“Cuoio di Russia”: il romanzo di Pietro Angelini tra opera e storia, verità e memoria

Scritto da il 27 Maggio 2026

 

 

Libri – “Cuoio di Russia“, l’ultimo romanzo di Pietro Angelini, edito da Sandro Teti Editore, porta il lettore in un viaggio sia insolito che, in un certo senso, comune; insolito per i personaggi e i contesti che caratterizzano il libro, comune perché, pagina dopo pagina, l’autore affronta e delinea quegli elementi che caratterizzano l’essenza dell’esperienza umana. Per questa ragione, leggendo, potremmo pensare che Angelini, parlando di altro, stia parlando di noi:

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Come nasce il suo romanzo, Cuoio di Russia ?

Il romanzo nasce da oltre di trent’anni di frequentazione e osservazione della Russia, incominciata pochi mesi prima della disintegrazione dell’URSS e tuttora in corso, che mi ha consentito di essere testimone dei grandi sconvolgimenti avvenuti in questo immenso Paese e di conoscerlo anche attraverso la sua gente, un popolo segnato dalle vicende storiche recenti ma anche immerso in una sua memoria collettiva fatta di cultura materiale e spirituale che si tramanda fra le generazioni. Un popolo e una cultura fortemente segnati dalla natura, protagonista assoluta del vivere russo, ma anche dal vissuto delle generazioni precedenti come dai traumi recenti che la fine dell’Unione Sovietica e la successiva fase neo-liberista hanno imposto alla nazione. La fine dell’Unione Sovietica era stata accolta con molta speranza dalla popolazione, intendendo però con ciò l’entrata nella grande famiglia europea e la fine di un paradigma sociale che non lasciava libera iniziativa all’individuo ma lasciava nelle mani dell’apparato statale le leve esclusive dell’economia e della cultura nazionali. La dissoluzione dell’URSS – peraltro non voluta dalla maggioranza della popolazione sovietica – e le successive brutali fasi di privatizzazione dello stato sovietico invece di portare pace, benessere e una nuova vitalità economica hanno aperto di fronte ai russi una voragine di miseria e derelizione: la fine di ogni garanzia sociale (casa, istruzione, sanità), la frantumazione sociale liberista dovuta alla fine di ogni valore di solidarietà, la crescita di fenomeni criminali mai visti prima, come la famosa mafia russa, la nascita delle nuove oligarchie parassitarie, un profondo degrado culturale, etc.. Il risultato è condensato in un dato statistico: al termine del decennio di El’cin, l’aspettativa media di vita era al di sotto dei 60 anni. Lo sconquasso della società ridotta in frantumi e le miriadi di reazioni personali e collettive che questo stato di cose ha innescato nella Russia degli anni ’90 sono la base di partenza di questo romanzo.

 

Il romanzo è ambientato in Russia ma anche collegato all’Italia, come nasce questo legame?

Il profondo legame culturale fra Italia e Russia è un dato storico che nasce e si sviluppa costantemente nel corso della storia dei due Paesi. Il protagonista di Cuoio di Russia è un cantante italiano d’Opera, il tenore Nicola, che durante l’esecuzione del Trovatore di Verdi perde improvvisamente la voce in scena nel momento in cui dovrebbe cantare il celebre do di petto nella celebre “Di Quella Pira..”. La crisi professionale che segue il fallimento in scena diviene per il tenore una crisi d’identità, giacché, un tenore che non sa più cantare non sa più chi è, ma soprattutto non sa più dire la verità in scena. Nel tentativo furbesco di rimediare alla sorte con trucchi da guitto esperto quale è, senza minimamente occuparsi delle vere cause del suo fallimento, Nicola fa la conoscenza con uno strano personaggio, L’Uomo Profumato. Preceduto sempre da un aroma maschile e dolciastro che sembra annunciarlo – una vecchia essenza di Chanel degli anni ’20, denominata Cuoio di Russia – L’Uomo Profumato si offre a Nicola come un nuovo agente in grado di procurargli una nuova giovinezza canora – e non solo – nella nuova Russia, appena nata dalle ceneri dell’URSS. Nicola spera e senza pensare troppo a quello che fa, si aggrappa a quella speranza e firma il contratto. Da qui il romanzo si sposta a Mosca a raccontare le vicende di Nicola nei successivi trent’anni, di pari passo con la recente storia russa, fino alla guerra Ucraina e ai nostri giorni. Il legame fra i due paesi si esprime qui dietro la metafora del tenore, simbolo della sofisticata eredità culturale italiana, che in crisi profonda di identità spera di trovare una nuova ragione di vita in un paese di grandi risorse, pronto ad accoglierlo sulla base della sua storia e cultura ma che come lui è afflitto da una sorta di analoga crisi di identità.

 

Si parla di un rapporto “contraddittorio” tra i nostri Paese, a cosa crede sia dovuto?

Le contraddizioni nascono anch’esse, come gli elementi di comune visione e solidarietà, dalla storia. Se il legame fra Russia ed Europa è profondo, cionondimeno la Russia è stata nei secoli spesso percepita e definita come un corpo estraneo all’Europa. La sua cultura profondamente radicata nella memoria e nelle istituzioni culturali della civiltà europea, è stata spesso rigettata sul piano prettamente politico, o meglio sarebbe dire geopolitico, come oggi viene definito il rapporto fra i due blocchi, sradicandolo da quello puramente storico e culturale per dirottarlo in una dimensione di scontro egemonico fra blocchi che cercano di coesistere senza dover cedere oppure di imporre all’altro la loro visione del mondo. Se pensiamo alla storia degli ultimi secoli, fasi di questo tipo si sono succedute con alternanza sorprendente: fasi in cui la Russia è stata vista ora come alleata e portatrice di stabilità economica – specie attraverso il rapporto economico dovuto alle grandi riserve naturali che si confacevano alle esigenze di sviluppo dell’Europa – ora come nemica, dove le stesse risorse divenivano oggetto dei tentativi di controllo da parte dell’Europa stessa e del cosiddetto Occidente. Si pensi solo alle maggiori crisi degli ultimi secoli: l’invasione francese con Napoleone, quella nazista di Hitler e la caduta stessa dell’URSS – in gran parte guidata dagli USA –  sono chiare testimonianze dell’ambivalenza con la quale l’Occidente ha cercato a fasi alterne di includere prima o espellere poi la Russia dalla civiltà Europea.

 

Cos’è che, dal suo punto di vista, l’Italia o l’Europa fatica a comprendere della cultura e della mentalità russa? E viceversa.

Credo sia molto difficile rispondere a questa domanda. Gli elementi di fraintendimento e incomprensione sono tanti. Come tanti gli elementi di coesione di comprensione. L’ultima crisi in atto è a mio avviso, proprio come accade a Nicola nel mio romanzo, una crisi di verità. Dal momento in cui la cosiddetta Europa – sempre più un’inesistente entità politica – ha preteso di avere una sola visione e una sola voce sulla Russia (quando invece la storia di ogni Paese europeo conta secoli di separati rapporti con il mondo russo, tutti diversi fra loro) l’incomprensione e direi la confusione sono giunte al parossismo. L’Italia e gli italiani hanno storicamente un modo di intendere la Russia che non collima con quello di altri Paesi europei che con la Russia (URSS o Impero Zarista che fosse) hanno avuto altre esperienze storiche che cercano di far prevalere nell’obbligata lettura collettiva europea. L’idea è che nei momenti di maggiore distensione, per intendersi quelli in cui prevalgono l’amicizia e gli affari, è la visione dei Paesi antichi e del sud Europa che prevale: Italia, Spagna, Grecia, a cui si adeguano in una certa misura anche Francia e Germania. Ma nei momenti di inimicizia e scontro, la visione che torna a prevalere è quella degli storici nemici: Inghilterra, Olanda, Polonia, Paesi Baltici. Se si può superare questa condizione attuale di scontro? Difficile dirlo, basterebbe forse considerare che la crisi attuale dell’Europa assomiglia molto a quella del nostro tenore Nicola: in questa aggressiva cacofonia senza centro e senza voce è chiaro come l’Europa non sappia più cantare, ma voglia cantare lo stesso. Il suo canto però, che un tempo era di dialogo, pace e sviluppo, è ora pieno di stecche e falsetti. Cioè a dire – secondo il dettato dell’Opera – privo di verità.

 

La cultura operistica è un altro aspetto importante di questo romanzo, per quale ragione.

La cultura operistica e il melodramma in generale rappresentano l’apice della cultura europea. Una forma d’arte unica che ha trovato in Italia il luogo in cui nascere e svilupparsi in diverse direzioni e declinazioni che permangono tuttora. La sua unicità è senza pari da tanti e tali sono i talenti e le forme d’arte che devono confluire tutte insieme in un’unica opera che si invera ogni volta in una unità spazio-temporale precisa. Nel romanzo l’Opera ha un valore simbolico, rappresenta un mondo a parte, sospeso fra finito e infinito, che ha in sé la capacità di redimere coloro che sanno ascoltarla, traendoli fuori dalla crisi d’identità in cui la fede cieca nella tecnica e nell’individualismo liberista ha gettato la nostra civiltà. L’Opera è il catalogo delle vite, l’elenco delle possibilità in cui la vita umana si può esprimere secondo gli eterni cicli, sentimenti e valori. L’Opera ha la facoltà di rappresentare in scena questa verità eterna: i valori fondativi della civiltà, la memoria di ciò che siamo e forse saremo, la possibilità di compiere in definitiva gesti eroici, come bene saprà Nicola al termine della sua vicenda. Poiché avere fede e memoria, vivere con onore la propria vita, saper distinguere il bene dal male, la verità dalla menzogna, sono gli unici gesti eroici per i quali vale la pena morire.

 

 

Biografia di Pietro Angelini

 

 

 

Pietro Angelini, nato a Rimini, classe ’59. Laureato in Storia delle Filosofie dell’India e dell’Estremo Oriente all’Università Alma Mater di Bologna, scrittore, saggista, documentarista, consulente aziendale, si occupa da oltre trent’anni di Russia e delle civiltà dell’Asia Orientale. Fra i suoi lavori:

  • Sette Quadri per lo Zen, film documentario (Premio Filmmaker Milano 1991, Premio Media Europe,  Gabbiano d’Argento, Bellaria 1992, Migliore Fotografia, Bellaria 1992)
  • Fiabe Tibetane, 3 volls. Nuovi Equilibri 2000-2002
  • Nuova California, romanzo, Stampa Alternativa, 2007
  • Il Podio Celeste. Educazione Fisica e Sport in Cina, Nuovi Equilibri, 2008
  • Tibet, mito e storia. Stampa Alternativa, 2008
  • Vita e Opere del Maestro Qiuao, film documentario, Beijing 2015 (co-regia con Germana Mamone)
  • Irina Starženeckaja Il Colore Nascosto, film documentario, Mosca 2026 (co-regia con Germana Mamone)

 

 


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