Caffè Lungo: Up & Down

Tra i pochi film capaci di strapparmi ben più di una lacrima, c’è “L’ottavo giorno”. Si tratta di un meraviglioso film francese che racconta la storia di amicizia tra un manager stressato ed un ragazzo con la sindrome di Down. Se vi capita, recuperatelo. Ma non è questo il punto del Caffè Lungo di oggi. Quello che intendo dire è che, dopo aver visto quel film, ho iniziato a vedere chi ha la sindrome di Down non come persona a cui manca qualcosa, ma come persona con qualcosa in più. E non parlo di un cromosoma.

Che si tratti di arte, creatività, sentimenti, sono davvero convinto che le persone down abbiano qualcosa in più di noi cosiddetti “normali” (è una delle cose che ho scritto per cui provo più repulsione, ma serve a rendere l’idea), non fosse altro per un’innocenza e un’umanità che la maggior parte di noi dimentica anche solo di aver avuto. E non dimentichiamoci dello sport. Se pensate che le persone down siano incapaci nelle discipline sportive, è giunto il caso di ricredervi.

Per il secondo anno consecutivo, infatti, la nazionale italiana di pallacanestro, composta da atleti con la sindrome di Down, ha vinto i mondiali, disputati in questi giorni in Portogallo. Battuti i padroni di casa lusitani per 36 a 22, con una serie di complimenti arrivati a questi straordinari campioni del mondo da parte di tutte le più alte sfere della politica e dello sport. Complimenti ai quali, per quel nulla che conta, mi accodo volentieri anche io.

Potrebbe capitare di sentire qualcuno apostrofare qualcun altro in maniera denigratoria con la frase “Sei proprio un down”. Beh, non sarebbe male provare a rispondere: “Magari, vuoi mettere la figata di essere campione del mondo per due anni consecutivi, piuttosto di essere un pirla come te?”. Una risposta ad effetto, un po’ come il canestro sulla sirena che ti porta sul tetto del mondo. Federico Bonati