Coltivare l’amicizia di Gesù assicura al cuore pace profonda

Scritto da il 26 Settembre 2026

Dal Vangelo secondo Matteo  (Mt 21,28-32)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».

E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

 

 

Spiritualità –  Omelia XXVI Domenica fra l’Anno, la riflessione sul Vangelo del Vescovo Emerito di Carpi Francesco Cavina:

Ascolta “Coltivare l’amicizia di Gesù assicura al cuore pace profonda” su Spreaker.

 

 

Una delle grandi fatiche dei genitori è vedere, a volte, la ribellione dei propri figli. Con le migliori intenzioni chiedono loro di fare qualcosa che ritengono utile  per il loro futuro, ma ottengono un rifiuto, quasi a rivendicare una propria indipendenza: “Non voglio che tu decida per me”.

Gesù, nel Vangelo di oggi, si serve di questa esperienza umana per parlarci del nostro rapporto con Dio. Un padre ha due figli e ad entrambi rivolge la medesima richiesta: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna».

Il primo risponde con un “no” netto, quasi provocatorio. Ma poi accade qualcosa: ci ripensa, si pente del suo comportamento e va. Il secondo, al contrario, risponde con impeccabile prontezza: «Sì, signore». Dice la cosa giusta, salva le apparenze, ma poi nella vigna non ci mette piede. E quando Gesù domanda quale dei due  abbia compiuto la volontà del padre, la risposta non lascia spazio a dubbi: il primo.

 

La provocazione del Vangelo

Ma proprio qui comincia la provocazione del Vangelo. Non sono i nostri ragionamenti, i nostri discorsi o le nostre buone intenzioni a rivelare chi siamo veramente: sono le nostre scelte  concrete. Gesù, allora, attraverso questa parabola, ci chiede di esaminare la nostra vita e di domandarci: come sto davanti a Dio?

Il secondo figlio rappresenta coloro che si accontentano delle apparenze, quelli che magari sanno dire le parole giuste, che mostrano una fede esteriore, ma poi quella fede non arriva a toccare la vita reale. È il rischio di una religiosità fatta di parole e di abitudini. Il primo figlio, invece, incarna chi dice no a Dio, perché ritiene che Dio sia un ostacolo alla propria felicità e libertà, e non Colui che desidera questi beni per noi più di ogni altro.

Tuttavia, il nostro «no» non è necessariamente l’ultima parola della nostra storia. Dio lascia sempre aperto un  varco per il ritorno. Il primo figlio compie un gesto semplicissimo e nello stesso tempo straordinario: si pente. Rientra in se stesso. Guarda ciò che ha fatto. Riconosce che la strada presa non è quella giusta e decide di cambiare direzione. Il pentimento non è debolezza. È forza. Il mondo insegna a giustificarci, a difenderci e a mascherare i nostri errori.

Il Vangelo ci insegna una strada diversa: ad avere il coraggio di chiamare  il male per nome, a riconoscere i propri errori, a chiedere perdono al Signore per ricominciare a vivere. Per questo ricevere il perdono è uno dei più grandi miracoli che possono accadere nella vita di una persona. Esso, infatti, è «la vita dopo la morte, l’essere dopo il nulla, l’edificazione dopo lo sfacelo, la gioia dopo la disperazione.

Diceva il Santo Curato d’Ars: “I santi non hanno iniziato tutti bene, ma hanno finito tutti bene”. È una frase che dovremmo ricordare spesso: con Dio non conta come siamo partiti, ma come decidiamo di arrivare.

 

Genitori e figli nel Vangelo 

In questa parabola, però, come osservava Benedetto XVI, dietro ai due figli se ne intravede, misteriosamente, un terzo: «Il primo figlio dice di sì, ma non fa ciò che gli è stato ordinato. Il secondo figlio dice di no, ma compie poi la volontà del padre. Il terzo figlio dice di “sì” e fa anche ciò che gli viene ordinato. Questo terzo figlio è il Figlio unigenito di Dio, Gesù Cristo». E qui arriviamo al cuore della parabola. Noi possiamo riconoscerci nell’uno o nell’altro dei due figli: possiamo dire di sì e poi non fare; possiamo dire di no e poi pentirci e cambiare.

Ma c’è un Figlio che è il «Sì» perfetto al Padre: Gesù. Ed è proprio Lui che ci insegna a dire il nostro «sì».

La parabola diventa, quindi, un invito a coltivare nella nostra vita l’amicizia di Gesù che assicura al cuore pace profonda e serenità perchè Lui è l’unico capace di sanare la nostra umanità ferita e malata.

 

S.E. Mons. Francesco Cavina (foto Monastero WiFi)

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