“Non è solo un capriccio”: dialogo sul rischio suicidio in adolescenza

Scritto da il 3 Marzo 2026


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Guida psicologica per genitori, educatori e ragazzi con un focus sulla transizione all'”Umanità 2.0″

 

I dati ci offrono uno scenario che non possiamo ignorare: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il suicidio rappresenta una delle principali cause di morte tra i giovani a livello globale. In Italia, le rilevazioni ISTAT confermano un fenomeno che richiede attenzione costante, con un impatto significativo anche in termini di tentativi e ideazione suicidaria, che sono statisticamente molto più numerosi dei casi conclamati.Dietro ogni statistica c’è una persona, una famiglia, una storia interrotta. È un tema che spaventa, che genera senso di colpa negli adulti e vergogna nei ragazzi.

Tuttavia, per prevenire questo esito tragico, è necessario rompere il tabù e guardare al fenomeno non come a un atto di “debolezza”, ma come alla conclusione dolorosa di un processo di sofferenza psicologica non ascoltata. Ne parliamo con lo psicoterapeuta dottor Ezio Pellicano.

 

Iniziamo con una domanda diretta. Perché è così difficile parlare di suicidio tra i minori?

La difficoltà  nasce dalla paura: paura di sbagliare, di giudicare, di “mettere idee in testa”. Ma il silenzio è il primo alleato del dolore.

 

Cosa c’è davvero dietro questo silenzio? Qual è la natura di questo dolore?

Dal punto di vista psicologico, dobbiamo spostare lo sguardo: il suicidio in età evolutiva raramente è un atto improvviso. È spesso l’esito di quello che lo psicologo Edwin Shneidman definiva “psicache”, un dolore psicologico insopportabile, percepito come un tunnel infinito. Il giovane non vuole necessariamente morire, vuole che quel dolore smetta di esistere. La morte è vista erroneamente come l’unico modo per cessare la sofferenza.. Comprendere questo è il primo passo. Non stiamo giudicando un gesto, stiamo accogliendo una sofferenza.

 

Spesso sentiamo dire che i ragazzi sono “impulsivi” o “esagerati”. C’è una base biologica che li rende più vulnerabili?

Sì, ed è fondamentale conoscerla per non colpevolizzare nessuno. L’adolescenza è una fase di profonda ristrutturazione cerebrale. Immaginali come un’auto sportiva: Hanno un acceleratore potentissimo (l’amigdala, che gestisce le emozioni intense, è iperattiva).

Ma hanno anche freni ancora fragili( la corteccia prefrontale, che serve a controllare gli impulsi e valutare le conseguenze non è ancora matura, lo sarà intorno ai 25 anni).Questo squilibrio rende i minori vulnerabili. Vivono le emozioni con un’intensità devastante e faticano a vedere alternative. Un dolore che per un adulto è gestibile, per loro può sembrare la fine del mondo.

 

Quali sono i fattori di rischio principali oggi? A cosa devono prestare attenzione genitori e insegnanti?

Non esiste una causa unica, ma un intreccio di fattori bio-psico-sociali che sono:

  1. Individuali: Disturbi dell’umore, ansia, o traumi non elaborati.
  2. Relazionali: Secondo la Teoria Interpersonale del Suicidio, due percezioni sono cruciali: sentirsi un peso per gli altri e sentirsi isolati (non appartenenti a nessun gruppo).
  3. Ambientali: Il bullismo (incluso il cyberbullismo) e i conflitti familiari.
  4. Categorie Vulnerabili: Dobbiamo avere un’attenzione particolare per i ragazzi LGBTQ+ o quelli con neurodivergenze (es. ADHD, autismo), che possono sperimentare un isolamento sociale amplificato e maggiori difficoltà di regolazione emotiva.

 

Come distinguo un normale disagio adolescenziale da qualcosa di più grave? Quali sono i segnali d’allarme?

I ragazzi raramente dicono “voglio uccidermi”. Comunicano il disagio in altri modi Bisogna fare molta attenzione a:

  • Cambiamenti comportamentali: Ritiro sociale, abbandono di hobby amati, crollo del rendimento.
  • Segnali fisici: Cambiamenti drastici nel sonno o nell’appetito.
  • Frasi indirette: “Sarebbe meglio se non ci fossi”, “Tanto a nessuno importa di me”, “Sono stanco di combattere”.
  • Autolesionismo: Tagliarsi è spesso un tentativo di regolare il dolore emotivo tramite quello fisico. È un potente segnale di sofferenza che va preso sul serio.

E per i genitori fare attenzione a quella conosciuta come “la Regola delle tre I”. Diventa segnale di allarme clinico quando i cambiamenti sono:

  1. Intensi (sproporzionati rispetto all’evento scatenante).
  2. Insistenti (durano da settimane, non sono episodi isolati).
  3. Interferenti (impediscono al ragazzo di vivere la sua vita quotidiana: scuola, amici, sport).

 

Vorrei introdurre un concetto più ampio: si parla sempre più di “transizione all’Umanità 2.0”. Cosa significa per la salute mentale degli adolescenti?

È una domanda fondamentale, che qualche anno fa non ci saremo mai posti e se compare oggi sta a sottolineare l’importanza di questa fase che tutti noi stiamo vivendoe la comparsa di nuovi fattori di rischio. Con “Umanità 2.0” intendiamo la generazione di nativi digitali che sta ridefinendo l’esperienza umana. Attraverso la tecnologia si stanno favorendo f Identità fluide, relazioni mediate dagli schermi, accesso immediato all’informazione (e alla disinformazione), intelligenza artificiale a cui delegare gran parte della vita quotidiana. Per un adolescente, questa transizione non è solo tecnologica, ma esistenziale.I ragazzi di oggi costruiscono la propria identità in uno spazio “ibrido”: fisico e digitale simultaneamente. Questo porta nuove opportunità (connessione globale, espressione creativa) ma anche nuovi rischi:

  • La pressione di curare un “sé digitale” perfetto
  • La confusione tra likes e valore personale
  • L’isolamento paradossale: iperconnessi ma soli
  • L’esposizione a contenuti dannosi senza filtri emotivi

 

Come si collega questo al rischio suicidario?

In diversi modi:

  • Identità frammentata: Se il valore di sé dipende dai feedback online, ogni critica o silenzio diventa una minaccia esistenziale.
  • Confronto sociale amplificato: I social mostrano vite “perfette” che alimentano il senso di inadeguatezza.
  • Disregolazione emotiva digitale: La stimolazione continua (notifiche, scroll infinito) rende più difficile sviluppare la capacità di stare con le proprie emozioni senza distrarsi.
  • Accesso a contenuti a rischio: Algoritmi che possono spingere verso comunità tossiche o contenuti che normalizzano l’autolesionismo.

 

Cosa possiamo fare per accompagnare i ragazzi in questa transizione?

Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di educare alla consapevolezza digitale. Dovremmo preoccuparci di creare e favorire:

  1. Alfabetizzazione emotivo-digitale: Insegnare a riconoscere come i social influenzano il nostro umore e la nostra autostima.
  2. Spazi “unplugged”: Creare momenti e luoghi liberi da schermi per favorire la connessione reale e la riflessione interiore.
  3. Pensiero critico: Aiutare i ragazzi a decodificare i messaggi dei media e a distinguere tra realtà e rappresentazione.
  4. Modellamento adulto: Gli adulti per primi devono mostrare un rapporto sano con la tecnologia.

La tecnologia è uno strumento. Sta a noi insegnare ai ragazzi a usarlo per costruire, non per distruggersi.

 

Se un genitore sospetta qualcosa, cosa deve fare? E come deve porre la domanda senza “rovinare tutto”?

La prima regola è: non abbiate paura di chiedere. È un falso mito che chiedere del suicidio “metta l’idea in testa”. Al contrario, offre al ragazzo la possibilità di liberare un segreto pesante. Chiedete direttamente, con calma: “Ti senti così triste da pensare di farti del male?”.

Nella pratica bisogna:Ascoltate senza giudicare: Evitate frasi come “È solo una fase”. Dite invece: “Vedo che soffri e mi dispiace. Sono qui per te”.Non promettete segreti: Se c’è un rischio per la vita, la sicurezza viene prima della privacy. È necessario coinvolgere professionisti.Gestire il rifiuto: Se il ragazzo si oppone all’idea di essere aiutato, ricordate che la sicurezza viene prima del suo consenso. Potete contattare voi stessi uno specialista per chiedere consulenza su come muovervi, anche senza la presenza iniziale del minore.

 

E il ruolo della scuola? Cosa possono fare insegnanti e istituzioni?

La scuola è un osservatorio privilegiato. Gli insegnanti possono:Formarsi: Riconoscere i segnali di disagio senza fare diagnosi. Creare un clima di classe inclusivo: Dove la diversità è accolta e il bullismo non è tollerato.Attivare protocolli chiari: Sapere a chi rivolgersi internamente (referente bullismo, sportello psicologico) e come contattare le famiglie in modo costruttivo.Promuovere l’alfabetizzazione emotiva e digitale: Integrare nel curriculum momenti di educazione alle emozioni, alla gestione del conflitto e all’uso consapevole della tecnologia.

 

E i coetanei? Un amico può fare la differenza?

Assolutamente sì. Gli amici sono spesso i primi a notare i cambiamenti. Possiamo insegnare ai ragazzi una regola semplice: “Se un amico ti confida pensieri suicidi, non tenerlo per te”. Non significa tradire, ma salvare.

Incoraggiamo i ragazzi a:Ascoltare l’amico senza giudicare.Non lasciare l’amico solo se è in crisi acuta.Coinvolgere un adulto di fiducia (genitore, insegnante, allenatore). La peer education ( educazione tra pari)è uno strumento potentissimo di prevenzione.

 

C’è speranza? Si può uscire da questo tunnel?

Assolutamente sì. Il cognitivista Aaron Beck ci ha insegnato che il vero nemico non è la depressione in sé, ma la disperazione (hopelessness), ovvero la convinzione che il dolore durerà per sempre. Il pensiero suicidario crea una “visione a tunnel”. Il ruolo della terapia  è proprio quello di allargare questa visione, mostrando che le emozioni sono temporanee e che esistono altre strade. La crisi è spesso transitoria; con il supporto giusto, i ragazzi imparano a gestire le emozioni e costruiscono un futuro.

 

Cosa succede dopo che la crisi acuta è passata? Come si accompagna un ragazzo nel percorso di guarigione?

La fase post-crisi è delicata. È importante ed è necessario

  • Non abbassare la guardia: Il rischio può ripresentarsi, soprattutto in momenti di stress.
  • Costruire un piano di sicurezza: Insieme al terapeuta, identificare strategie di coping, persone di riferimento e segnali di allarme personali.
  • Rafforzare i fattori protettivi: Ritrovare routine, hobby, relazioni positive.
  • Accogliere le ricadute: La guarigione non è lineare. Una giornata no non cancella i progressi.

 

E chi aiuta, come sta? Genitori e insegnanti rischiano il burnout?

Domanda cruciale e spesso dimenticata. Chi accompagna un ragazzo in sofferenza vive un carico emotivo pesante. Deve imparare, a sua volta affidandosi ad un professionista, a Riconoscere le proprie emozioni:( (Paura, rabbia, senso di impotenza sono normali). Cercare supporto per sé: (Genitori e insegnanti dovrebbero avere uno spazio di ascolto o supervisione) .Non farsi carico da soli: La rete è fondamentale (Condividere il peso con professionisti, altri genitori, colleghi) Prendersi cura di chi cura non è egoismo, è necessità per poter continuare ad aiutare.

 

Possiamo prevenire? Cosa possiamo costruire nella quotidianità?

La prevenzione si fa tutti i giorni, non solo nell’emergenza. Come abbiamo detto in precedenza i passi da fare, ma mi rendo conto difficili nella loro semplicità sono:

  • Alfabetizzazione emotiva e digitale: Insegniamo ai bambini a dare un nome alle emozioni e a navigare il mondo online con consapevolezza.
  • Problem Solving: Aiutiamoli a vedere gli errori come parte dell’apprendimento, non come definizioni del loro valore.
  • Connessione reale: Favoriamo il senso di appartenenza a gruppi sani (sport, arte, volontariato). Sentirsi parte di qualcosa è un potente fattore protettivo, sia online che offline.

 

Un ultimo messaggio per chi ci legge e forse si riconosce in queste pagine?

A te, ragazzo o ragazza che stai leggendo: il tuo dolore è reale, ma non è permanente. Chiedere aiuto non è debolezza, è il primo atto di coraggio verso te stesso. Meriti di essere ascoltato, meriti di stare bene.

A te, adulto che ti preoccupi: il nostro compito fondamentale è dare ai giovani la possibilità e la capacità di scegliere. Il suicidio, spesso, non è una scelta libera come sembra, ma una scelta forzata dall’urgenza di eliminare il dolore. Quello che dobbiamo offrire sono le risorse per poter scegliere davvero. La curiosità e la conoscenza possono aiutarli a cambiare prospettiva, allargando quel tunnel che li imprigiona, ma dobbiamo essere noi adulti in grado di fornirgliele.

Nell’era dell’Umanità 2.0, la cosa più rivoluzionaria che possiamo offrire ai giovani è ancora la più antica: presenza umana autentica e gli strumenti per costruire il proprio futuro.

 

 

Ezio Pellicano

Ezio Pellicano

 

 

 

 


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