Vangelo della domenica, il commento del Vescovo Francesco Cavina: “Non si raggiungono gli uomini se non si raggiunge l’uomo”

Il commento al Vangelo di domenica 9 febbraio 2020 del Vescovo Francesco Cavina*:

“Nel Vangelo Gesù chiede ai suoi discepoli di essere “sale e luce”. Con queste due immagine Egli indica lo scopo della loro vita: divenire punto di riferimento, di purificazione, di trasformazione del mondo, diversamente non servono a nulla. Si tratta di un invito forte a rendere visibile con le parole e le opere la forza trasformante del Vangelo davanti a tutti. Terra e mondo rappresentano l’intera umanità.

Il Signore, dunque, ci chiede di divenire luce, di essere sale. Una luce e una capacità di dare senso che non vengono da noi, ma dalla comunione di vita con il Signore Gesù. Il Signore, dunque, attraverso queste due immagini, propone il valore e l’importanza della testimonianza cristiana.

A fronte di questa esigenza evangelica sta il pensiero post-moderno il quale, dopo avere visto l’infrangersi “l’uno dopo l’altro, di tutti i progetti di auto-redenzione escogitati a partire dalla seconda metà del XIX secolo”, tende ad accettare “la dissoluzione del soggetto individuale in vista di un soggetto collettivo rassicurante, in cui possano regnare libertà, tolleranza, pace e persino amore, purchè si rinunci al tema della verità”. In altre parole, si deve dire addio alla verità per dare vita ad una società plurale. La verità viene congedata, non più e non solo, per l’impossibilità a raggiungerla, ma perché essa appare ora nemica della libertà e della tolleranza.

Questo pericolo diventa reale solo quando la testimonianza si trasforma in “proselitismo”, cioè non è fecondata da un legame profondo, intimo, esclusivo con Cristo: Niente di eccellente può venire fuori da chi si rivolge dapprima ad un “pubblico”. Il “pubblico” non è un interlocutore. Indirizzandosi a un “pubblico” non si parla a qualcuno. In ogni ricerca del “pubblico” c’è un artificio, un’insincerità di fondo che vizia in anticipo l’opera trasmessa (H. de LUBAC, Paradossi e nuovi paradossi, Jaka Book, Milano 1989, 10)

De Lubac sostiene che il soggetto primario dell’azione del testimone cristiano non è “il pubblico”, ma la singola persona. Il vero testimone di Cristo, in altre parole, non è preoccupato di annunciare se stesso, di avere un pubblico che lo adora e lo segue e poi, quando lui sparisce, tutto si perde e cade. Il testimone è animato da un’unica preoccupazione: fare percepire l’amore del Signore ad ogni singola persona che incontra. Scrive ancora De Lubac: Non si raggiungono veramente gli uomini se dapprima non si raggiunge l’uomo.

Chiediamoci, allora: “Chi è il testimone?”

Testimone è colui che vive una intensa amicizia con Colui che testimonia. Egli non ha la pretesa di sostituirsi a Cristo, il testimoniato, anche se può fare sue le parole di san Paolo: non vivo più io, ma Cristo vive in me (Gal. 2,10). Non si sostituisce a Cristo perché, sebbene abitato e posseduto dal Suo amore (2 Cor 5,14) non cessa di sentirsi discepolo. La sua testimonianza è il riverbero e l’irraggiamento della sua sequela. Ciò che più sta al cuore del testimone è che Colui che è al centro della sua vita, del suo amore, dei suoi pensieri, delle sue azioni sia conosciuto ed amato. Per questo non pensa e non agisce per se stesso. Per lui tutto è occasione di offerta, anche della sua stessa vita, se necessario.

Shahbaz Bhatti, ministro pakistano cattolico, ucciso per la sua fede, ha mirabilmente testimoniato questo valore assoluto di Cristo. Ha scritto: “Voglio che la mia via, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù…Voglio vivere per Cristo e per lui voglio morire”.”

*Vescovo Emerito di Carpi