Caffè Lungo: MalAmore

L’ultimo caso risale a poche ore fa: Cisterna di Latina, il corpo di una donna senza vita, l’allarme lanciato dalla figlia, i famigliari che accorrono sul posto, le indagini, la confessione del marito. La triste coincidenza di un dramma che si ripropone nella stessa città, quando nel febbraio 2018 Luigi Capasso sparò alla moglie da cui era separato, uccidendola, salvo poi freddare le figlie di 7 e 13 anni e quindi completare il macabro quadro con il suicidio.

La forma letterale li definisce “femminicidi”, quasi a voler distinguere questi fatti di sangue dagli omicidi, quasi come se si sentisse il bisogno di dare un genere alla morte; fesserie lessicali. Chiamateli come vi pare, ma è agghiacciante pensare che tra le mura domestiche, il luogo più sicuro per antonomasia, possa succedere qualcosa di così aberrante. Le persone che fanno parte della nostra vita che si tramutano in orchi, assuefatti da raptus di follia e non accettazione della fine di una relazione. Femminicidi o omicidi, poco cambia; è l’amore malato, è il male nell’apoteosi del sentimento del bene per eccellenza.

Quando sento queste notizie, mi viene spontaneo chiedermi “Per quanto ancora?”. Per quanto ancora si dovrà aggiornare la lista delle stragi domestiche? Per quanto ancora uomini e donne dovranno avere il terrore di una relazione finita e delle conseguenze? Per quanto ancora chi è stato lasciato non si capaciterà della situazione e sprofonderà in un vortice dal quale è sempre più difficile risalire, dando spazio alle ombre che portano al male?

Sono domande retoriche, lo so. Ma, in fondo, l’amore malato è questo: non è razionalità, non è logica, non è sentimento puro. È negazione di umanità, privazione dell’esistenza degli altri (e di sé stessi), è prendersi la libertà di scegliere della vita e della morte di qualcuno, magari per un rifiuto, magari per un addio. Per quanto ancora ci toccherà sentire i vicini di casa che dicono: “Non me lo sarei mai aspettato, era una brava persona”? Per quanto ancora? Federico Bonati