Caffè Lungo: Selfiecienti

Qualche sera fa, su Sky Atlantic, ho visto la prima puntata di “Chernobyl”, la serie evento che racconta il più noto disastro nucleare della storia, avvenuto in Bielorussia (anche se all’epoca quello stato faceva parte dell’Urss) negli 1986. Una bella puntata, ma non posso dire di esserne rimasto estasiato. Evidentemente, non la pensano come me milioni di persone in giro per il pianeta, che hanno sin da subito osannato questa nuova serie. E, cavalcando l’onda del successo della serie, decine e decine di fan si sono recati sui luoghi del disastro per scattarsi dei selfie.

Il problema di fondo non è una questione di rispetto (che è sacrocanto, sia chiaro), ma come il lobotomizzante desiderio di immortalarsi in qualunque luogo, condividere e acchiappare like sia diventato padrone delle nostre azioni, tanto da ignorare la storia che c’è dietro un luogo. Perché non è solo Chernobyl ad essere stato lo sfondo degli autoscatti degli amanti dei “Big like”: Auschiwitz, la redazione di Charlie Hebdo e il Bataclan, Ground Zero (oggi, perché nel 2001 i selfie ancora non esistevano), ma anche l’isola del Giglio con in secondo piano la Costa Concordia e la triste lista potrebbe continuare.

In tutto questo mi sembra di vedere una dipendenza non tossica ma altrettanto morbosa, il bisogno di gridare al mondo a suon di hashtag di essere in un luogo teatro di stragi o di disastri, o forse il semplice fatto di essere. Ci deve essere qualcosa dietro tutto ciò, qualcosa che non capisco a fondo ma che mi fa scuotere il capo a destra e a sinistra quando sento queste notizie o, peggio, quando vedo in prima persona questi selfie, scorrendo la home dei miei social. È abbastanza triste un mondo in cui si debba immortalare ogni istante, testimoniando la propria presenza nell’etere, magari ignorando la vita reale.

Temo il giorno in cui qualcuno si farà un selfie con una persona morta solo qualche istante prima e temo, ancora di più, che quel giorno non sia poi così distante. Se poi considero che c’è pure gente che ha perso la vita nel tentativo di farsi una foto da ricoprire di filtri e da postare, posso dire senza timore di essere smentito che, sì, siamo un branco di selfiecienti. Federico Bonati