Il CEO di ITALCER Spa Graziano Verdi a Radio 5.9: “Allineare i costi energetici agli altri Paesi europei. Innovazione e rispetto dell’ambiente tematiche fondamentali”


Nicola Pozzati, 3 giugno 2020 


Graziano Verdi, alla guida del Gruppo ITALCER, descrive l’impatto del lockdown sul settore della ceramica commentando i provvedimenti del Governo e le prospettive per il futuro di un settore che tiene alto il Made in Italy nel mondo

Graziano Verdi è CEO del gruppo ITALCER SpA, holding nata nel 2017 da un’idea messa appunto dallo stesso Verdi assieme all’imprenditore Alberto Forchielli attraverso il fondo di private equity Mandarin Capital Partners. Un’operazione cosiddetta cluster che ha colto, in un settore particolarmente frammentato, l’opportunità di creare un gruppo importante nell’alto di gamma della ceramica.

ITALCER è nata nel 2017 e in brevissimo tempo avete realizzato acquisizioni molto importanti… 

Dal 2017 abbiamo attuato quattro acquisizioni in un arco temporale molto ristretto, poco più di due anni. Alle acquisizioni va aggiunto il lancio, nello stesso periodo, di due società commerciali: Italcer USA e Bottega. A maggio 2017, dopo aver sviluppato il piano industriale, è stata acquisita la prima società, La Fabbrica, un contenitore sia di tradizionale materiale ceramico che di grandi lastre, per intenderci quelle che arrivano fino a 3,20 metri per 160, quindi una parte molto alta del mercato ceramico, con un ottimo posizionamento. 

Ad agosto 2017 abbiamo acquisito la ceramica Elios, un’azienda con quasi cinquantanni di storia situata al confine tra Fiorano e Maranello, società con alcuni mercati già ben presidiati come gli Stati Uniti e il Regno Unito. Quest’ultima azienda si completava bene con La Fabbrica dove avevamo molte collezioni complementari che acquistavamo precedentemente in B2B all’interno del distretto. Dopodiché a ottobre 2017 abbiamo acquistato Devon & Devon, azienda leader nel settore dell’arredo bagno di lusso, un’icona del bagno italiano con esposizioni in tutte le principali metropoli, ricordo in particolare i negozi di Firenze, Milano e Roma, Parigi, Nizza,  Londra, Chicago, Mosca, Amburgo e Vienna.

Successivamente, nell’ottobre 2018 ITALCER ha acquisito il 100% di Ceramica Rondine, altra impresa storica fondata nel 1961 e diventata nel tempo uno dei gruppi industriali più fiorenti del proprio settore. 

Un’azienda come la vostra risente dell’immagine data dell’Italia in questi ultimi mesi dove, purtroppo, anche a causa di alcuni errori di comunicazione, siamo passati per un Paese di “appestatori”?

È vero, in effetti questa è l’immagine passata. Ancora oggi non sappiamo quali paesi permetteranno l’ingresso in Italia. Tenga presente che i nostri commerciali non potranno andare a visitare nessun cliente almeno fino alla fine di agosto. Chi fa il Made in Italy è sempre ambasciatore del meglio dell’Italia, questa volta si sono impegnati a far si che questo “meglio” non venisse visto. Nonostante al Governo si facciano i complimenti affermando di “aver gestito bene  l’emergenza” e che gli altri Paesi ci prenderebbero “come riferimento” la verità è che all’estero non siamo stati percepiti come capaci, anzi siamo stati visti come un paese disorganizzato, non solo a livello sanitario ma anche per le sconclusionate misure che venivano annunciate in pompa magna settimana per settimana. 

Se vi fosse una ricaduta dal punto di vista sanitario con relativo lockdown che futuro si prospetterebbe per le imprese?

Sarà meglio che non accada.

Il Cersaie al momento resta confermato, cosa ne pensa?

Faremo un incontro come Confidustria Ceramica di cui sono consigliere e, entro la fine di giugno, verrà presa la decisione definitiva. Naturalmente ci sono i pro e i contro, i contro riguardano il fatto che molti clienti esteri non vorranno venire mentre, per i clienti italiani, penso sarebbe diverso. Bisognerà attendere alcune settimane per capire l’andamento dei numeri a livello sanitario in Italia, se vi sarà un calo realmente significativo, potremmo tentare. Se non vi fosse questa condizione, invece, fare una fiera potrebbe risultare un azzardo.

Durante il lockdown le imprese della ceramica hanno dovuto chiudere vivendo, anche all’interno dell’Unione Europea, la concorrenza di aziende dello stesso settore attive in altri Paesi, pensiamo alla Spagna. Come andava gestita la situazione?

Ci sono due aspetti. Certamente c’è un errore di fondo dell’Europa, in una situazione come questa doveva esserci un accordo europeo che evitasse certi squilibri. Il fatto di muoversi in modo asincrono ha fatto si che l’Italia sia stata la prima a chiudere e, di fatto, sarà l’ultima a ripartire con le industrie essendo un Paese esportatore. L’Europa non ha fatto una gran bella figura, anzi secondo me è venuta a mancare proprio nel momento in cui davvero ci siamo trovati ad averne più bisogno. Adesso però ha la possibilità di recuperare con il Recovery Fund ma non nutro tantissima fiducia, al momento questa è l’Europa della moneta e non un’istituzione allineata sugli obiettivi, sulle spese e sugli investimenti. Basti pensare alle tassazioni diverse Paese per Paese. Problemi già presenti che ora si aggiungono a quelli del Covid. Siamo in un momento davvero molto duro.

Sui provvedimenti presi dal Governo qual è il suo giudizio?

La cassa integrazione è stata certamente un’azione utile a mitigare il problema dei posti di lavoro ma questo non è l’unico tema visti poi i ritardi nell’erogazione. Lei citava prima la Spagna: consentire in Europa che due paesi con industrie simili vedessero da una parte un blocco e dall’altro le imprese dello stesso settore attive, ha creato all’Italia un significativo svantaggio competitivo. L’altro problema invece riguarda il lockdown, questa non è una crisi economica classica, abbiamo dovuto chiudere, non per nostra volontà, quando si sarebbe dovuto far sentire le imprese più responsabili di ciò che avveniva al loro interno. Sul blocco dei licenziamenti, invece, secondo lei un operaio o un impiegato che sa di non poter essere licenziato fino a fine agosto vive così tranquillo? Come se poi, dopo agosto, ci fosse l’Apocalisse… E mi creda non va tanto lontano dalla realtà pensare all’Apocalisse perché se si contrarranno le vendite in modo significativo le imprese con meno ricavi,  che hanno potuto resistere fino ad ora, dovranno iniziare a tagliare per poter reggere e non chiudere definitivamente. Noi abbiamo anche anticipato la cassa integrazione ma non tutte le aziende hanno potuto farlo.

Avete una controllata negli Stati Uniti e in Francia, l’approccio dei governi è stato diverso?

In America, dopo il lockdown, abbiamo visto sul conto corrente l’equivalente di due mesi e mezzo dello stipendio dei nostri lavoratori e l’equivalente di un mese e mezzo di affitto. In Francia dopo dieci giorni avevamo la possibilità di vederci riconosciuto come prestito il 25% del nostro fatturato dell’anno precedente con un tasso inferiore all’1% e restituzione in dieci anni. Dal punto di vista degli annunci l’Italia è stata al top, il problema è che è abbiamo fatto un imbuto come SACE, secondo me, proprio per non erogare credito.

Come se diceste di volermi consegnare della ceramica senza poi spedirla, l’annuncio l’avreste fatto ma io la ceramica non l’avrei ricevuta…

Paragone perfetto.

A livello di documentazione per accedere agli aiuti ha notato differenze tra un Paese e l’altro?

In Francia le misure per le imprese erano contenute in sei pagine, mentre negli Stati Uniti erano quattro pagine. Però il problema del numero delle pagine è relativo, la burocrazia italiana è abbastanza nota, il problema vero sono stati gli annunci senza contenuti dove quanto promesso non è stato rispettato. Quando hanno annunciato il 25% di prestito per le imprese hanno copiato dalla Francia, la prima a farlo; quando uno copia bene è già bravo ma, alla fine, non hanno dato seguito a tutto quello che avevano promesso. Le camere di commercio hanno già denunciato che tante imprese non riapriranno, una cascata che direttamente o indirettamente toccherà tutti, è solo questione di tempo.

Cosa pensa degli incentivi all’edilizia?

Se devo dirle una cosa che hanno centranto è proprio quella, il problema è che ne hanno azzeccata una tra tante, comunque vedremo i dettagli sperando che non sia tutto troppo complesso. Va comunque detto che, rispetto a questi incentivi, si riscontra un certo fermento da parte degli addetti che operano nei settori interessati.

Prima dell’emergenza avete investito molto sull’Industria 4.0, continuerete in questa direzione?

Per chi riuscirà a resistere l’innovazione rimane il tema fondamentale. Tornando al tema Spagna ricordo che le nostre ceramiche molto spesso sono più avanti, rispetto alle concorrenti iberiche, sotto il profilo del design e della tecnologia. Il fatto di avere fabbriche automatizzate e robotizzate cosa avrebbe dovuto dire a chi legiferava in questa emergenza? Se ci sono dei robot al lavoro e poche persone all’interno delle fabbriche perché ci hanno chiuso? Sono state chiusure lineari mentre c’erano industrie che non avrebbero avuto nessun problema a rimanere aperte. Il fatto che qualcuno avrebbe potuto continuare ad andare a lavorare significa che le persone avrebbero avuto più reddito disponibile, che le imprese avrebbero ottenuto maggiori quote di mercato mentre il nostro Paese, grazie alle tasse ottenute dalle vendite, avrebbe incamerato soldi e quindi avrebbe potuto investirli. 

Quali profili professionali saranno maggiormente ricercati dopo questa emergenza?

So che recentemente avete intervistato Forchielli che su questo tema può dare risposte molto migliori delle mie, avendo lui scritto anche dei libri in proposito. Comunque posso dire che nell’ambito della digitalizzazione e informatizzazione vi sono e vi saranno molte opportunità fino a quando non arriveranno nuove professioni che oggi ancora non esistono. Una parte molto importante riguarda la meccatronica, le aree in cui si incrociano elettronica, digitale e meccanica saranno ad altissimo sviluppo. Cambiando settore, se si tornerà ad andare nei ristoranti come un tempo, penso ai cuochi e agli addetti della ristorazione, più in generale tutto il settore dei servizi, sono certamente ambiti in cui gli italiani eccellono.

Sul lusso cambierà qualcosa?

Il lusso resta una nicchia importante. Più che di lusso parlerei di un alto di gamma che tenga in particolare considerazione il tema ecologico, nei processi aziendali bisognerà sempre più inserire voci riguardanti il rispetto dell’ambiente. Nel gruppo ITALCER tutti i nostri marchi utilizzano oltre il 60% di materie prime riciclate. Oggi il consumatore è molto attento a non comprare cose che possano danneggiare l’ambiente in cui vive, in questo senso oggi si pensa molto più al futuro dei propri figli o nipoti.

Che consiglio darebbe oggi al Governo?

Azzeramento di tutte le tasse per quest’anno, il 2020 è un anno in cui, come dicono a Napoli, “Adda passà ‘a nuttata”. Chiederei di allineare i costi energetici a quelli degli altri paesi europei. Infine, suggerirei di capire la reale perdita di profitto delle imprese, oggi le aziende serie  hanno tutto in forma elettronica, e risulta semplice capire la reale perdita di profitto piuttosto che la perdita di fatturato. Il danno causato da questa pandemia dovrebbe essere in una qualche forma rimborsato alle imprese, non dico al 100%, sarebbe impossibile, ma anche solo al 50% in modo da consentire a tutti di ripartire. Se le imprese ripartono ripartirà anche il lavoro, se un Paese pensa invece che basti dare 600 euro alle famiglie per far ripartire l’economia o casse integrazioni infinite con redditi di emergenza a tutti: ricordo che il sogno sovietico non è quello italiano. Quanto può vivere una famiglia con 600 euro? I soldi finiranno per cui bisogna far si che le imprese ripartano. 

 


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