Imprese, intervista al sarto Luigi Montanaro dell’Atelier Monti: “La cultura del bello è fondamentale”

Scritto da il 22 Gennaio 2022

Luigi Montanaro è il sarto alla guida dell’Atelier Monti, sartoria storica, specializzata tra le altre cose nella realizzazione di frac da ballo, con sede a Rovello Porro nella Provincia di Como.

Montanaro ha ventinove anni e lavora nel suo settore da quando di anni ne aveva soltanto quindici. Recentemente si è aggiudicato il Premio Tessile Arbiter 2021 riscuotendo l’apprezzamento di molti colleghi per il suo lavoro.

Durante tutta la nostra conversazione Montanaro non ha mai smesso di lavorare e se poteste ascoltare la registrazione sentireste in sottofondo i rumori delle forbici che tagliano il tessuto e delle macchine da cucire all’opera, potreste ascoltare i suoni che danno forma ad un abito, una melodia del fare la cui genesi cercheremo di raccontarvi in questa intervista.

L’intervista

Luigi Montanaro dell’Atelier Monti

Come ricordato in apertura hai iniziato la tua professione quando avevi quindici anni, questo oggi fa di te un sarto giovane ma, al tempo stesso,  esperto: come è iniziata la tua avventura?

Vengo da una famiglia di artigiani e questo ha certamente aiutato perché in casa si è sempre respirata aria di “artigianalità”.  Ho avuto la necessità di guadagnare quando ero molto giovane, purtroppo o per fortuna non avevo chi mi dava soldi per andare in giro e questo mi ha spinto a imparare un mestiere provando a intraprendere questa carriera. Grazie a mio nonno Gino sono venuto in contatto con un sarto di Ivrea, un uomo anziano che aveva fatto questo mestiere tutta la vita, da lui ho potuto apprendere le basi del mio lavoro.

Successivamente ho capito che per specializzarmi ulteriormente avrei dovuto spostarmi in una grande città e quindi mi sono attivato per cercare un’alternativa a Torino, l’occasione è arrivata parlando con un rappresentante di tessuti che frequentava Ivrea e che mi ha messo in contatto con un sarto che si trovava in piazza San Carlo, un’ottima piazza. È iniziata così una nuova collaborazione dalla quale ho imparato tanto; anche se su particolari passaggi riscontravo la tendenza a non voler condividere alcune tecniche realizzative, sono comunque molto grato perché in quel contesto sono cresciuto moltissimo.

Teniamo presente che questo è un lavoro che per esser “fatto proprio” richiede moltissimo tempo, per quella che è la mia esperienza credo occorrano almeno cinque anni di lavoro costante per poter arrivare ad un buon livello di autonomia. 

Da Torino ti troviamo oggi a Rovello Porro, come sei arrivato nella provincia di Como?

Questa storia è molto simpatica. Anche in questo caso devo ad una conoscenza di Ivrea il mio arrivo qui: il marito di una signora che conoscevo aveva fatto realizzare un frac da uomo da un sarto specializzato in questa tipologia di capo. Sapendo che avevo iniziato anche io a fare il sarto mi parlò di questo signore che con loro aveva espresso il desiderio di poter insegnare ad un giovane ma purtroppo non trovava nessuno. Le chiesi il suo nome, mi disse che si chiamava Sante Roccato. Così presi un appuntamento ma senza presentarmi come sarto. 

Arrivai a Rovello Porro una domenica, era l’unico giorno in cui potevo spostarmi, parlando con lui capì che conoscevo alcuni aspetti tecnici del processo sartoriale e così, incuriosito, mi domandò quale fosse il mio lavoro. Quindi gli dissi che anche io facevo il sarto.

Non mi aveva mai visto, avrei potuto essere chiunque, ma in quel momento mi mise le mani sul viso e mi disse «Ti stavo aspettando!». Ho i brividi quando ci penso, non lo dimenticherò mai!  

Poi cosa accadde?

A Torino lavoravo come dipendente e avevo un contratto di affitto per la casa, non avrei potuto mollare tutto dall’oggi al domani. Dissi al mio principale che non avrei più lavorato di sabato e nel fine settimana venivo a Rovello Porro per imparare tutti gli aspetti che ancora non conoscevo.

Sante Roccato era una grande persona, gli stava sinceramente a cuore tramandare il proprio sapere e trasmettere le competenze acquisite in una vita di lavoro. Diceva che da lui si entrava clienti e si usciva amici, sapeva costruire un bel rapporto con tutti. 

Purtroppo nel giro di  nove mesi mancò e quando se ne andò per me fu come perdere un padre. Mi trovai in una situazione particolarmente difficile, ero ancora dipendente a Torino mentre qui c’erano gli ordini dei clienti ancora da spedire e quindi dovetti prendere una decisione. Così diedi le dimissioni e decisi di venire a Rovello Porro, era il 2019. Non mi sentivo pronto e i dubbi erano tanti, ma alla fine sono andato avanti! 

Fare il sarto non deve essere semplice…

Il classico “punto debole” di tanti sarti è quello dell’attaccatura delle maniche, un passaggio particolarmente complesso a livello di confezione. Inoltre questo è uno dei passaggi che, in certi casi, i sarti più esperti non vogliono insegnare ai giovani, accadde così anche per me prima che arrivassi qui. Dopodiché occorre tanto lavoro, considera che per realizzare un abito su misura ci vogliono almeno quarantacinque/cinquanta ore di lavoro.

Quando però alla fine un cliente indossa il suo abito e mi fa sapere che indossandolo ha avuto quello che desiderava, che le sue aspettative sono state soddisfatte, non posso che provare una grandissima soddisfazione.  

Sei anche molto attento a far sì che i giovani si avvicinino al mondo della sartoria.

Certamente, nel mio percorso professionale ho spesso trovato le porte chiuse quando avrei voluto imparare, mi sono quindi ripromesso, al contrario, nel limite delle mie possibilità, di tenere sempre le porte il più possibile aperte per i giovani che volessero crescere in questo settore. 

In generale vorrei vi fosse una politica attiva capace di favorire l’occupazione giovanile, il nostro è un lavoro dove c’è sempre maggiore richiesta ma, spesso, ci scontriamo con una grande burocrazia e con un costo del lavoro molto alto. 

Per i clienti più giovani invece ho da subito voluto creare delle opportunità e degli incentivi per far sì che anche i ragazzi possano approcciarsi al mondo della sartoria. 

Recentemente hai vinto il Premio Tessile Arbiter 2021.

L’abito che ho presentato ad Arbiter era uno smoking spezzato con pantalone nero e giacca verde. Il tema era la reinterpretazione di un capo iconico; la peculiarità che ho voluto dare è stata ottenuta realizzando revers in velluto misto seta, anziché con la classica seta nera, con il gallone laterale del pantalone realizzata con lo stesso velluto. Mi ha fatto particolarmente piacere il fatto che l’idea e la lavorazione siano state apprezzate dai colleghi: vedere il proprio lavoro apprezzato da persone competenti la considero una grande vittoria! 

Quanto è importante la cultura nel tuo lavoro?

La cultura è alla base di qualsiasi cosa, in una sartoria avere una cultura del bello è fondamentale. In questo tipo di lavoro ci approcciamo a clienti molto diversi tra loro, bisogna quindi avere la capacità di spaziare su tanti argomenti differenti cercando di comprendere le esigenze e i gusti di chi abbiamo di fronte. 

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Ogni anno per me è fondamentale darmi un obiettivo di capi da realizzare e, nel caso in cui si vogliano aumentare i numeri, adoperarmi per mantenere un alto livello di qualità: per farlo occorre organizzarsi bene lavorando con persone capaci.

 

 


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