Festival della Giustizia Penale: Moggi e il dossier Calciopoli che molti fingono di non vedere
Scritto da Andrea Ettori il 18 Maggio 2026
Calciopoli torna dove sarebbe sempre dovuta stare: nel terreno del diritto, non in quello della propaganda. Al Festival della Giustizia Penale di Mirandola, Luciano Moggi e Massimo De Santis hanno rimesso in fila atti, sentenze e omissioni che il calcio italiano non ha mai voluto rileggere davvero. Il punto di partenza è stato il concetto di reato a consumazione anticipata, spiegato finalmente per ciò che è: una struttura giuridica che considera consumata la frode sportiva anche solo con il tentativo, non con l’effettiva alterazione della gara. Un meccanismo che nel 2006 ampliò il perimetro delle accuse, mentre altri comportamenti, analoghi o più gravi, vennero ignorati o lasciati cadere (come sta succedendo oggi con il nuovo scandalo arbitri)
Da qui si è passati alla querela di Gianfelice Facchetti contro Moggi, un processo silenzioso ma decisivo: il Tribunale di Milano assolse Moggi perché le sue affermazioni su Giacinto Facchetti erano vere o comunque ragionevolmente credute tali, come emerso dagli atti del processo di Napoli. Una verità giudiziaria che il calcio non ha mai voluto integrare nel racconto ufficiale, preferendo mantenere intatta una narrazione costruita nel 2006. Il discorso si è poi spostato sulla relazione Palazzi del 2011, il documento che la FIGC rese pubblico solo quando non poteva più produrre effetti. In quelle pagine il Procuratore Federale scriveva che l’Inter 2004–2006 aveva tenuto condotte da illecito sportivo, certamente dirette ad assicurare un vantaggio in classifica mediante il condizionamento del settore arbitrale. Una responsabilità che avrebbe comportato la retrocessione, evitata solo grazie alla prescrizione, alla quale la FIGC avrebbe potuto rinunciare. Un atto ufficiale, non un’opinione, rimasto però ai margini del racconto pubblico.
Moggi ha poi ricostruito la vicenda delle SIM svizzere, nata da un episodio con Dejan Stanković: un passaggio in auto, una telefonata ricevuta dal giocatore su un’utenza svizzera, un prefisso che non passò inosservato. Da lì nacque il sospetto di un sistema di comunicazioni parallele e di attenzioni investigative che, secondo Moggi, non furono mai spiegate fino in fondo. Il talk di Mirandola non ha cercato rivalse, ma ricostruzioni: atti, sentenze, prescrizioni, omissioni. Un mosaico che mostra come Calciopoli sia stata una vicenda giudiziaria complessa, ridotta troppo presto a slogan. La chiusura è stata una riflessione che Moggi ha affidato a me e che sintetizza il suo rapporto con la memoria sportiva: “Quest’anno ricorre il trentennale della Champions della Juventus. Eppure, a festeggiare quella vittoria o a ricordarla, non c’è nessuno di quelli che allora non c’erano. Quel successo è nostro, non di chi oggi se ne riempie la bocca.”














