Caffè Lungo: Treno ad Alta Vocalitá

Ieri pomeriggio stavo viaggiando su un treno ad alta velocità ed ero intento a scrivere un Caffè Lungo che non leggerete mai. L’idea era quella di fare un editoriale arguto e spiritoso sulla frase di Salvini e sui suoi 60 milioni di figli, ma concentrarsi è stata un’impresa titanica; da lì il cambiamento radicale del soggetto di questo editoriale.

Mi rivolgo con queste righe a quelle due signore che hanno deciso di informare un’intera carrozza dei loro pensieri, strillati a suon di decibel a noi sfortunati compagni di viaggio cosi come ai martiri all’altro capo del telefono. La prima, per ben quindici minuti, ci ha informato di tutto il menù degustato in un ristorante di Roma: dall’antipasto al dolce, il volume della sua voce è andato sempre più verso vette che tendevano agli ultrasuoni. La parte più tragica è stata la sua risata con la quale ha concluso la telefonata, roba che le sirene usate nella guerra per avvisare la popolazione dell’arrivo delle bombe sono walkie talkie in confronto, e dopo una ventina di “ciao” la tortura ha avuto fine.

Siccome la legge di Murphy è una spada di Damocle sulle nostre vite, nella seconda parte del viaggio un’altra signora ha sfogato tutta la sua frustrazione per il ritardo che stava accumulando il treno con un povero Cristo nel ruolo di interlocutore. Difficile non comprendere il suo disagio, visto che anche le orecchie di noi viaggiatori sono state bombardate dall’ugola della signora, evidentemente dotata di megafono. Non vi nascondo che arrivare a destinazione è stato un autentico sollievo, anche perché il rischio sordità era stato finalmente scongiurato.

I fatti sono due. Uno, a nessuno interessa sapere i fatti degli altri, specie se sconosciuti, un po’ per imbarazzo un po’ per rispetto. Due, quando su un treno parlate con qualcuno al telefono, abbiate pietà: abbiamo pagato il biglietto di un viaggio, non quello di un concerto hard metal, e terminare una tratta senza un fischio nelle orecchie sarebbe un gradito omaggio. Bontà vostra, ça va sans dire. Federico Bonati