Caffè Lungo: Quella volta che ho salutato un pirata

Facendo zapping in televisione ieri, mi è capitato di sintonizzarmi sul Giro d’Italia; la mente, in quel momento, mi ha riportato indietro di anni. Nello specifico, ad un pomeriggio di maggio. Faceva caldo quel giorno, stavo andando a lezione alle medie quando, a me e agli altri compagni di classe, comunicarono che non ci sarebbe stata lezione. Il motivo? Nel mio paese passava il Giro d’Italia.

Assieme ad un professore e ad un paio di genitori, come una scolaresca in gita ci siamo diretti su uno degli argini che costeggiano la piccola cittadina dove vivo; una scalmanata fila indiana entusiasta, anche se completamente digiuna di nozioni sul ciclismo. Ma a noi non importava, noi volevamo vedere lui. Dopo tanta attesa, azzerata dalla fibrillazione per una piega inaspettata nelle nostre giovani vite, il gruppone stava arrivando; lui non era davanti, davanti c’era Cipollini. Ero un po’ triste, qualcuno diceva che forse era caduto e si era ritirato, qualcun altro diceva che magari era in mezzo ad altri ciclisti e non l’avevamo visto. Era impossibile non notarlo infatti, poco dopo, eccolo arrivare: bandana gialla, pizzetto ossigenato, occhiali a specchio, pedalata indimenticabile, orecchini. Prima del suo passaggio, il silenzio; quando la gente lo aveva iniziato ad intravedere, il deliro.

Ricordo che aveva salutato tutti col cenno della mano, verso noi ragazzini strillanti si era pure girato per un istante, sorridendo. Ci aveva mostrato il pollice alto. Poi, è volato via e non si è più girato. Proprio come nella vita, come in quell’hotel di Rimini. Ogni volta che ripenso a quella scena, mi piace pensare che quel pollice e quel sorriso fossero diretti a me, anche se so che non è così; ma vi prego di non farmi cambiare idea, perché sono ancora convinto che, quella volta, ho salutato Marco Pantani. Federico Bonati