
Foto di Tegan Mierle su Unsplash
Lazio, Carpineto Romano – I centri estivi sono storicamente concepiti come il luogo del gioco libero, della socializzazione faccia a faccia e del contatto con la natura. Eppure, oggi, nel silenzio più assordante, si sta consumando una migrazione silenziosa: i Centri Estivi si stanno fisicamente svuotando e le menti dei ragazzi migrano silenziosamente verso il virtuale, qual è la causa e quale l’effetto?
Ne parliamo con lo psicoterapeuta Ezio Pellicano, che non è un osservatore distaccato ma vive questa realtà in prima persona: da 23 anni è parte integrante dell’organizzazione del centro estivo dell’Associazione ASD Giocosport a Carpineto Romano.
Un punto di vista privilegiato per comprendere le conseguenze di questo fenomeno e il paradosso che sta colpendo il mondo dello sport di base.
Dottore, quando pensiamo a un centro estivo, immaginiamo corpi in movimento e vociare. Oggi, però, lei parla di una “migrazione silenziosa” verso il mondo virtuale. Cosa sta succedendo esattamente?
Sta accadendo qualcosa di invisibile ma potente. I ragazzi arrivano ai nostri spazi con i loro corpi fisici, ma la loro coscienza è spesso altrove, ancorata a uno schermo. È una migrazione silenziosa perché non c’è uno strappo traumatico, ma un lento, inesorabile scivolamento. Il mondo virtuale non è più solo un passatempo; è diventato il loro “luogo primario” di esistenza. Il centro estivo, che dovrebbe essere il tempio del reale, si trova a dover competere con un universo digitale che è sempre in tasca e sempre acceso. I ragazzi migrano verso il virtuale non per scelta consapevole, ma per gravità: il digitale è diventato il loro ambiente naturale, e il mondo reale sta diventando, paradossalmente, una trasferta.
Oltre a questa migrazione mentale, si osserva anche un fenomeno fisico e strutturale: i centri estivi si stanno progressivamente svuotando. I dati parlano di costi ormai inaccessibili e di associazioni che chiudono. Come si collega questo abbandono degli spazi fisici al ritiro nel virtuale?
È un paradosso doloroso che stiamo vivendo sotto i nostri occhi, e ha radici profonde che vanno oltre la semplice economia. I dati nazionali, come quelli di Openpolis, ci dicono che in Italia, in media, solo circa 9 bambini e ragazzi su 100 tra i 3 e i 14 anni frequentano effettivamente un centro estivo. A questo si aggiunge un’impennata dei costi: le associazioni di consumatori riportano aumenti del 23% in soli due anni , e per l’estate 2026 si registra un ulteriore incremento del 5,7% per le formule a tempo pieno arrivando a cifre che sfiorano i 744 euro al mese per figlio nelle strutture private
Ma c’è un terzo attore in questa tragedia, spesso ignorato dai media: la recente Riforma dello Sport (D.Lgs. 36/2021). A due anni dalla sua entrata in vigore, molte associazioni sportive dilettantistiche (ASD) si trovano a fare i conti con sfide concrete e insostenibili . La riforma ha revisionato profondamente la disciplina dei rapporti di lavoro in ambito sportivo , introducendo nuovi obblighi burocratici, fiscali e contributivi che hanno costretto moltissime piccole realtà territoriali ,quelle che per decenni hanno rappresentato il presidio educativo dei nostri quartieri , a chiudere i battenti.
Si è così creato un paradosso crudele: in un momento di crisi economica generalizzata delle famiglie, le associazioni che resistono sono costrette ad aumentare i prezzi per far fronte ai nuovi costi di gestione, altrimenti fallirebbero a loro volta. È una spirale che si autoalimenta: meno associazioni, meno offerta, costi più alti, meno iscritti.
E qui veniamo al punto psicologico cruciale: lo sport è un diritto, non un lusso. Le istituzioni dovrebbero vegliare su questo diritto, non affossarlo con riforme che, nate forse con buone intenzioni, stanno di fatto strangolando il tessuto sportivo di base. Quando un centro estivo chiude nel tuo quartiere, non chiude solo una struttura: chiude un presidio di realtà. Chiude uno spazio dove i ragazzi potevano “toccare” il mondo invece di “cliccarlo”. Lo svuotamento fisico di questi spazi educativi è lo specchio esatto del riempimento tossico delle loro menti digitali. Stiamo lasciando soli i ragazzi, e quando li lasciamo soli, loro migrano. E migrano verso l’unico mondo che li accoglie senza chiedere nulla in cambio: il virtuale.
Perché questa migrazione avviene proprio ora, in un’età in cui dovrebbero essere spinti dall’istinto di esplorare il mondo esterno? Qual è il fascino del virtuale rispetto alla realtà?
La realtà è imperfetta, sporca e faticosa. Al centro estivo fa caldo, bisogna negoziare le regole di un gioco, si può perdere, ci si può sporcare, ci si può annoiare. Il mondo reale richiede la gestione della frustrazione e dei tempi di attesa. Il virtuale, al contrario, è un mondo “su misura”. È un universo asettico dove il ragazzo è il centro, dove il feedback è immediato. La dualità che viviamo oggi è questa: il mondo reale chiede al ragazzo di adattarsi ad esso, mentre il mondo virtuale si adatta al ragazzo. È naturale, quindi, che la loro psiche, ancora in formazione, cerchi la via di minor resistenza emotiva. Il virtuale diventa una sorta di “liquido amniotico digitale” in cui restare immersi per non sentire il peso della realtà.
Quali sono i costi che il corpo e la mente di un ragazzo pagano per questa vita in bilico tra due mondi? Quali conseguenze psicofisiche stiamo iniziando a osservare?
Le conseguenze sono profonde e interessano l’intera persona, perché mente e corpo sono un’unica entità. Sul piano fisico, stiamo vedendo un impoverimento della sensorsialità. I ragazzi perdono la coordinazione fine, la percezione del proprio corpo nello spazio (propriocezione), e la resistenza alla fatica. A questo si aggiungono i disturbi del sonno, la tensione muscolare e l’affaticamento visivo. Il corpo diventa un “sostegno” per la mente, un veicolo dimenticato. Sul piano psicologico, il prezzo è ancora più alto. L’esposizione continua a stimoli iper-veloci nel virtuale sta riducendo drasticamente le capacità di attenzione sostenuta e la tolleranza alla noia. Ma la conseguenza più allarmante è l’anestesia emotiva e l’alessitimia: la difficoltà, cioè, di riconoscere e nominare le proprie emozioni. Nel virtuale le emozioni sono semplificate in emoji o reazioni impulsive; nel reale sono sfumate, complesse, a volte dolorose. I ragazzi stanno perdendo l’alfabeto per descrivere il loro mondo interiore, e quando un’emozione non può essere nominata, si trasforma in sintomo: apatia, irritabilità, o crisi di rabbia inspiegabili.
Di fronte a questo scenario, che ruolo possono giocare i centri estivi? Possono essere un argine a questa migrazione?
Assolutamente si, anzi non possono…devono !. Noi di ASD Giocosport a Carpineto Romano, e sono sicuro tutti coloro che organizzano un Centro Estivo se gli viene data la possibilità, combattiamo ogni estate proprio per questo. Il centro estivo non deve essere un luogo che “vieta” lo smartphone in modo autoritario, ma deve diventare un santuario del reale. Deve offrire esperienze che il virtuale non può replicare: il contatto con la terra, la fatica condivisa di montare un gioco, la gioia grezza di una partita finita con un abbraccio sudato. Il nostro ruolo di educatori e psicologi è fare da “ponte”. Dobbiamo aiutare il ragazzo a riabitare il proprio corpo, a riscoprire il piacere delle cose lente. Dobbiamo creare uno spazio in cui il ragazzo si senta visto per chi è, e non per la sua immagine digitale. Deve essere il luogo dove si ha il permesso di essere imperfetti, lenti e meravigliosamente reali.
Come possono le diverse componenti della società accompagnare i ragazzi in questa lotta, proteggendo la loro salute e il diritto allo sport?
Il primo passo è smettere di combattere una guerra contro la tecnologia. Dobbiamo coltivare il giardino del reale. La tecnologia non è il nemico; il nemico è la sostituzione. Chiedo agli adulti di fare un esame di coscienza: siamo noi i primi a vivere questa dualità, passando dal mondo reale a quello virtuale appena abbiamo un minuto libero? I ragazzi imitano il nostro sguardo, non ascoltano le nostre prediche.
Alle istituzioni chiedo di ricordare che lo sport di base non è una voce di costo, ma un investimento sulla salute mentale e fisica delle nuove generazioni. Servono sostegni concreti alle ASD, non nuove strettoie burocratiche che le costringono a chiudere o ad alzare i prezzi.
Ai genitori consiglio di creare “zone franche” e “tempi sacri” in cui il virtuale è bandito, non come punizione, ma come spazio per la connessione vera. Dobbiamo ricordare ai nostri ragazzi che la vita vera non è quella che si può “cliccare”, ma quella che si può “toccare”, “annusare” e “condividere”. Dobbiamo insegnare loro che, per poter un giorno spiccare il volo in qualsiasi mondo, le loro radici devono affondare saldamente nella terra.
In chiusura, quale messaggio vuole trasmettere su questa tematica?
Innanzitutto che non è il digitale a sottrarre realtà ai ragazzi, ma la nostra incapacità, o forse ci siamo dimenticati come si fa, di offrire un mondo reale abbastanza ricco, lento e imperfetto da valer la pena di viverlo. I bambini in questo periodo di forte transizione per la nostra società vanno tutelati e protetti dal rischio di dimenticare chi veramente siamo. Il corpo del bambino è la sua prima casa e il gioco è la lingua con cui parla al mondo. Quando lo riduciamo a spettatore di uno schermo, tra le altre cose, gli stiamo togliendo la voce….e ricordiamoci che “connessione” non è “presenza”…i ragazzi hanno bisogno di Presenza.
Prima di concludere, permettetemi una riflessione amara da chi, come me, vive lo sport di base da 23 anni qui a Carpineto Romano, con l’ASD Giocosport. La recente Riforma dello Sport sta compiendo un paradosso storico: nata forse con l’intenzione di mettere ordine, sta di fatto strangolando quel tessuto di piccole associazioni Le piccole associazioni, quelle fatte di volontari, di genitori che dedicano il loro tempo, di educatori che ci mettono la faccia ,che per generazioni è stato la palestra di vita dei nostri territori.
Il meccanismo è crudele e sotto gli occhi di tutti: le strettoie burocratiche e fiscali costringono le realtà più fragili a chiudere i battenti o, per sopravvivere, ad alzare i prezzi, escludendo di fatto le famiglie. E mentre le associazioni chiudono una dopo l’altra, i centri estivi si svuotano e i ragazzi scivolano sempre più in profondità nel virtuale. Le istituzioni devono comprendere una verità elementare: quando si spengono i cortili, si accendono gli schermi.
Ogni ASD che chiude non è una semplice voce in meno in un registro: è un presidio di realtà che scompare. È un educatore in meno, è uno spazio in meno dove un ragazzo può ancora sporcarsi le mani, cadere, rialzarsi e guardarsi negli occhi. Non c’è algoritmo, non c’è decreto, non c’è riforma che possa sostituire il valore umano di questa presenza.
Proteggere le ASD significa proteggere l’ultimo baluardo di un mondo reale in cui i nostri figli possono ancora mettere radici. Lo sport è un diritto costituzionale, e un diritto non può essere sacrificato sull’altare della burocrazia .Tutto il resto è solo rumore.

Ezio Pellicano














