Rewind – The Police, quel reggae per bianchi e un esordio passato in sordina

Scritto da il 8 Settembre 2021

Rewind Episodio 3 – Nel 1977 il Punk è al suo apice: l’Hard Rock ed il Prog, generi che hanno dominato gli ultimi anni della musica, di colpo sembrano residui di un’era passata e, al tempo stesso, molti musicisti che si erano fatti un nome proprio con quella musica che ora sembra buona solo per attempati dinosauri, si trovano improvvisamente costretti ad inventarsi qualcosa di nuovo.

Uno di questi, lo statunitense Stewart Copeland, che aveva acquisito uno stile particolarmente eclettico in una band prog, decide di passare direttamente al nemico formando un gruppo punk, chiamando con sé il chitarrista Henry Padovani ed un abile cantante conosciuto in un locale di nome Gordon Sumner, meglio noto come Sting.

Dopo i primi live caratterizzati dai contrasti con i punk, aizzati dallo stesso Sting che era solito esordire con queste parole: “Per scaldare la serata, ragazzi, suoneremo una canzone punk… che come tutta la musica punk è una grande schifezza!” il gruppo comincia a scrivere canzoni in vista di un esordio discografico: se inizialmente il principale compositore è il batterista, lentamente le composizioni di Sting prendono il sopravvento e la band, chiamata inizialmente Strontium 90 e poi The Police, incomincia ad allontanarsi dal punk per abbracciare un curioso ibrido fra l’energia del Punk stesso, l’incisività del Rock & Roll e le melodie Reggae.

L’ibrido in questione attira un chitarrista con alle spalle un considerevole bagaglio di esperienza, che Copeland accoglie con entusiasmo: il suo nome è Andy Summers e, di lì a poco, l’altro chitarrista Henry Padovani abbandona il gruppo, resosi conto dell’impossibilità di tenere il passo dal punto di vista tecnico.

Il disco d’esordio riesce a sintetizzare alcune tendenze musicali dell’epoca e la genialità del trio e del suo carismatico leader li proietta verso il futuro, anticipando le tendenze musicali del periodo new wave, anche se “Outlandos D’Amour” non fece il botto.

Almeno non subito: ci volle la tenacia del fratello di Stewart Copeland, Miles, per poter convincere l’A&M a continuare a credere in quel trio che ancora non pareva staccarsi definitivamente dalle precedenti esperienze dei Last Exit (band jazz-rock di Sting) ma soprattutto dei Curved Air (la band prog di Stewart Copeland). I Police navigavano a vista e ci mettevano tanta convinzione, ma era tutto aleatorio.

La prima svolta avvenne con il tour sulla costa orientale americana sul finire del ’78: gli americani non avevano problemi con “Roxanne” al contrario di quanto avvenuto a Londra, dove le radio la misero in una sorta di black list perché era una canzone d’amore per una prostituta, la stessa sorte che toccò anche a “Can’t Stand Losing You”: negli Stati Uniti esse iniziarono a passarla regolarmente, tant’è che a New York quando i Police suonarono al CBCG fu un successo. Tornarono in Inghilterra e quantomeno il loro primo album iniziava a farsi conoscere, ma senza entrare in classifica.

Per poter canalizzare subito le energie i Police rientrarono in studio a metà febbraio 1979, scegliendo ancora lo stesso studio, lo stesso tecnico del suono Niger Gray e la stessa autonomia dalla A&M, a dimostrazione che “Outlandos D’Amour” e “Reggatta de Blanc” sono album gemelli, a partire dal budget ridotto e completamente autofinanziato dal Trio in modo che la casa discografica non potesse esercitare alcun controllo sull’effettiva creazione della musica del gruppo.

L’album è stato registrato tra il febbraio e l’agosto del ’79 e sarà pubblicato dalla A&M Records il 5 ottobre dello stesso anno: in questo secondo lavoro del trio inglese si può notare il notevole perfezionamento del discorso musicale intrapreso con l’album d’esordio, in cui convivono elementi di Punk Rock più immediato, intenso e divertente, New Wave e qualche pizzico di Reggae.

In particolare, diventa più evidente l’influenza del reggae giamaicano, a partire perfino dal titolo stesso.

Non ci sono ancora le pretese intellettualistiche che caratterizzeranno l’ultima fase del gruppo, non ci sono più le ribellioni anarcoidi del punk, ma solo il recupero del lato più intenso del rock & roll, della sua capacità di entrare subito nel cuore di tutti con semplicità.

Copeland dà il maggior apporto compositivo con ben cinque canzoni a firma anche o esclusivamente sua, tutte decisamente degne di nota, in cui si rivela uno dei più grandi batteristi di tutti i tempi, innovativo, mai banale, con una personalità gigantesca che sarà capace di generare schiere di discepoli.

Accanto a lui, Andy Summers è il compagno ideale, di buon gusto e mai fuori posto, dall’inconfondibile suono fortemente effettato con flanger e delay, con una tecnica raffinata di derivazione Jazz che lo rende capace di migliorare qualunque composizione.

Questi due musicisti creano il vero suono Police, che segna indelebilmente tutte le canzoni e le rende riconoscibili ancor prima che Sting apra bocca.

Se aggiungiamo la istrionica sicurezza da frontman nato di quest’ultimo, la sua voce acida e personale, il suo incredibile talento di autore, abbiamo gli ingredienti di un cocktail micidiale che esplode in un album che sembra fatto con il minimo sforzo, attraverso una magica alchimia di suoni, raramente così ben intrecciati e amalgamati tra di loro, nella storia del rock.

L’apertura del disco ci riserva subito una perla, quella “Message In A Bottle” che forse è la canzone più famosa della band e ad anni distanza non ha perso un briciolo del suo smalto.

L'”Sos” lanciato da Sting continua a essere raccolto con entusiasmo e la semplice incisività del fraseggio chitarristico di Summers con i controtempi di Copeland lo rendono il vero leitmotiv dell’intero disco.

La seconda traccia, nonché title track, è la strumentale “Reggatta de Blanc” una delle poche composizioni del gruppo accreditata a tutti e tre i membri.

Proviene dal lungo break strumentale suonato durante le performance dal vivo di “Can’t Stand Losing You”. Il brano ha permesso ai Police di vincere il loro primo Grammy per la miglior interpretazione rock strumentale.

“It’s Alright For You” è il solito pezzo al fulmicotone di Copeland, ma è la successiva “Bring On The Night” a incantare per raffinatezza e semplicità allo stesso tempo, struggente e intensa regala tre parti strumentali indimenticabili.

Soprattutto l’arpeggio di Summers dà veramente il segno della sua capacità di rendere unica ogni canzone senza mai strafare, senza assoli, con la sola forza della personalità.

Un altro grande classico del gruppo è “Walking On The Moon”, canzone senza tempo e di fascino ipnotico, con il basso di Sting che regge il tutto con una manciata di note.

Questa hit è una prova di come talora per fare grande musica l’essenzialità compositiva ed esecutiva rappresentino una chiave vincente.

Gli accordi di Summers sul battere, ad esempio, si levano e si diffondono cristallini con la naturalezza e l’armonia delle onde concentriche che si allargano dal punto in cui un sasso è caduto in un placido specchio d’acqua, mentre un gioco di charleston di Copeland riesce a far mancare davvero la gravità a tutta la canzone sospendendola nel vuoto.

Se con i tre minuti scarsi di “On Any Other Day” si torna a un rock diretto e frizzante farcito di cori, con la successiva “The Bed’s Too Big Without You” si torna in pista, da ballo o sballo come preferite, con le cadenze più tipicamente reggae che hanno fatto la fortuna della band.

Le canzoni finali segnano un piccolo abbassamento del livello qualitativo, paurosamente alto fino a questo punto del disco. “Deatwish” è caratterizzata da una torbida nota bassa di synth che sembra non voler far decollare il brano.

Il piano fa invece capolino in “Does Everyone Stare?”, episodio stravagante e di difficile interpretazione. Più definito il finale al fulmicotone di “No Time This Time”, dove l’energia rock dei Police può esplodere liberamente.

 

Concert de “The Police” au Madison Square Garden – New York le 1er Aout 2007. Immagine Wikipedia

 

Reggatta de Blanc lancia i Police in tutto il mondo, diventando uno dei dischi dell’anno. Tra il ’79 e l’80 i tre si imbarcano in una incredibile tournée mondiale che tocca luoghi mai raggiunti prima da una rock band.

Oltre alle tappe classiche, raggiungono mete generalmente ignorate, da Hong Kong a Bombay, primo gruppo rock occidentale a suonarvi live, dal Cairo ad Atene, tenendo talvolta anche due concerti per sera.

Sono stati uno dei gruppi più amati ed influenti della storia: in soli cinque dischi hanno riportato il Rock e il Pop “di massa” a livelli impensati.

Nati dal Punk cui tanto devono, ma da questo tanto diversi, sono la dimostrazione di come il rock si realizzi nelle forme più disparate restando in fondo sempre lo stesso, la grande musica popolare del Ventesimo secolo.

 

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“Rewind” è un appuntamento mensile con gli album che hanno fatto la storia della musica: un viaggio attraverso gli anni alla ricerca di quelle pietre miliari che tanto hanno saputo cambiare lo scenario musicale, scolpendo in modo indelebile la figura di un artista o di una band nell’immaginario culturale, consacrandoli per sempre a miti della musica.

Nicola Morgan SgarbiNicola “Morgan” Sgarbi classe ‘92, da sempre appassionato di tutto ciò che è nerd e musica, decide di fare diventare questa passione il suo lavoro.

Dal 2014 è docente di chitarra elettrica, acustica, musica d’insieme e propedeutica musicale presso la Fondazione Scuola di Musica “Carlo e Guglielmo Andreoli” di Mirandola, nonché co-organizzatore del concorso musicale “Mirandola Rock” e uno dei coordinatori del progetto “A scuola di Rock” della Fondazione stessa.

Ha suonato in svariati gruppi e formazioni musicali nel corso della sua adolescenza. Al momento suona come chitarrista nei seguenti progetti:

  •  “Coro Moderno Mousiké” della Fondazione “Andreoli”
  •  quartetto acustico “Pull Lovers”
  • duo acustico “MorgAnn”
  • “Pahann” progetto solista in cui è arrangiatore e produttore assieme a Cam Alchemy

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