La società è forte se protegge i deboli: il coronavirus ci ricorda quando sia preziosa ogni vita

La civiltà in cui credo può guardare al futuro solo ponendo al centro alcuni principi: il valore sacro della vita, specialmente quella delle persone più deboli. Il valore sociale della memoria, poiché non possiamo proteggere ciò che non custodiamo, prima di tutto, dentro noi stessi. La tutela del lavoro come mezzo dell’uomo per elevarsi e prendersi cura del mondo e, infine, il necessario ordine sociale che, attraverso un principio di armonia, garantisca la convivenza tra gli uomini.

Condivido le parole scritte da Mauro Berruto, ex CT Nazionale di Pallavolo Maschile dell’Italia, in risposta a Boris Johnson, politico colto ma, forse, arido, che aveva dichiarato “Abituatevi a perdere i vostri cari”. Berruto trova nell’arte e nella storia le parole per rispondere al Primo Ministro britannico e scrive: “Noi siamo Enea che prende sulle spalle Anchise, il suo vecchio e paralizzato padre, per portarlo in salvo dall’incendio di Troia, che protegge il figlio Ascanio, terrorizzato e che quella Roma, che Lei tanto ama, l’ha fondata. Noi siamo Virgilio che quella storia l’ha regalata al mondo. Noi siamo Gian Lorenzo Bernini che, ventiduenne, quel messaggio l’ha scolpito per l’eternità, nel marmo. Noi siamo nani, forse, ma seduti sulle spalle di quei giganti e di migliaia di altri giganti che la grande bellezza dell’Italia l’hanno messa a disposizione del mondo. Lei, Mr. Johnson, è semplicemente uno che ci ha studiato. Non capendo e non imparando nulla, tuttavia.

E dopo aver letto queste parole eccoci di fronte al comportamento ambivalente, almeno in apparenza, della nostra classe politica. Da una parte vediamo i sindaci e gli amministratori regionali in prima linea a lavorare senza sosta per le proprie comunità, mentre, dall’altra, l’immagine di un Parlamento chiuso che, a torto o ragione, ha lasciato perplessi molti osservatori. Vedendo la nostra classe politica penso alle parole di Gustave Thibon: “Un regime di tipo democratico può rimanere sano soltanto nella misura in cui sussiste, nei sui dirigenti, uno spirito di immolazione che si apparenta a quello del sacerdozio e della cavalleria.

In questo momento i simboli, come sempre nella storia, hanno un valore fondamentale: se ne facciano una ragione coloro che hanno ironizzato sulla preghiera del Papa contro l’epidemia non capendo che certi gesti possono essere medicine per l’anima. Ricordiamoci le braccia spalancate di Pio XII davanti alla basilica di San Giovanni dopo il secondo bombardamento sulla capitale. Oppure, quarant’anni dopo, le parole di Giovanni Paolo II che,  in visita alla Valle dei Templi di Agrigento, gridò ai mafiosi “Convertitevi”. E ancora il ricordo del Cardinale Caffarra a Rovereto sulla Secchia dopo il sisma del 2012 quando, alla presenza di Benedetto XVI ricordò le parole della creatura più famosa di Guareschi, don Camillo, che nella sua trasposizione cinematografica, immerso nell’acqua dell’alluvione all’interno della chiesa di Brescello, parlava a tutto un popolo, prima ancora che ai fedeli, ricordando loro che un giorno “le acque si ritireranno ed il sole tornerà a splendere”. Come ha scritto Chateaubriand infatti l’uomo “ha bisogno di un meraviglioso, di un avvenire, di speranze, poiché si sente fatto per l’immortalità” e questo  non può essere ignorato.

Non è forse il simbolo dell’immenso valore di ogni vita a spingere medici, infermieri e tutto il personale sanitario a lavorare senza sosta e con grandi rischi; una vocazione professionale dove, in fondo, i “rapporti costi-benefici” non hanno alcun valore. Leggo in questi giorni di Giampiero Giron, medico e professore che a 85 anni compiuti risponde alla chiamata della sanità veneta, messa a dura prova dall’emergenza coronavirus, dicendo: “Vivo con il telefonino sempre a portata di mano. Possono chiamarmi in qualunque momento e io, nell’eventualità, sono pronto ad andare. Lo ritengo un dovere: a prescindere dall’età, in questa fase i medici possono fare la differenza. Anche se il mio giuramento di Ippocrate risale ormai a tanto tempo fa, non ha scadenza.”

È questa irrazionalità, questa testardaggine di chi non accetta ciò che gli si para di fronte a permettere a una società di progredire. Perché, diciamolo, è solo non accettando le storture del mondo che possiamo migliorarlo, pur consapevoli che esse ci saranno sempre. È solo non accettando le conseguenze di una malattia che possiamo far progredire la scienza alla ricerca di una cura. Pensando a tutto questo guardo con molta pena a quei Paesi dove i deboli vengono lasciati morire perché non sono più utili o produttivi, dato che una società, così facendo, sta soltanto lasciando morire sé stessa.


Nicola Pozzati, 22 marzo 2020