Caffè Lungo: Rock Schiavone

Sono un amante della lettura ma, ancora di più,  sono un amante di due generi: il giallo e il noir. Ho la mia schiera di scrittori e personaggi preferiti, così come l’elenco di quelli che non sopporto (ma ve lo evito, altrimenti potreste tacciarmi di blasfemia). Ma il personaggio che amo più di tutti, quello capace di farmi sentire orfano ogni volta che termino un suo racconto, è Rocco Schiavone.

Del vicequestore di Aosta ho letto tutti i racconti, scritti dalla magistrale penna di Antonio Manzini e, naturalmente, sono un fan della serie che va in onda su Rai 2, quella con un gigantesco Marco Giallini, nato per interpretare questo ruolo. Proprio mentre stavo guardando l’ultima puntata andata in onda nei giorni scorsi, mi sono chiesto: ma perché la gente, me compreso, ama così tanto Rocco Schiavone?

Uno che vive sulla sottile linea che divide gli eroi dal carro dei perdenti, burbero, impulsivo, diretto anche quando non serve, fumatore incallito (non solo di sigarette, ma questo si sapeva già), invischiato in loschi affari ma sempre bravo ad uscirne pulito e, soprattutto, uno che da del tu al dolore e alla solitudine. Uno che piange, uno che ama un ricordo che non sa lasciar andare. Uno così non puoi non amarlo.

Rocco Schiavone è tutto ciò che noi non abbiamo il coraggio di essere, è i vaffanculo strozzati in gola per il quieto vivere, è il vizio che ci vergognamo di avere, è il coraggio quando è giunto il momento di tirarsi indietro. Rocco è come una rockstar maledetta che cerca la giustizia per salvarsi dal senso di colpa. Lo amiamo perché è ciò che abbiamo sempre sognato di diventare ma che, sappiamo benissimo, noi non saremo mai. Federico Bonati