Il Vescovo della ricostruzione e dei giovani colpito dai cartomanti dell’informazione

Monsignor Francesco Cavina ha lasciato per amore della sua Diocesi colpita da una ingiustificata gogna mediatica

 

La notizia delle dimissioni del Vescovo di Carpi Francesco Cavina è arrivata verso le 12:30 di mercoledì 26 giugno 2019. L’annuncio è stato dato durante il ritiro del Clero in vista della Giornata per la Santificazione dei Sacerdoti  dove monsignor Cavina ha letto la lettera in cui annunciava la rinuncia alla guida pastorale della Diocesi di Carpi.

Nel messaggio del Vescovo è apparsa chiaramente l’amarezza per i continui “tentativi di delegittimazione” e per la “diffusione mediatica” di intercettazioni, i cui contenuti riguardavano anche il suo “ministero sacerdotale ed episcopale”, realizzate nel corso delle indagini che hanno recentemente coinvolto alcuni esponenti della politica e del mondo civile carpigiano nell’inchiesta denominata “Mangiafuoco” che tuttavia ha presto visto la “completa archiviazione” della posizione di Cavina per “l’infondatezza delle accuse” che gli erano state rivolte.

Chiediamoci subito come sia possibile che in uno Stato di diritto si consenta che conversazioni private, irrilevanti ai fini investigativi, in un momento in cui avrebbe dovuto vigere l’obbligo del segreto, siano state date in pasto ai media che, sempre più spesso, non si occupano di ricercare la verità dietro le notizie ma di diffondere notizie a prescindere dalla verità.

Viene da chiedersi come quelle intercettazioni siano arrivate alla stampa? Tra l’altro in una fase delicata come quella delle indagini preliminari: una domanda che resterà senza risposta naturalmente. Sacrosanto il diritto di indagare, altrettanto sacra però  dovrebbe essere considerata la tutela delle persone coinvolte nelle indagini e la loro reputazione. Ma purtroppo sappiamo che, teorie a parte, casi del genere in Italia sono sempre accaduti e continueranno ad accadere.

Tuttavia, sottolinea la lettera, nonostante l’archiviazione della posizione di monsignor Cavina, la gogna mediatica non si è fermata e molti operatori della comunicazione, che bene dovrebbero conoscere il valore e il peso delle parole, non si sono fatti scrupoli nel continuare a dare in pasto all’opinione pubblica notizie prive di fondamento; forse per vendere qualche copia o avere qualche clic in più.

Nel corso di questi anni poi alcuni giornalisti, definiamoli così per convenzione, addirittura hanno scritto articoli critici verso Cavina basati su dei “sentito dire: ottimo modo per fare insinuazioni, senza assumersi rischi, facendo ricadere la responsabilità di quanto scritto su fantomatici soggetti terzi, evocati a piacimento come spiriti da questi cartomanti dell’informazione.

La cosa più triste è aver dato di questo Vescovo un’immagine falsa poiché basterebbe attenersi ai fatti e alle testimonianze di chi l’ha conosciuto per comprenderne la statura umana e pastorale.

Prima di ogni altra cosa monsignor Cavina è stato il Vescovo della ricostruzione, una terribile sfida quella della gestione del post terremoto affrontata a pochi mesi dal suo arrivo in Diocesi, una responsabilità enorme per chiunque. In questi giorni tra i numerosissimi messaggi di solidarietà, lasciati online da fedeli e non, qualcuno testimoniava di come nelle settimane successive al sisma Cavina si recasse frequentemente nelle zone colpite per portare aiuto e conforto a chi stava soffrendo. Molte altre testimonianze della sua vicinanza alle persone e del suo impegno potrebbero essere trovate senza difficoltà, ma forse di questo non frega niente a chi scrive e pontifica perché è molto più facile “gridare al lupo” in sua assenza che occuparsi della presenza del bene.

Il sisma, tutti lo ricordiamo, colpì le persone nel corpo e nello spirito, minò i luoghi più importanti distruggendo case, fabbriche e punti di aggregazione, lasciando sgomento, dolore e desolazione e purtroppo, anche decine di morti. È innegabile che in quei momenti la Chiesa carpigiana divenne un punto di riferimento per le decine di migliaia di sfollati che vivevano quei momenti così difficili. Il Vescovo si adoperò per la ricostruzione  affrontando non solo le sfide della burocrazia ma anche le pressioni  di chi, anziché pensare al bene comune, già inviava alla sua persona pesantissime critiche, muovendo contro di lui calunnie ai limiti dell’intimidazione. Ogni intervista rilasciata da monsignor Cavina in quei giorni era chiaramente finalizzata a tenere il focus acceso sul territorio ma anche successivamente, passata l’emergenza, il Vescovo ovunque si trovasse non avrebbe mai mancato di parlare della sua Diocesi, facendone conoscere ai propri interlocutori le caratteristiche positive e gli aspetti più belli.

Quante cose si potrebbero scrivere su questi sette anni. Potremmo ricordare, ultima in ordine di tempo, l’apertura del Palazzo Vescovile alle associazioni  diocesane, che ha portato in vescovado parte del cuore pulsante della Chiesa carpigiana, aprendo inoltre il palazzo alla cittadinanza e consentendo così alle persone di conoscere questo luogo prima meno accessibile.

Oppure ricordiamo “Fides et Labor”, innovativo progetto di finanza sociale portato avanti da un team di professionisti e con la supervisione del compianto fiduciario economico vescovile Paolo Ranieri. Un’iniziativa che permise a ragazzi e ragazze di avviare o far crescere la propria azienda, un’idea illuminata che ha messo al centro il tema del lavoro nata in un momento in cui l’accesso al credito e le opportunità per i ragazzi di fare impresa non erano (e non sono) certamente frequenti. Come ignorare che, questa intuizione semplice e pragmatica, sostenuta anche da Papa Benedetto XVI, permise a molti giovani di creare lavoro dando magari ad altri opportunità concrete di occupazione.

Come dimenticare che monsignor Cavina è stato un punto di riferimento per moltissimi giovani che, nonostante gli impegni del ministero, trovava sempre il tempo di incontrare, di consigliare e di ascoltare. Interi gruppi che si recavano nella sede vescovile per esporre dubbi, preoccupazioni e idee, trovando nel Vescovo un interlocutore e un punto di riferimento.

Come dimenticare tre momenti di grande gioia e conforto per il nostro territorio come la venuta a Rovereto di Papa Benedetto XVI dopo il terremoto, un momento toccante in cui le persone poterono constatare con mano la dolcezza e l’umanità del Pontefice, visibilmente commosso dall’affetto dei fedeli e impressionato dal coraggio dimostrato dagli emiliani nonostante le difficoltà di quei giorni.

Passando per la riapertura della Cattedrale di Carpi, definita dal Vescovo “uno dei polmoni della città”:  quanto il grande portone dell’Assunta, chiuso dal 2012, si è finalmente riaperto, accompagnato dal suono delle campane festanti, lasciando entrare un fascio di luce che ha preceduto l’ingresso della processione guidata dal Segretario di Stato Vaticano, il Cardinale Pietro Parolin.  Un momento dove molti, anche non fedeli, hanno espresso la felicità nel poter finalmente rientrare in quella casa aperta da secoli.

Finendo con la partecipatissima visita pastorale di Papa Francesco con l’intera Piazza dei Martiri e le vie del centro storico di Carpi e di Mirandola gremite di fedeli festanti che, dopo quasi trent’anni, poterono rivivere l’emozione che accompagnò l’arrivo di San Giovanni Paolo II, il 3 giugno del 1988, in quegli stessi luoghi.

Come dimenticare poi la vicinanza di monsignor Cavina ai cristiani perseguitati, uomini, donne e bambini che vivono in un costante terremoto tra indicibili sofferenze e rinunce. Persone che Cavina ha voluto conoscere e incontrare direttamente recandosi diverse volte a Erbil nel Kurdistan iracheno portando aiuti concreti, assieme alla vicinanza umana e spirituale, a quelle persone perseguitate per la propria Fede. Circostanza poi che portò a Carpi anche il Vescovo di Aleppo Antoine Audo giunto in Italia per denunciare la difficilissima situazione dei cristiani nel Medio Oriente. Sarebbe bello pensare che un giorno, alcuni di questi uomini, potranno ricordare come da una lontana cittadina italiana arrivarono gesti concreti di aiuto, provando magari un po’ di affetto per questa nostra città di Provincia, che nonostante la distanza e la diversità di cultura, non li aveva ignorati.

Non ci stupiamo allora che le dimissioni di monsignor Cavina siano state accettate “con dispiacere” dal Santo Padre e “dopo ripetute richieste” perché non era certo un segreto la stima di cui il Vescovo godeva a Roma dove, evidentemente, se ne riconosceva il valore umano e pastorale.

Queste sono solo alcune delle cose che si possono dire di questi sette anni a Carpi del Vescovo Francesco Cavina e forse molte altre resteranno nascoste perché, a differenza delle maldicenze inventate che per prendere vita devono essere mostrate e gridate, quanto fatto di buono rimane spesso celato nei cuori e, nascosto da tutto,  si prepara in silenzio, come un seme, a dare i suoi frutti. Poi si vedrà.


Nicola Pozzati, 28 giugno 2019