Red Hot Chili Peppers, la reunion storica di “Californication”

Scritto da il 29 Novembre 2021

 

Miami (Florida) anno 2017. I Red Hot Chili Peppers in concerto. Foto ZUMAPRESS.com/AGF

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Rewind Episodio 5 – Estate del 2000: metto finalmente mano a quello che si rivelerà essere uno di quegli album che ti cambiano la vita. Uscì l’anno precedente e fino a quel momento ne ignoravo l’esistenza.

All’epoca MTV trasmetteva ancora video musicali e sarà proprio il video di un brano che sembra uscito da un videogioco a farmi scoprire di chi parleremo in questa puntata: quattro ragazzi che stravolgeranno il mondo del Rock e del Funk, prendendo a pugni il Pop e tutto quello che si credeva di sapere su di loro fino a quel momento.

L’album di quest’oggi è “Californication” e loro sono i Red Hot Chili Peppers… ma come sempre, prima di iniziare il nostro viaggio, dobbiamo tornare indietro fino al 24 settembre 1991.

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Red-Blood Hot-Sugar Chili-Sex Peppers-Magik

“Blood Sugar Sex Magik” vede la luce sotto la Warner Bros. Records con la produzione di Rick Rubin: l’album permette ai quattro peperoncini di sfondare nel mainstream, grazie a singoli trainanti come Give It Away, Under the Bridge e Suck My Kiss ed al sound meno opprimente, con una chitarra di Frusciante meno rumorosa e meno heavy metal, che lascia spazio a trame differenti ed a una linea melodica più chiara.

Il cambiamento di stile e di dinamica fu accreditato proprio a Rubin stesso: il disco integrò il tipico stile funk e punk dei quattro, con le incursioni rap degli esordi, spingendosi verso un rock meno graffiante; il sound distorto della chitarra di Frusciante venne ammorbidito, mentre Flea si concentrò per suonare linee di basso più tradizionali, utilizzando meno la tecnica dello slap.

L’album sarà un trionfo: ricevette il disco d’oro due mesi dopo la sua pubblicazione e quello di platino nell’aprile dell’anno successivo, arrivando al terzo posto della Billboard 200.

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La band parte per un tour promozionale a supporto dell’album il 16 ottobre, con gruppi spalla del calibro di Pearl Jam, Nirvana e The Smashing Pumpkins, ma nel maggio del 1992, durante la tappa giapponese del tour, Frusciante, che non gradiva la straordinaria fama raggiunta ed alle prese con l’eroina, in una situazione esasperata dai continui contrasti con gli altri membri dei Chili Peppers, abbandona il gruppo; ancora una volta, la band si riconferma come caratterizzata dai tanti successi ma dalle altrettante tragedie: solo quattro anni prima, nel 1988, il primo chitarrista nonché fondatore Hillel Slovak morì per overdose in un albergo di Los Angeles.

In quell’occasione anche l’allora batterista Jack Irons lasciò il gruppo, dichiarando apertamente di non voler entrare nei loro problemi con la droga, venendo colpito duramente dalla gravità di quanto accaduto.

Se John Frusciante e Chad Smith si riveleranno un chitarrista ed un batterista perfetti per affiancare Flea al basso ed Anthony Kiedis alla voce, lo stesso non si può dire di Dave Navarro che entrerà nel gruppo nel 1994.

Quando subentrò al posto di Frusciante, Kiedis capì che il suono del gruppo sarebbe inevitabilmente mutato: “One Hot Minute” risulterà un disco con elementi classicamente funk e rock, ma si distinguerà anche per influenze più psichedeliche ed in parte metal. Navarro esternò le sue perplessità sul metodo compositivo dei Red Hot durante le lunghe jam sessions, chiedendosi per quale motivo si dovesse ricorrere a ore ed ore di improvvisazioni collettive per creare i pezzi e, di conseguenza, non si integrò mai completamente con il resto della band.

Frusciante vs. Navarro

Per il gruppo, da sempre abituato a questo approccio, fu un problema. Considerando poi i problemi di Kiedis con la sua ricaduta nella tossicodipendenza, i brani furono composti a un ritmo molto più lento.

Fu questo il momento in cui la band comprese appieno quanto fosse stato importante l’apporto creativo del talentuoso ex-chitarrista. Kiedis al riguardo disse:

John era una vera anomalia quando si trattava di scrivere brani. Rese ancora più facile di Hillel la creazione della musica, anche se conoscevo Hillel da anni.

Credevo che tutti i chitarristi fossero come John, mostri loro i tuoi testi e canti un po’ e l’unica cosa che sai è che hai un brano.

Questo non è successo con Dave.

 

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Per compensare questa mancanza, Kiedis e Flea trascorsero un periodo di vacanza insieme, durante la quale scrissero da soli interi brani. Nel complesso, i brani di One Hot Minute rispecchiano l’angoscia, la malinconia e i rimorsi che il frontman tenne per sé, e molti dei testi furono scritti nel periodo in cui il cantante nascose agli altri la sua ricaduta.

Musicalmente, l’album segna uno stacco evidente dai lavori precedenti, specialmente da Blood Sugar Sex Magik anche se Kiedis continuerà la tendenza, già accennata in precedenza, di abbandonare in modo quasi definitivo il rap di inizio carriera.

La rottura definitiva arriverà nel 1998: mentre Kiedis lottava per restare sobrio, Navarro non accetterà di entrare in riabilitazione per disintossicarsi.

Il frontman e Flea arriveranno a licenziare Navarro. Lo stesso Flea iniziò a mettere in discussione il futuro del gruppo e pensò che fosse necessario scioglierlo.

Decise così di fare un ultimo tentativo, chiedendo a Frusciante di rientrare nei Red Hot Chili Peppers: il chitarrista aveva appena finito di seguire un programma di riabilitazione dopo più di cinque anni di dipendenza dall’eroina e accettò felicemente l’invito. Gran parte dell’album venne scritta nelle case dei membri della band nell’estate 1998.

Kiedis e Frusciante trascorsero molto spesso intere giornate assieme discutendo sulla creazione delle canzoni, sui riff di chitarra e sul contenuto lirico. Le parti di basso e percussioni vennero costruite attraverso jam session e il lavoro individuale di Flea e Chad Smith.

 

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L’album della rinascita

Ed è proprio da qui che si comincia: “prima dentro e gas a martello”, come direbbe Guido Meda. La sfuriata di Flea al basso comincia cupa, poi si apre seguita a ruota dalla chitarra di Frusciante, con i colpi di mitragliatrice di Chad alla batteria per finire in quell’urlo di Kiedis che sembra voler far capire a tutti, ma forse più a loro stessi, di essere tornati.

“Around the World” è un climax che si svuota improvvisamente: una ritmica ammiccante di basso e batteria che si completano, mentre la chitarra di Frusciante e il rap perfettamente incastrato di Kiedis fanno capire che i quattro qui si stanno divertendo davvero.

I ritmi non si abbassano, e se il primo brano ci ha portato in giro per il mondo, arrivati al secondo il pianeta  Terra ci va già stretto. Andiamo in un universo parallelo: “Parallel Universe” è una cavalcata con una melodia vocale che si spezza nel ritornello, dove Kiedis canta con rabbia memorabile per condire al meglio tutto ciò che Frusciante tira fuori da quella chitarra urlante; le sue sfuriate più pesanti sono molto più controllate, come nel curioso incontro tra gli assoli hendrixiani e le distorsioni grunge in chiusura del brano, la cui conclusione è un risucchio che sembra terminare le trasmissioni con l’altro universo per portarci a “Scar Tissue”. L’invenzione di Frusciante è di una genialità e di una delicatezza unica.

Il testo, in cui Anthony si dimostra paroliere attento ed esperto, fa dei giochi di parole la sua forza.

La vena creativa tocca in questo punto del disco il suo apice. Troviamo, infatti, al quarto gradino “Otherside”, una delle canzoni più conosciute e più amate nel repertorio della band anche da chi non ne è fan. Scelta come terzo singolo, anche questa traccia staziona in testa alle classifiche per mesi interi, e non potrebbe essere altrimenti.

Una di quelle tipiche canzoni che riconosci dalla prima nota di chitarra, che comincia subito con un ritornello che acchiappa come un magnete talmente irresistibile che ti viene spontaneo cantare quell’ “How long, how long will I slide”. “Get On Top” è un crossover forsennato, energico e travolgente che si sviluppa su una sezione ritmica robusta, con Flea in piena estasi bassistica.

Arriviamo così al cuore dell’album: “Californication” è l’esempio più eclatante di come Frusciante e Flea non abbiano mai perso la loro intesa. Si rincorrono e si incastrano alla perfezione.

Nonostante oltrepassi i cinque minuti non annoia mai perché dà l’impressione che Kiedis abbia ancora qualcosa di importante da dire, con un testo che è maledettamente attuale. La title track fu una delle più difficili da completare: Frusciante si sentì costretto a scrivere una parte di chitarra appropriata all’intenso testo, ma gli fu difficoltoso.

La canzone progredì appena, e fu sul punto di essere scartata se non fosse stato per l’urgenza di Kiedis di includerla nel disco. John completò il riff finale appena due giorni prima delle registrazioni, dopo avere tratto ispirazione dalla suite Carnage Visors dei The Cure.

“Easily” al settimo posto è uno di quei brani sfortunati che capitano sempre in mezzo agli album: un po’ oscurata da tutti questi capolavori, alcuni più rabbiosi, altri più melodici e malinconici, come la successiva “Porcelain” cantata quasi sottovoce… se al primo ascolto non vi ha convinto, date una seconda chance alla traccia numero 7.

“Emit Remmus” è il chiaro esempio di come le jam session fossero elementi fondamentali per il gruppo, così come la successiva “I Like Dirt” un brano che fa apprezzare decisamente le sfumature delle tante contaminazioni che i Red Hot hanno subito nel corso degli anni, senza però perdere la loro individualità che rappresenta la chiave perfetta per bilanciare l’ottima riuscita di ogni brano.

“This Velvet Glove”, “Savior ” e “Purple Stain” sono come un tris di dolci a fine pasto: perfetti, non riempiono troppo, lasciano quel retrogusto che ti spinge a fare un secondo giro, ma che declini per non risultare goloso ed è così che la batteria di Purple Stain segna l’avvicinarsi del cameriere con il caffè, proprio “Right on Time”.

La penultima traccia è breve, finisce ancora prima di poterla apprezzare a pieno:  un funk punk rumoroso e rappato all’inverosimile che nel ritornello butta nella mischia anche un bel basso disco-funk che fa da sottofondo al falsetto di Frusciante. L’epilogo, come un digestivo, è nelle note di “Road Trippin”, che è anche l’ultimo singolo estratto.

La canzone è di fattura pregiatissima, acustica e toccante. Manca la batteria e nell’intermezzo è inserita anche una sezione d’archi, caratteristiche alle quali i seguaci dei peppers non sono abituati.

È una conclusione perfetta per questo che è un album da viaggio, o forse è esso stesso un viaggio.

Il settimo lavoro in studio dei californiani non ha solo sublimato i quindici anni precedenti dell’epopea peppersiana, ma è anche stato probabilmente l’ultimo album rock capace di un successo così trasversale e duraturo. Il canto del cigno del rock e, contemporaneamente, del suo secolo di appartenenza, il Novecento.

Vista così, la chitarra già distrutta che viene lanciata nel video di Scar Tissue da Frusciante dall’auto in corsa e al tramonto, assume una connotazione totalmente differente.

 


 

Rewind

“Rewind” è un appuntamento mensile con gli album che hanno fatto la storia della musica: un viaggio attraverso gli anni alla ricerca di quelle pietre miliari che tanto hanno saputo cambiare lo scenario musicale, scolpendo in modo indelebile la figura di un artista o di una band nell’immaginario culturale, consacrandoli per sempre a miti della musica.

 

Nicola Morgan Sgarbi

 

Nicola “Morgan” Sgarbi classe ‘92, da sempre appassionato di tutto ciò che è nerd e musica, decide di fare diventare questa passione il suo lavoro.

Dal 2014 è docente di chitarra elettrica, acustica, musica d’insieme e propedeutica musicale presso la Fondazione Scuola di Musica “Carlo e Guglielmo Andreoli” di Mirandola, nonché co-organizzatore del concorso musicale “Mirandola Rock” e uno dei coordinatori del progetto “A scuola di Rock” della Fondazione stessa.

Ha suonato in svariati gruppi e formazioni musicali nel corso della sua adolescenza. Al momento suona come chitarrista nei seguenti progetti:

  •  “Coro Moderno Mousiké” della Fondazione “Andreoli”
  •  quartetto acustico “Pull Lovers”
  • duo acustico “MorgAnn”
  • “Pahann” progetto solista in cui è arrangiatore e produttore assieme a Cam Alchemy

 


 


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