L’intervista – Stress psicologico e ansia da Covid19: l’analisi dello psicologo Ezio Pellicano

Scritto da il 9 Aprile 2021

Edvard Munch

© Foto Fototeca Gilardi / AGF. Edvard Munch (1863-1944) ‘Melanconia’, 1891. La figura che guarda lontano esprime la nostalgia di qualcosa accaduto nel passato e ormai perduto lungo il cammino del tempo.

 

Lo stress e l’ansia sembrano essere cresciuti esponenzialmente con l’avvento di questa pandemia che ci ha isolato facendoci sentire più vulnerabili. Abbiamo voluto raccogliere il parere del dottor Ezio Pellicano, psicologo e psicoterapeuta di Colleferro, in provincia di Roma, che ogni giorno affronta queste importanti e delicate tematiche con i propri pazienti.

Può dirci cosa sta succedendo al nostro benessere psicologico in questo periodo?

Innanzitutto bisogna fare una piccola premessa:

l’Ansia fondamentalmente è un insieme di sensazioni di disagio e di tendenze ad agire che ci rende consapevoli che stanno accadendo o potrebbero accadere degli eventi spiacevoli, ovvero cose che vanno contro i nostri desideri.

È un’emozione che deriva dunque dal desiderare qualche cosa e percepire il pericolo di non ottenerla o dal non desiderare qualche cosa e percepire il pericolo di ottenerla.

Inoltre, esiste un’ansia appropriata, che possiamo chiamare preoccupazione, vigilanza e prudenza che ci aiuta a tutelare la nostra incolumità e persevera la vita.

Esiste anche un’ansia inappropriata distruttiva e contraria ai nostri interessi, viviamo il panico che ci fa perdere il controllo di noi stessi e si manifesta con terrore, fobie, tremori soffocamento, annebbiamento mentale e ogni forma di disturbo fisico o psicosomatico.

Alla base di quest’ansia inappropriata ci sono paure irrealistiche o irrazionali quando la realtà non sussiste o è minima.

Quello che voglio dire è che dà un anno a questa parte, tutti ci siamo trovati ad affrontare una situazione pericolosa che fugge al nostro controllo.

Ci siamo trovati ad affrontare un nemico invisibile che di volta in volta prende le sembianze di un’oggetto, di un luogo/situazione, ma anche di una persona.

 

Come mai alcune persone hanno reagito, almeno inizialmente, con un’ansia appropriata ed altri no?

La differenza viene data dalla predisposizione che si ha.

La pandemia ha innalzato lo stato di allerta di tutti noi con cui valutiamo la situazione che ci si presenta di fronte:

ad esempio un raffreddore di tre anni fa veniva valutato con una preoccupazione medio bassa (il contesto ne determina la gravità sull’immediato), oggi partiamo da una preoccupazione alta e ci si palesa dinanzi il timore di una conclusione/conseguenza pericolosa.

Chi invece ha già una predisposizione all’ansia (ansia inappropriata) perché magari ne soffriva anche prima, salta questa ipotetica scala contestualizzata della preoccupazione e si proietta in una realtà certa è pericolosa.

Se questo era vero prima, oggi lo è ancora di più in quanto siamo circondati da molti feedback allarmanti ed allertanti che, in modo irrazionale, possono giustificare la realtà catastrofica che l’ansioso si costruisce.

 

Quindi quale fattore ha contribuito ad innalzare lo stato di allerta in soggetti già predisposti all’ansia e non?

L’idea del “controllo”.

Quando ci troviamo in una situazione pericolosa cerchiamo di prevenire il pericolo controllando e questo ci dà un senso di protezione, ma come dicevamo prima il virus è un qualcosa che non possiamo controllare per vari fattori.

Tra questi fattori la nostra “ignoranza sull’argomento”, la non visibilità del pericolo e il non sapere dove e come ci attaccherà.

Seguendo la logica del “se controllo mi sento protetto, se non controllo sono esposto al pericolo” la pandemia rientra nella seconda parte facendoci percepire un pericolo immediato.

A questo punto la percezione del pericolo ci fa uscire da un contesto razionale e prepara la strada al pericolo irrazionale che dicevamo prima essere alla base dell ansia inappropriata.

Tecnicamente parlando questo pericolo irrazionale viene verbalizzato in un dialogo interno in quelli che vengono chiamati pensieri automatici negativi con cui interpretiamo la realtà che ci circonda.

Ecco cosi che “temo di essere contagiato” diventa “sarò contagiato…”, temo per il mio lavoro diventa “non trovero mai più lavoro” e cosi via.

Ricapitolando, al momento, la differenza tra una sana gestione della pandemia ed una no la fa la sentenza con cui interpretiamo il pericolo che ci circonda.

 

Ma in questa fase si manifestano solamente disturbi legati all’ansia”

No, alcuni studi che si sono occupati di indagare l’impatto emotivo della pandemia sulle persone, hanno rivelato che nel periodo della prima ondata:

  • il 53,8% dei partecipanti ha dichiarato che la pandemia ha avuto delle ripercussioni moderate o intense sul loro stato emotivo;
  • il 16,5% delle persone di aver manifestato sintomi depressivi tra moderati e intensi;
  • il 28,8% sintomi gravi di ansia;
  • l’8,1% sintomi di stress tra moderati e intensi;

Se i pensieri sottostanti l’ansia sono legati alla percezione del pericolo, quelli legati alla depressione vengono associati alla perdita.

Anche in questo caso tutti abbiamo perso qualche cosa, da un’abitudine, un lavoro fino ad arrivare ad una persona cara ed anche in questo caso la sentenza irrazionale con cui interpretiamo la realtà può fare la differenza.

Se ci pensi il lockdown, che è la “cura” prima del vaccino, quante cose ci ha fatto perdere? In automatico si mostra il fianco ad una paura irrazionale di non poterlo più recuperare.

Nessuno dice che la realtà è bella… ma posso assicurarvi che la realtà irrazionale che ci condiziona è molto peggiore.

 

Questa realtà irrazionale con cui lei dice che ci troviamo ad interpretare una realtà già di per sé compromessa ha dei margini di manovra?

Mi sento di dire di no, può condizionarmi in tutto, ovvio che qui non sto spiegando da cosa nasca la nostra predisposizione a questa interpretazione irrazionale, vuole un esempio?

Parliamo della sequenza virus, lockdown, vaccino, normalità. Bene vista secondo un’ottica razionale si procede su una sequenza fatta per step che ci porta dal problema alla soluzione… tutto logico e lineare.

Ma se caschiamo nella trappola dell’interpretazione razionale il virus non lo conosco (ansia da contagio e morte), lockdown (perdita della mia identità sociale e depressione), vaccino (non lo conosco quindi potrei morire a causa di esso), ritorno alla normalità (ansia causata dall’allontanamento del luogo sicuro che per tanto tempo mi ha protetto).

Per luogo sicuro intendo sia la casa come isolamento sociale quanto il non interagire con il prossimo)

 

Esiste una differenza tra chi ha superato la malattia e chi non l’ha avuta?

La maggior parte degli studi presi in esame dalla Società Italiana di Psichiatria, indica che, come intuibile, chi ha superato la malattia ha una maggiore probabilità di sviluppare disturbi a lungo termine, seguiti dalle famiglie delle vittime e dagli operatori sanitari.

Il 96% dei sopravvissuti a Covid-19 sperimenta infatti i sintomi della sindrome post traumatica da stress, fino anche ad arrivare a casi estremi benché rari.

A rischiare di più, in particolare, sono coloro che hanno vissuto l’incubo della ventilazione meccanica.

Fino a uno su due di questi pazienti è a rischio di sviluppare disturbi psichiatrici come la Ptsd con allucinazioni, ricordi di panico e ansia che potrebbero persistere anche fino a cinque anni di distanza o comunque molto a lungo.

Nel dettaglio, l’analisi mostra che a infierire sull’equilibrio psichico sono state soprattutto le condizioni di isolamento, la progressiva restrizione delle libertà personali e le preoccupazioni per l’impatto del virus su sé stessi e gli altri.

Personalmente, essendoci passato, mi sento di segnalare due momenti particolari vissuti nella convalescenza covid.

Inutile dire che maggiore è l’impatto con il virus e maggiore sarà l’intensità di questi momenti.

Il primo è quello che definisco “l’untore”, una volta ricevuto la diagnosi di positività si innescano tutta una serie di paure relative alla nostra salute, ma anche per quella delle persone che abbiamo vicino.

Ci sentiamo pericolosi per il prossimo e cominciamo ad avere tutta una serie di credenze (quelle irrazionali di cui parlavamo prima) che non fanno altro che alimentare in noi dei sensi di colpa per dei “reati” non ancora avvenuti.

Viviamo un sovraccarico di emozioni negative, tra cui ansia (“sono/siamo in pericolo”) senso di colpa (“per colpa mia sono in pericolo”) depressione (“non sarò più quello di prima” oppure “a causa mia tutti possono morire e resterò solo”) che risolveremo con l’isolamento dagli altri.

Il secondo momento è quello che definisco del “sopravvissuto”; i primi momenti dopo la negatività saranno vissuti con apprensione, ci sentiremo ancora in pericolo ed in noi serpeggerà l’idea che non possiamo più rischiare.

 

In conclusione, cosa si sente di dirci?

Ricordiamoci che c’è un fattore evidentemente che accomuna tutti noi in questo periodo di post pandemia.

Un fattore molto pericoloso, che può impattare negativamente sulla salute mentale di noi tutti e in particolar modo su quella di chi già precedentemente soffriva di qualche disagio o disturbo psicologico.

Ovvero il cosiddetto pensiero catastrofico (interpretazione irrazionale che ci fa andare oltre una sana preoccupazione)

Si tratta della tendenza ad anticipare sempre il peggio, quella vocina che ci sussurra che perderemo il lavoro, che le cose non torneranno come prima, che finiremo in ospedale, ecc…

Anziché aiutare (pensieri alla base dell’ansia adeguata), questi pensieri non fanno altro che complicare la realtà che stiamo vivendo. La rendono più faticosa e sicuramente meno piacevole o rassicurante.

Pur continuando quindi ad attenerci alle regole imposte dalle autorità in merito alla prevenzione del virus, mi sento di consigliare di non abbassare la guardia per ciò che concerne la nostra salute psicologica.

Alle prime avvisaglie cerchiamo subito il confronto con uno specialista che ci spieghi come affrontare al meglio gli effetti negativi di un periodo difficile per tutti.

 


Ezio Pellicano

Ezio Pellicano

Ezio Pellicano è psicoterapeuta specializzato nell’indirizzo Cognitivo-Comportamentale, iscritto all’Ordine degli Psicologi del Lazio dal 2003 (nr. 12449), svolge la professione presso studio privato a Colleferro in Provincia di Roma.

Rivolge il suo intervento al trattamento individuale di giovani e adulti su tematiche quali ansia, panico, depressione, dipendenze, fobie e disturbi del comportamento alimentare.

 


 


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