Libri – Leggendo l’inchiesta sui safari umani a Sarajevo di Ezio Gavazzeni, dal titolo “I cecchini del weekend” (PaperFIRST, 2026), viene da sperare che sia tutto inventato. Che le pagine colme di testimonianze siano frutto della fantasia dell’autore. Che quanto scritto non sia altro che l’ennesima leggenda metropolitana nata dagli orrori di una guerra.
Invece no, dopo il suo esposto la Procura di Milano ha avviato un’indagine. Testimoni, anche autorevoli, hanno confermato le circostanze riportate nel libro. Alcune fonti di rilievo hanno testimoniato davanti ai ROS, confermando quanto detto all’autore.
Se quanto denunciato sarà confermato dalle indagini risulterà inevitabile chiedersi come tutto ciò sia potuto accadere. Se non sia questa vicenda una prova dell’esistenza di un male che va oltre le pulsioni, frutto di un’orribile e mefistofelica lucidità.
Verrà da chiedersi come siano state le vite dei cecchini dopo aver mirato civili indifesi e premuto il grilletto: i bambini rappresentavano la “preda” più ambita, arrivando a costare anche 100 milioni lire, racconta l’autore. Cosa avranno fatto questi signori una volta tornati alle loro case?
Avranno ripreso i propri affari, magari rimproverato i figli per un brutto voto a scuola? E forse, prima di addormentarsi, avranno fantasticato sulle colline di Sarajevo, dove sono riusciti nell’impresa non semplice di aggiungere orrore alla guerra. Per poi tornare alla vita di tutti i giorni, desiderando ogni tanto quel brivido costato milioni e durato un istante.

Ezio Gavazzeni
Come nasce questo libro?
Il libro nasce da un’informazione che possedevo già negli anni ’90. Nel marzo del 1995 il Corriere della Sera riportò le testimonianze di alcuni profughi che scappavano dalla guerra civile nell’ex-Jugoslavia, raccontavano dei cecchini occidentali, persone facoltose che pagavano per poter andare in Bosnia indisturbati e sparare ai civili. Questa informazione mi aveva colpito, era rimasta nella mia memoria e ho sempre avuto il desiderio di raccontare questa storia ma, all’epoca, non sapevo da dove cominciare.
La svolta fu nel 2023 quando Miran Zupanic realizzò il documentario “Sarajevo Safari”, lessi del suo lavoro, capii che trattava la stessa vicenda che non avevo dimenticato, gli scrissi subito. Zupanic molto cordialmente mi rispose dandomi il link per vedere il film (in quel momento era segretato negli archivi di Al Jazeera, il produttore, e non era ancora disponibile al pubblico). Dopodiché mi diede l’indirizzo mail di uno dei protagonisti del film, Edin Subašić, ex uomo dei servizi segreti bosniaci durante l’assedio di Sarajevo. Da qui cominciò tutto, era l’autunno del 2023.
La prima cosa che feci fu guardare il documentario, allora un’informazione mi colpì profondamente: Subašić nel film affermava di come alla fine del ’93 l’intelligence bosniaca apprese che da un testimone che c’erano cinque italiani sulle colline intorno a Sarajevo, venuti per “cecchinare i civili”. A quel punto l’intelligence bosniaca avvertì alcuni agenti del SISMI (Servizio per le informazioni e la sicurezza militare dall’ottobre 1977 al 28 agosto 2007, ndr) che erano presenti a Sarajevo in quel momento, al seguito del diplomatico italiano Michael Giffoni.
La risposta da parte del SISMI all’intelligence bosniaca sarebbe arrivata alcuni mesi dopo – siamo all’inizio del ’94 – avrebbero detto che i cinque italiani erano stati individuati e rimandati a casa, mentre il traffico/organizzazione che portava i cecchini sul posto era stato bloccato. Quest’ultima affermazione, come dimostro nel libro, era falsa. Tuttavia restavano le prime due informazioni, soprattutto il fatto che il SISMI intercettò queste cinque persone. Quello che mi fece saltare sulla sedia è il fatto che nel film “Sarajevo Safari” si diceva tranquillamente che i servizi segreti italiani sapevano di questa pratica, conoscevano almeno cinque nomi, aveva indagato sull’organizzazione. Sono affermazioni pesanti e con una rilevanza internazionale poiché se un servizio segreto era conoscenza di questa realtà, viene da chiedersi se anche gli altri non lo sapessero…
Questa è la molla che mi ha fatto partire verso la Procura di Milano dove, nel gennaio 2025, ho presentato un esposto proprio sulla base di queste informazioni.
Cosa dobbiamo aspettarci dal lavoro della Procura?
L’esposto è esitato nell’apertura di un procedimento penale alla Procura di Milano, nell’ottobre del 2025. Quando il PM mi convocò insieme ai miei avvocati, comunicando che avrebbe aperto il procedimento penale, condivisi tutto quello che avevo trovato dal 2023 al 2025, tutto ciò che sostanzialmente si può trovare nel libro.
Poi ci sono poi una serie di parti che a ottobre non avevo e che sono riuscito a chiudere in tempo per la consegna del libro, che è aggiornato fino al gennaio 2026. Nell’inchiesta ho presentato dei nomi, adesso la Procura sta indagando a 360°, sta ascoltando anche persone diverse da quelle che ho suggerito, le loro indagini si sono allargate. Il Fatto Quotidiano ha anche svolto un’indagine per conto proprio trovando un altro paio di persone che saranno ascoltate dal PM. La Procura si sta muovendo parecchio.
Siamo tutti abbastanza confidenti che qualcosa uscirà fuori da questi indagini, certamente l’inchiesta non si chiuderà nel giro di uno o due mesi, i tempi saranno più dilatati. Siamo davanti a un effetto domino, una volta buttata giù una tessera se ne aggiungono delle altre. Pensiamo che altre persone saranno ascoltate.
Restano poi sempre in sospeso i cinque nomi individuati dal SISMI per i quali la Procura ha avviato l’accesso agli atti dei servizi segreti. Sulla testimonianza di Edin Subašić ricordo che, sempre in Procura, si sono presentati anche Michael Giffoni e Adriano Sofri, entrambi testimoniando che le vicende legate alla segnalazione al SISMI sono andate davvero come raccontate dallo stesso Subašić. Giffoni, al tempo diplomatico a Sarajevo, con Sofri, allora inviato de L’Espresso, hanno testimoniato entrambi davanti al procuratore di aver visto il messaggio arrivare dall’intelligence bosniaca e avrebbero poi anche “intercettato” la risposa data dal SISMI. Per cui questi cinque nomi li vogliamo.
Nel libro si parla di 400-500 cecchini di cui la metà, circa 230, provenivano dall’Italia.
La fonte principale è il “Francese”, così è chiamato nel libro colui che in quel momento accompagnava i cecchini per conto dell’organizzazione.
Nella primavera del 2024 incontro la persona che dà la svolta alla mia inchiesta, nel libro il lettore lo troverà con il nome di “Innominato”, un uomo dei servizi segreti che ha lavorato nei Balcani per tutti gli anni ’90, un profondo conoscitore delle dinamiche di quei luoghi in quegli anni. Quando gli parlai la prima volta mi chiese di cosa mi stessi occupando, dopo avermi ascoltato disse subito che era a conoscenza di questa vicenda e della pratica di venire a “cecchinare”, lo sapevano anche i servizi stranieri presenti sul posto. Mi disse che con i suoi colleghi si chiedevano come mai la storia non uscisse, nonostante fosse una storia incredibile.
Così mi avrebbe aiutato lui a far uscire questa storia, iniziò ad aprire una serie di porte, una di queste era appunto il famoso Francese che mi racconterà molte cose importanti, tra cui il numero dei “clienti” arrivati in Bosnia tra il ’92 e il ’95.
Ovviamente capisco che qualcuno possa essere scettico davanti a notizie del genere ma, a differenza di altre inchieste, in questo caso c’è un valore aggiunto: nel mese di novembre l’Innominato, prima ancora che io uscissi col libro, è andato a deporre davanti ai ROS dei Carabinieri (Raggruppamento Operativo Speciale, ndr) dicendo tutto quello che lui mi aveva raccontato e che si trova all’interno della mia inchiesta, oltre ad alcuni pezzi che non abbiamo potuto inserire nel libro.
Non solo mi ha aiutato nel reperimento delle fonti, ma è andato a metterci la faccia, una cosa non scontata.
C’era anche un tariffario della morte.
L’organizzazione che portava i ricchi a sparare si fondava semplicemente sul guadagno, non c’erano motivazioni politiche o di altro genere. Gli accompagnatori avevano il compito di proteggere i clienti e al tempo stesso di tenere la “contabilità” delle prede, i civili che venivano colpiti. In base ai bersagli che colpivi dovevi pagare per il safari.
Come tutto ciò che sottostà alle dinamiche della domanda e dell’offerta il tariffario nel tempo subì delle variazioni, all’inizio era più basso, col passare del tempo, verso il ’94-’95, quando si iniziò a capire che la guerra, per quanto cruenta, sarebbe finita, il tariffario si alzò. Nel momento “massimo” di questa pratica i bambini erano il bersaglio più ambito. I cacciatori partivano dall’Italia, come da altri paesi occidentali, avendo in testa il bambino come bersaglio più importante, costava sui 100milioni di lire, allo stesso modo le ragazze giovani sui 15-16 anni. Poi c’erano le donne che costavano intorno ai 70 milioni, gli uomini che costavano attorno ai 50 milioni, infine gli ultra-vecchi, quelli sopra gli 80 anni, che costavano 20 milioni di lire. Questo era il tariffario.
Il Francese racconta che, giunti sul posto, i cecchini avevano sei ore di tempo per colpire i bersagli e, sapendo le tariffe, erano consapevoli di quanto avrebbero dovuto pagare al rientro.
Quante persone hanno ucciso i cecchini?
Devo dare una risposta un po’ cruda. È impossibile capire se il proiettile sia stato sparato da un miliziano serbo-bosniaco, oppure da un turista. Tuttavia, se consideriamo che i turisti erano tra i 400 e i 500, a cui potremmo attribuire due, forse tre morti per ciascuno, possiamo immaginare che questa pratica abbia portato tra i 1.000 e i 1.500 morti, generando anche una montagna di soldi. Ricordiamo che i safari avvenivano settimanalmente e che, ogni week-end, rendeva qualcosa come 600-800 milioni di lire. Se moltiplichiamo questa cosa per tre anni pieni, parliamo di moltissimi soldi.
Si è capito chi faceva parte di questa organizzazione criminale in Italia?
Ho trovato delle tracce dell’organizzazione, che stava a Milano, si riferiva ad una società di security che esiste ancora. Non tutta la società naturalmente, quasi sicuramente uno o due manager all’interno della stessa avevano capito che c’era un business che avrebbe portato molti soldi.
Nel libro questa parte risulta stemperata perché avremmo rischiato delle querele, ma ai ROS dei Carabinieri l’abbiamo raccontata in maniera più esplicita. Credo che la Procura su questo stia indagando, ma l’organizzazione è uno tasselli che va scoperto. Tutti parlano dei clienti, dei cacciatori, ma occorre indagare sull’organizzazione che ha favorito questa pratica, facendola diventare una vera e propria azienda.
Si è riuscito a capire se qualcuno di questi cecchini abbia frequentato altri teatri di guerra, dove avrebbe potuto commettere gli stessi crimini?
Questa è una domanda che ci siamo fatti con la criminologa Martina Radice, che collabora con me e che, all’interno del libro, fa una possibile analisi dei profili di questi soggetti. Devo dire che non siamo riusciti a trovare una risposta esauriente, vorrei parlare con qualcuno di questi cacciatori, cosa che, ad oggi, non sono riuscito a fare.
Secondo la criminologa alcuni di loro potrebbero aver cambiato obiettivo, tendando di annientare le carriere o le vite degli altri in modi diversi, spostando il target delle loro mire. Non si può andare ad ammazzare qualcuno ogni giorno, queste persone potrebbero aver spostato il loro interesse altrove.
Quello che prima poteva essere sparare a qualcuno, potrebbe essersi poi trasformato nel rovinare la vita degli altri. Ad oggi comunque non abbiamo trovato informazioni di altre organizzazioni che hanno operato in modo così esteso in un momento successivo.
Usavano anche un linguaggio criptato parlando di “Cervi per Arcieri”.
Questa frase in codice “Cervi per Arcieri” è stata confermata da fonti diverse che non si conoscevano. Tra il ’92 e il ’95 iniziavano a diffondersi i cellulari e le mail cominciavano a essere usate in modo massivo. Il significato di questo gergo era che il weekend successivo sarebbero partiti.
I reclutatori ricevano i clienti in alberghi e bar, luoghi frequentati il più delle volte da quel mondo che si muove tra il malaffare e gli affari veri. Veniva spiegato come vestirsi, cosa portare e così via. Dopodiché venivano messi in una lista d’attesa. Nel libro molti nomi sono coperti da sigle, ma tutti corrispondo a persone reali.
I cecchini del weekend. L’inchiesta sui safari umani a Sarajevo

“I cecchini del weekend. L’inchiesta sui safari umani a Sarajevo ” di Ezio Gavazzeni (PaperFIRST, 2026)
“Durante l’assedio di Sarajevo (1992-96) ricchi stranieri provenienti da tutti i Paesi occidentali, tra questi molti italiani, hanno pagato somme ingenti per affiancare i cecchini dell’esercito serbo bosniaco e sparare alle persone inermi nella capitale Sarajevo.
Nelle testimonianze raccolte nel libro è stata ricostruita l’organizzazione, come avvenivano i “safari”, nonché le tariffe che venivano pagate dai “clienti-cecchini”, per sparare ai bersagli umani. Ciò che emerge è che il trofeo più ambito dai “cacciatori” erano i bambini.
Ne I Cecchini del Weekend sono contenute testimonianze da parte di fonti attendibili, accompagnatori e testimoni mai ascoltate prima che delineano il “fenomeno” in tutta la sua completezza, dall’organizzazione allo svolgimento. Scopriamo così che i clienti erano ricchi italiani, professionisti o imprenditori, e qualcuno di loro frequenta ancora oggi i programmi TV, che potevano permettersi di pagare il corrispettivo del costo di un appartamento di oggi per passare un weekend a sparare alla popolazione civile bosniaca per poi tornarsene a casa loro impuniti“.
Ezio Gavazzeni
Ezio Gavazzeni, scrittore milanese. Lunghi trascorsi in editoria con importanti editori e agenzie. Docente di corsi di scrittura. Dipendente dell’Università Statale di Milano con 11 pubblicazioni all’attivo. Ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti internazionali. L’ultimo libro La Furia degli Uomini (Mursia, 2022) è stato scritto con la collaborazione di Salvatore Borsellino.







