Cinema – “5 è il numero perfetto”: il debutto di Igort alla regia convince e regala un noir degno di nota

Scritto da il 31 Agosto 2019

 

5 è il numero perfetto

5 è il numero perfetto” narra la vicenda che porta un sicario della camorra in pensione, Peppino Lo Cicero, interpretato da Toni Servillo, ad un drastico cambio di paradigma nella propria vita.

La storia 

La morte dell’amato figlio Nino (Lorenzo Lancellotti) diventa per il protagonista il pretesto per riprendere in mano una vita ormai caratterizzata da una monotonia priva di significato ma, il dolore per la scomparsa di Nino, viene presto messo in secondo piano e, nonostante alcuni richiami, sembra quasi essere un espediente nato per permettere al protagonista di seguire il destino profetizzato molti anni prima da una prostituta.

La vicenda si svolge in una Napoli dei primi anni 70, atipica rispetto all’immaginario classico della città partenopea, in un’atmosfera quasi deserta e interamente avvolta dalla notte e dalla pioggia, dove i colori sono finemente ricercati, così come sono state curate nel dettaglio le ambientazioni.

Il numero “5”

Il film, tratto dall’omonima graphic novel di Igort, pseudonimo del fumettista Igor Tuveri, vede il suo autore all’esordio come regista, invitato a questa sfida dallo stesso Servillo: un film d’esordio che, lo diciamo sin da subito, ci sentiamo di consigliare.

Nell’opera il “5” è molto più di un numero e arriva ad avere un significato quasi metafisico oltre che narrativo: partendo dalla presenza nel titolo che, come si scoprirà, rappresenta una vicenda capace di far comprendere come sia la banalità del male a caratterizzare le azioni e le vite di questi uomini di camorra.

Cinque sono i capitoli che suddividono le vicende narrate nella pellicola. Il cinque torna quando Salvatore si reca al cinema dove viene proiettato il film “Le cinque dita della violenza” (1972) di Chang-hwa Jeong, opera che ha ispirato anche il regista statunitense Quentin Tarantino.

Cinque sono gli archi che accompagnano ogni piano della scalinata a doppia rampa del Palazzo dello Spagnuolo del rione Sanità di Napoli, casa del boss della famiglia di cui fa parte Peppino, edificio già noto al pubblico di Gomorra come abitazione del bossO Stregone interpretato da Carlo Cerciello.

Cinque sono i sensi: l’udito che permette allo spettatore di ascoltare il rumore delle pistole che vengono caricate e l’ipnotica musicalità della parlata Napoletana; la vista necessaria al sicario per colpire i propri nemici; l’olfatto e il gusto che vengono stimolati dall’odore e dal sapore del caffè presente in alcuni passaggi importanti della pellicola, un profumo e un sapore che sembrano quasi passare direttamente dallo schermo alla sala; infine il tatto che permette a Salvatore di essere un tutt’uno con la propria arma, arrivando a governarla totalmente in una delle scene cruciali. Il cinque inoltre nella smorfia napoletana rappresenta ‘a mano, necessaria ai sicari per sparare.

Volendo poi andare oltre, citando Zolla, cinque sono gli “ordini dell’universo: Dio, geni, eroi, uomini, bruti” e anche qui possiamo trovarli velatamente rappresentati: la religiosità del protagonista che vede il suo essere criminale come il compimento di un disegno superiore necessario agli equilibri del mondo; la genialità, machiavellica, del personaggio che porterà ad un colpo di scena finale; l’eroe onesto, se così possiamo definirlo, che, coerentemente al proprio ruolo, soccorrerà i protagonisti pagando un prezzo altissimo; gli uomini più o meno meschini che si susseguono per tutta la pellicola e i bruti che rappresentano la manovalanza di un potere cieco per il quale la vita è una variabile insignificante tra l’interesse individuale e la morte.

La solitudine del male 

Ancora, lo ribadiamo, appare evidente il tema della banalità del male: quando Peppino si trova a casa, nella penombra,  intento prima a cucire un indumento, poi a preparare il caffé, ricorda per un attimo quel Dracula di Bram Stoker che, come scritto nella prefazione di Vittorino Andreoli, nonostante il fascino malvagio del personaggio, arriva in certi momenti a far pena, come quando, ad esempio, “prepara il cibo, mette in ordine la stanza” facendo avvertire al lettore una “solitudine che richiama quella di ciascuno di noi”, lo stesso accade osservando Peppino Lo Cicero, un uomo la cui solitudine appare evidente, una solitudine che lo circonda sempre, anche durante una sparatoria dove esso appare estraneo a tutto ciò che sta accadendo intorno a lui come se nulla lo riguardasse più, come se nessun proiettile potesse colpirlo davvero.

Durante il film i personaggi principali, il protagonista prima, l’innamoratissima Rita (Valeria Golino) poi e, infine, l’amico Totò o’ Macellaio  (Carlo Buccirosso), sembrano alla ricerca di qualcosa che possa esautorarli dalle proprie fragilità e dai propri rimpianti e, risvegliati dagli eventi, ognuno di loro troverà ciò che stava cercando.

Guardando quest’opera si ha la stessa sensazione narrata dal protagonista mentre parla della propria vita: come bere uno di quei liquori forti che una volta inghiottiti non si è ben capito che sapore abbiano.

 

 


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