Caffè Lungo: Terremosse

Una delle canzoni che amo di più del mio amico Fabio Mora, cantante dei Rio, è “Terremosse”: adoro il testo, adoro la musica, adoro i brividi che mi percorrono la schiena quando la sento dal vivo. Quella canzone parla di noi.

Noi che alle 4.03 di sette anni fa abbiamo sentito il vuoto avanzare sotto i nostri piedi, risvegliati dal sonno ristoratore per colpa di un incubo mai così reale. Noi che sette anni fa piangevamo in strada, mentre l’alba della domenica faceva timidamente capolino, annunciando un giorno che illuminava cocci, macerie e sogni frantumati. Noi che sette anni fa abbiamo dormito nelle tende e che eravamo terrorizzati dal rientrare in casa (chi poteva, ovviamente), perché l’incubo aveva trasformato il nostro rifugio nell’antro degli orrori. Noi che sette anni fa vedevamo i vigili del fuoco e la protezione civile come compaesani, che condividevamo i pasti coi vicini di casa che, magari, fino al giorno prima non salutavamo nemmeno. Noi che sette anni fa abbiamo avuto paura e non ci vergogniamo a dirlo.

Ma quella canzone parla anche di noi, quando le luci delle telecamere dei tg si sono spente, le visite di cortesia non richieste dei politici di turno sono cessate; quando ci siamo rimboccati le maniche. Noi che sette anni fa abbiamo incominciato a rialzarci in piedi, lo facciamo ogni giorno e continueremo a farlo. “Terremosse” parla di un popolo genuino, semplice, dannatamente meraviglioso, come quella terra che ci ha fatto paura ma che non abbiamo smesso di amare. La vita in questi sette anni fa è andata avanti, non ci va più di parlare di terremoto tra di noi. Noi che abbiamo imparato a rinascere ogni giorno, anche grazie a quel 20 maggio 2012. Federico Bonati