Slipknot + Jinjer e Vended: a Villafranca spettacolo all’insegna del Nu Metal

Scritto da il 27 Luglio 2022

Dopo un’attesa durata 3 anni (complice ovviamente il periodo di pandemia) torna in Italia una delle band più iconiche della scena metal mondiale: accolti tra le mura del Castello Scaligero di Villafranca di Verona sono andati in scena gli Slipknot. I nove ragazzi dell’Iowa, noti non solo per essere tra i fondatori del Nu Metal a cavallo degli anni ’90 e i primi 2000 ma anche per le maschere che indossano durante le esibizioni, hanno scelto la location veronese come unica data italiana per il“We are not your  kind European tour 2022”, posticipata di un anno a causa, come detto a inizio articolo, dello stop per via della pandemia. Quello di ieri è stato uno spettacolo non solo musicale, gradito soprattutto dai fan di vecchia data i quali hanno potuto godere delle canzoni più rappresentative dei primi album della band, ma anche scenografico, con petardi e giochi pirotecnici che hanno condito l’esibizione di Corey Taylor (il frontman, ndr.) e soci sul palco scaligero. Ad aprire la serata erano presenti i Vended, sempre dall’Iowa, e i Jinjer, gruppo metal ucraino della regione di Donetsk.

 

Vended

Ad aprire la serata, non senza qualche ritardo (torneremo poi a parlare dell’organizzazione) ci hanno pensato i Vended, gruppo di giovani ragazzi dell’Iowa capitanati da Griffin Parker Taylor. Il fatto che vengano anche loro dall’Iowa e che il frontman faccia di cognome Taylor non è frutto di uno scherzo del destino: il ragazzo è davvero il figlio del cantante Corey Taylor. Insieme a lui, come figlio d’arte nella band,alla batteria c’è pure Simon Crahan, figlio di Shawn “Clown” Crahan, percussionista della band mascherata. I ragazzi, nonostante la giovane età, dimostrano grande confidenza sul palco e propongono uno stile molto aggressivo, che più che ricordare la band dei genitori sembra prendere ispirazione da un’altra grande band della scena Nu Metal, i Mudvayne, con riff dalle sonorità basse ma taglienti, batteria dal doppio pedale martellante e voce dotata di un growl potente, del resto buon sangue non mente. Uniche pecche forse sono la “monotonia” delle varie canzoni (il genere magari non si presta a chissà quali variazioni o virtuosismi, però in certe parti non si capiva la differenza tra una canzone e l’altra) e l’esibizione di Griffin Parker, che sembrava volesse imitare in tutto e per tutto il padre come modo di stare sul palco: giusto prenderne ispirazione, ma sempre meglio metterci anche qualcosa di più personale. Ad ogni modo non una cattiva esibizione la loro, che sono riusciti a scaldare la folla in attesta dello spettacolo principale, del resto sono ancora molto giovani, il talento non manca e il tempo è ancora dalla loro parte, sicuramente sentiremo ancora parlare di loro.

 

Jinjer

Da un gruppo di giovani promesse passiamo ad un altro con qualche anno in più sulle spalle: a proseguire la serata ci pensano i Jinjer, band ucraina guidata dalla frontman Tatiana Shmayluk. Di questi tempi può essere considerata una forte presenza la loro, provenendo appunto da una delle regioni più colpite dalla guerra tra Ucraina e Russia (Donetsk, ndr.) e durante l’esibizione non hanno mancato di ringraziare il pubblico e l’Italia non solo per l’accoglienza ma anche per il sostegno dato al loro Paese in questo conflitto. Chiusa questa parentesi, il gruppo presenta uno stile già più diverso dai primi che si sono esibiti, anch’esso molto aggressivo ma sicuramente più vario ed elaborato, con un’alternanza tra suoni graffianti e melodici che sfruttano la potenza vocale di Tatiana, capace di passare da fasi di growl/scream a linee vocali più melodiche, senza però perdere di potenza. Le sonorità non richiamano proprio i primi anni del Nu Metal (a differenza dei Vended), bensì sembrano più indirizzate verso una versione moderna del “Death Metal”, tant’è che tra i gruppi ai quali si ispirano vengono citati gli Opeth (e un po’ si riesce a cogliere questa ispirazione nei loro brani). Rispetto al gruppo precedente si vede che qua c’è dell’esperienza, nonostante il ruolo di gruppo spalla hanno messo in piedi una signora esibizione, tenendo alta l’attenzione del pubblico che ha risposto presente durante tutta la durata del concerto.

 

Slipknot

Passiamo ora al pezzo forte della serata, coloro per cui tutti erano presenti ieri sera: dopo anni di attesa finalmente riecco gli Slipknot. Aprono il concerto come solo i grandi gruppi sanno fare, coprendo il palco con un enorme telo raffigurante il loro logo e tolto successivamente sotto le note di Disasterpiece che manda la folla in delirio. Partono subito forte presentando uno dei brani più “violenti” del loro secondo album (IOWA) e con un Corey Taylor che, nonostante stia cominciando ad accusare qualche difficoltà, riesce ancora a sostenere vocalmente brani difficili come questo. Neanche il tempo di rendersi conto dove ci si trova che subito parte Wait and Bleed, brano del primo album omonimo della band (Slipknot) e tra quelli che li ha resi celebri al grande pubblico. Ma i presenti non vogliono di certo vivere di soli ricordi, ecco che quindi parte successivamente All out life, singolo a sé stante che ha anticipato l’uscita dell’album “We Are Not Your Kind”, pubblicato nell’estate del 2019 e che ha rappresentato il grande ritorno della band dopo il non proprio indimenticabile “The Gray Chapter”. Dopo questa partenza “a cannone” piccolo intermezzo tra Corey e i fan, con un suo iconico saluto al pubblico italiano (che però non verrà riportato per ovvi motivi) e col ringraziamento da parte di tutto il gruppo per la solita grande accoglienza che l’Italia riserva loro ogni volta che vengono qui. Ringraziamenti ribaditi spesso durante il concerto, segno di come il frontman si senta molto legato al suo pubblico (che egli chiama spesso “famiglia”).

Ma non c’è tempo per le smancerie, ecco che quindi ripartono con un altro grande pezzo, questa volta dall’album “All Hope is Gone”, quarta opera prodotta da loro: Sulfur. Brano che, a differenza dei primi portati in scena, passa da riff più acuti e taglienti a melodie più cupe, elaborate ma comunque aggressive, capaci di far saltare il pubblico di fronte allo stage. Se poco fa si è detto come Corey Taylor appaia leggermente in difficoltà nelle fasi di growl, quando canta in pulito invece può dire di gran lunga ancora la sua. Il bello dei loro concerti però non è solo nelle canzoni in sé, seppur abbiano comunque un’ottima resa dal vivo, ma nello spettacolo offerto anche sul palco, con diversi giochi pirotecnici a condire il tutto e con i vari membri (in primis Shawn Crahan, il DJ Sid Wilson e Michael Pfaff, percussionista subentrato a Chris Fehn nel 2019) che vagano per il palco ad intrattenere il pubblico e a “suonare” i vari bidoni esposti sullo stage. Non c’è un attimo di respiro al Castello Scaligero, finito il brano parte subito un altro capolavoro che li ha consacrati a livello mondiale e che ha permesso loro di vincere anche dei Grammy: Before I Forget. Probabilmente questo brano deve la propria fama anche grazie a videogiochi come “Guitar Hero”, in quanto si trova presente tra le canzoni giocabili all’interno del terzo capitolo della saga, ma è indubbia la carica che trasmette ogni volta che viene suonata e il pubblico non ne è rimasto affatto deluso durante l’esibizione. Come detto poco fa, gli Slipknot non si vogliono concentrare solo sul passato; subito dopo hanno infatti ribadito l’uscita del nuovo album “The End, So Far” che vedrà la luce il 30 settembre prossimo. Corey Taylor nell’annunciarlo ha voluto precisare come il titolo non significhi uno scioglimento della band (cosa che in un primo momento aveva preoccupato molti fan nel web), bensì esso simboleggia la fine della vecchia era e l’inizio dei nuovi Slipknot, segno che siamo ancora lontani da un loro ritiro dalle scene. Ecco che quindi ci danno un assaggio di ciò che ci aspetta, portando il singolo che ha aperto questa “rinascita” del gruppo mascherato: The Chapeltown Rag.

Arrivati a metà esibizione ci si concede un po’ più di “tranquillità”, almeno per modo di dire: la loro scaletta prevede al settimo posto Dead Memories, canzone presente anch’essa nel quarto album “All Hope Is Gone” e composta da sonorità sempre cupe ma più melodiche, cantata interamente in pulito e chitarre sì aggressive ma non con ritmi martellanti, piuttosto più dolci e che vanno a colpire più interiormente chi l’ascolta. Rimanendo sul cupo, il brano portato successivamente è Unsainted, primo singolo presentato all’uscita di “We Are Not Your Kind” e che rappresenta in particolar modo il mood di quest’album, in cui a far da padrone non sono più riff violenti e veloci (seppur presenti) ma sonorità che richiamano ad un’atmosfera più funeraria, con cori ed effetti presenti nel ritornello che contribuiscono ad enfatizzare tutto ciò.

L’ultima parte della serata è dedicata ai loro brani più significativi, quelli che nonostante le tematiche affrontate hanno fatto breccia tra i cuori dei loro fan e che hanno convinto anche chi proprio non è amante del genere: senza neanche il tempo di prendere fiato ecco che vengono esibite una dopo l’altra The Heretic Anthem (555 to the 666), Psychosocial, Duality, Custer e Spit it Out, presenti rispettivamente in “IOWA”, “All Hope Is Gone”, “Vol.3 The Subliminal Verses”, “The Gray Chapter” e “Slipknot”, tutte opere che hanno come minimo comune denominatore la cattiveria sprigionata dalla potenza delle chitarre in ciascuna di esse. Menzione particolare alla prima in questo elenco, considerata da gruppo e fan “inno nazionale” in quanto brano simbolo dello stile della band (va precisato però che, nonostante il titolo possa far intendere il contrario, nel testo non viene fatto alcun riferimento a tematiche come eresia o satanismo).

Concerto apparentemente finito, tant’è che i “novizi” dei concerti cominciano ad abbandonare l’area, mentre i più “esperti” sanno che non è ancora tutto: come conclusione infatti tornano sul palco per mettere in scena altri brani particolarmente spinti e che catturano l’esaltazione del pubblico: People = Shit e Surfacing, entrambi molto grezzi come sonorità ma di impatto, tanto che nonostante gli anni fanno ancora saltare tutti i fan, da quelli di vecchia data ai nuovi. Finita l’esibizione, il gruppo saluta facendo partire dalle casse ‘Till We Die, bonus track di “All Hope Is Gone” che, stavolta, accompagna tutti i presenti all’uscita.

Serata da ricordare per tutti i presenti, specialmente per chi non ha mai assistito ad una loro esibizione dal vivo, artisti di questo calibro non sono proprio all’ordine del giorno e almeno una volta nella vita bisogna partecipare a spettacoli come questi. Unica nota negativa l’organizzazione: non solo è stata tardata di tanto l’apertura dei cancelli (doveva essere alle 19, a 19:40 erano ancora tutti bloccati in fila), ma il modo con cui hanno gestito le file ha lasciato molto a desiderare, in quanto non era chiaro da che parte si dovesse entrare in base al tipo di ingresso specificato sul biglietto.

 

 


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