Come gestire la depressione natalizia: non per tutti le feste sono allegre

Scritto da il 21 Dicembre 2025

Come affrontare e gestire la depressione durante le festività, l’importanza di parlarne  

 

Mentre il mondo si prepara al Natale con luci, regali e cene di famiglia, per molte persone questo periodo non porta gioia, ma un aumento del disagio emotivo. Secondo un ampio report dell’American Psychological Association (APA, 2017) ,ancora oggi ampiamente citato come riferimento ,quasi un terzo degli adulti (38%) dichiara di sperimentare un aumento significativo di stress durante le feste natalizie, con cause che vanno dalla pressione finanziaria (64%) ai conflitti familiari (45%) fino alla solitudine (44%). In Italia, il Telefono Amico e altre linee di ascolto riportano annualmente un aumento delle chiamate tra dicembre e gennaio, con un picco nei giorni immediatamente successivi al Natale. Secondo il Rapporto Salute Mentale 2023 dell’Istituto Superiore di Sanità, i disturbi dell’umore mostrano un’peggioramento stagionale nei mesi invernali, in particolare in presenza di fattori psicosociali di stress acuto, come quelli legati alle feste.

Ma c’è un aspetto ancora più profondo: le festività possono riattivare ferite emotive legate a traumi passati. Studi pubblicati su riviste come il Journal of Traumatic Stress (Briere & Elliott, 2003; più recentemente, Hellenthal et al., 2020) hanno dimostrato che anniversari, rituali familiari e periodi simbolici dell’anno (come Natale o Capodanno) funzionano spesso da trigger per chi ha vissuto esperienze di abuso, trascuratezza o lutto non elaborato. Il cervello, infatti, associa automaticamente certi stimoli , una canzone, un odore, la disposizione della tavola ,a memorie emotive codificate in modo implicito, anche a distanza di anni.

Il Natale, quindi, non è solo una festa: per molti è un campo emotivo complesso, in cui si scontrano l’immagine idealizzata imposta dalla società e la realtà intima, spesso faticosa, del proprio vissuto. Ne parliamo con lo psicoterapeuta Ezio Pellicano, cercando di dare voce a questo malessere offrendo comprensione, validazione e strumenti per attraversare le feste con maggiore consapevolezza e cura di sé.

 

Dottor Pellicano, si sente spesso dire che “le feste sono tristi per qualcuno”. Ma di cosa stiamo realmente parlando?

Stiamo parlando di un fenomeno reale e molto diffuso: la cosiddetta depressione da festività natalizie. Non è una diagnosi ufficiale, ma un disagio emotivo che può manifestarsi con sintomi simili alla depressione come tristezza, affaticamento, senso di vuoto proprio nei giorni in cui “dovremmo” essere felici.

Aaron T. Beck, padre della terapia cognitivo-comportamentale, ci ricordava che il nostro benessere dipende spesso non dagli eventi in sé, ma da come li interpretiamo. E il Natale, purtroppo, è carico di aspettative culturali, familiari, perfino commerciali che possono diventare un peso enorme per chi già fatica a stare bene con sé stesso.

 

Quali sono le cause più comuni di questo malessere?

Ce ne sono molte, e spesso si sovrappongono. La perdita di una persona cara, per esempio, torna prepotentemente in superficie quando si è circondati da famiglie riunite. Oppure, chi ha vissuto traumi legati all’infanzia o alla famiglia d’origine può ritrovarsi in una sorta di “campo minato emotivo.”

Poi c’è la solitudine, aggravata dal contrasto con l’immagine idealizzata delle feste: tutti sembrano avere qualcuno, tranne te. E non dimentichiamo lo stress economico: sentirsi costretti a fare regali che non ci si può permettere, per non “deludere” gli altri, genera un senso di colpa paralizzante.

 

Quindi festività come il Natale possono riaccendere nuovi e vecchi traumi?

Sì, assolutamente. Le festività come il Natale possono riaccendere sia traumi passati che ferite emotive attuali, spesso con una forza sorprendente. Non si tratta solo di nostalgia, ma di un vero e proprio risveglio psicologico legato a dinamiche profonde, memorie corporee e schemi relazionali consolidati.

Quando un trauma viene riattivato, non si tratta solo di “ricordare” qualcosa di brutto. Il corpo rivive la minaccia: il cuore accelera, il respiro si blocca, l’umore crolla, oppure si attiva un meccanismo di dissociazione (“mi sento distaccato da tutto”). Queste reazioni non sono “esagerazioni”, ma tracce viventi di un passato che non ha ancora trovato spazio per essere integrato.

 

C’è chi pensa che “basta voler essere felici” per superarlo. Lei cosa ne pensa?

È un’idea pericolosamente semplicistica. La sofferenza emotiva non è una scelta, né un capriccio. Chi soffre non ha bisogno di sentirsi dire “rallegrati”, ma di sentirsi visto. A volte, il semplice atto di riconoscere: “Sì, è normale che ti senta così” può essere il primo passo verso un po’ di sollievo.

Il problema non è il Natale in sé, ma il divario tra ciò che la società ci racconta, “famiglia, gioia, pace” e la realtà complessa, spesso dolorosa, delle vite reali.

 

Cosa si può fare, concretamente?

Innanzitutto, ridurre le aspettative. Il Natale non deve essere perfetto, né memorabile. Può essere semplice, anche silenzioso. Poi, proteggere i propri confini: non è obbligatorio partecipare a ogni cena, rispondere a ogni domanda indiscreta, fingere entusiasmo.

Consiglio anche di creare rituali personali: una passeggiata al mattino, ascoltare una musica che dà conforto, scrivere una lettera a chi non c’è più, ma soprattutto: parlarne con un amico fidato, con un terapeuta, o anche con se stessi, in un diario. Il silenzio amplifica il dolore; la parola lo smorza.

 

Infine, un messaggio per chi si sente fuori posto in questi giorni?

Tu non sei “guasto” perché non sorridi a Natale. La tua tristezza ha un senso. E non devi curarla da solo. A volte, chiedere aiuto non è segno di debolezza, ma l’atto più coraggioso e amore verso se stessi. Come diceva Beck: “Non è il fatto che ti succede, ma il significato che gli dai, che determina come ti senti”. E forse, quest’anno, puoi scegliere un significato più gentile.

 

 

Ezio Pellicano

Ezio Pellicano

 

 

 

 

 

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