaborazione.
Grazie a loro ho potuto comprendere quanto sia fondamentale il lavoro di ascolto, accoglienza e sostegno che viene svolto quotidianamente, spesso lontano dai riflettori. Un lavoro che si intreccia costantemente con quello delle forze dell’ordine, della magistratura, dei servizi sociali e di tutti quei professionisti che, ciascuno con il proprio ruolo, contribuiscono a proteggere le vittime e ad accompagnarle in un percorso di rinascita. Solo attraverso una rete solida e una collaborazione continua è possibile dare risposte concrete a chi trova il coraggio di chiedere aiuto.
Ho voluto dare spazio a queste realtà all’interno del libro perché credo sia importante non solo raccontare il problema della violenza, ma anche far conoscere chi ogni giorno offre risposte concrete. Vorrei che chi legge Il Manichino scoprisse che esistono persone e associazioni profondamente umane, che lavorano con professionalità, passione e discrezione per restituire alle vittime fiducia, dignità e speranza.
Libertà e consapevolezza sono termini importanti che sembrano centrali in ciò che scrive…
Libertà e consapevolezza sono due parole che considero profondamente legate tra loro. Non può esserci vera libertà senza la consapevolezza del proprio valore, dei propri diritti e della propria identità.
Quando parliamo di consapevolezza, però, credo sia importante rivolgere lo sguardo anche a chi compie determinate azioni. Ogni comportamento, ogni parola e ogni scelta hanno delle conseguenze e possono avere un impatto profondo sulla vita di un’altra persona. Non possiamo pensare di vivere le relazioni in modo egoistico, ignorando le ferite che possiamo provocare o facendo finta che ciò che accade non abbia un peso.
Una relazione, anche quando termina, non cancella il rispetto che dovrebbe esserci verso la persona con cui abbiamo condiviso un percorso. La fine di un rapporto può essere dolorosa, può generare sofferenza o difficoltà, ma non può mai diventare una giustificazione per il controllo, la manipolazione o qualsiasi forma di violenza.
Dall’altra parte, molte persone che vivono situazioni di violenza emotiva arrivano, nel tempo, a mettere in discussione sé stesse. La manipolazione porta spesso a perdere sicurezza, a sentirsi responsabili di ciò che accade e, in alcuni casi, persino a pensare di non meritare qualcosa di diverso. Per questo il primo passo è tornare a riconoscersi, recuperare la propria voce e comprendere che nessuno ha il diritto di annullare la nostra identità.
La libertà non significa soltanto poter scegliere, ma avere la possibilità di essere sé stessi senza paura, senza condizionamenti e senza dover rinunciare alla propria dignità.
Nel corso della sua carriera ha svolto diversi incarichi istituzionali molto importanti, cosa pensa si dovrebbe fare a livello normativo e culturale affinché queste forme di violenza siano arginate e superate?
Nel corso della mia esperienza istituzionale ho avuto modo di vedere quanto sia cambiato il nostro Paese nel modo di affrontare il tema della violenza. Basti pensare che non dobbiamo andare indietro di secoli per trovare norme e consuetudini che oggi ci sembrano impensabili: il cosiddetto matrimonio riparatore, ad esempio, è stato cancellato soltanto nel 1981. Questo ci fa comprendere quanto il percorso legislativo sia relativamente recente.
Negli anni sono stati fatti passi importanti. Penso al Codice Rosso, alla Legge Roccella e agli interventi normativi che hanno rafforzato gli strumenti di prevenzione, tutela e contrasto alla violenza contro le donne e alla violenza domestica. Anche a livello europeo abbiamo lavorato in questa direzione: nel 2024, attraverso la commissione FEMM (Diritti delle donne e uguaglianza di genere) del Parlamento Europeo, abbiamo contribuito all’approvazione della Direttiva UE 2024/1385, un importante passo avanti per costruire un quadro comune europeo nella lotta alla violenza contro le donne.
Sono conquiste fondamentali, ma credo che non possiamo fermarci.
L’aspetto che oggi mi preoccupa maggiormente è il rapporto tra violenza e giovani. Sempre più spesso sentiamo parlare di episodi che coinvolgono ragazzi e ragazze, e questo deve farci riflettere. Per questo credo sia indispensabile tornare a parlare con loro, ascoltarli e capire anche quale sia la loro percezione della violenza, perché spesso ciò che per un adulto è un campanello d’allarme potrebbe non essere riconosciuto come tale da un giovane.
La prevenzione deve partire proprio da qui: dall’educazione alle relazioni, dal rispetto, dalla capacità di riconoscere i comportamenti sbagliati e di comprendere il valore della libertà dell’altro.
Proprio con questo spirito, insieme al mio staff, avevo ideato il progetto “La mano che protegge”, che mi ha permesso di entrare in contatto con diverse scuole e di confrontarmi direttamente con tanti studenti. Spero di poterlo riprendere, perché credo profondamente che il dialogo con i giovani sia fondamentale: loro saranno la società di domani e investire sulla loro consapevolezza significa costruire un futuro diverso.
In conclusione
Prima di concludere vorrei dedicare un pensiero e un ringraziamento a tutte le persone che hanno reso possibile la nascita de Il Manichino.
Ringrazio innanzitutto i miei editori, che hanno creduto in questo progetto e mi hanno accompagnata in un percorso che per me ha avuto un valore profondo, non soltanto editoriale ma soprattutto umano.
Ringrazio la mia famiglia e i miei amici, che mi sono stati accanto con affetto, pazienza e sostegno, perché scrivere un libro come questo significa mettere in campo non solo idee e parole, ma anche una parte molto personale di sé.
Un grazie speciale va a tutte le persone che hanno scelto di condividere all’interno del libro la propria esperienza, il proprio contributo e la propria testimonianza. Ognuno di loro ha aggiunto un tassello importante, permettendo a Il Manichino di diventare un insieme di voci, riflessioni e vissuti che meritano di essere ascoltati.
Infine, ringrazio tutte le persone che hanno già acquistato il libro e quelle che decideranno di leggerlo. Ogni lettore rappresenta per me un’opportunità in più per far arrivare questo messaggio, per aprire una riflessione e, magari, per aiutare qualcuno a riconoscersi, a trovare consapevolezza o semplicemente a sentirsi meno solo.
Il vero significato di questo libro sarà nelle emozioni e nelle riflessioni che riuscirà a generare in chi lo leggerà.
Il Manichino. Quando l’amore non basta: dentro la violenza emotiva















