Caffè Lungo: Luci a San Siro

Ricordo la prima volta che, arrivando in pullman, l’ho iniziato a intravedere da lontano. Troneggiava sui cieli di Milano ed arrivando al suo cospetto mi sono sentito piccolo, un granello di sabbia di fronte a una montagna. Quel giorno si giocava Inter-Sampdoria; l’Inter, sotto di due gol a cinque minuti dalla fine, ribaltò il risultato, vincendo 3-2 nel recupero. Ho sentito quel gigante ribollire, un magma incandescente e inebriante, la potenza dell’estasi.

Ci sono tornato altre volte al “Giuseppe Meazza” di Milano, per tutti lo stadio di San Siro, condotto dalla passione per quei due colori, il nero e l’azzurro, che negli anni hanno messo a dura prova le mie coronarie, ma mai il mio amore. Ed è per questo che sono un po’ deluso e dispiaciuto dalla decisione che la società Inter ha preso assieme all’altra squadra di Milano, il Milan, di demolire San Siro, per creare al suo fianco il nuovo impianto.

Che sarà futuristico, avveniristico, meraviglioso, all’avanguardia; tutto quello che volete, ma non sarà mai la Scala del Calcio. Forse siamo alla fine di un’epoca, dove il romanticismo cede definitivamente il passo al business, dove i simboli si devono tirare indietro rispetto alle decisioni dei Ceo e dei consigli di amministrazione, dove le storie di sport e di arte vengono relegate nell’album dei ricordi, per fare spazio al progresso. E i bambini che sognano di giocare un giorno a San Siro si dovranno rassegnare; magari diventeranno grandi calciatori, ma quel manto erboso racchiuso da tre anelli non lo calpesteranno mai.

“Luci a San Siro, di quella sera, che c’è di strano siamo stati tutti là. Ricordi il gioco, dentro la nebbia…”; ci toccherà accontentarci di queste strofe di Roberto Vecchioni quando a Milano vedremo il vuoto là dove c’era tutto: architettura, storia, leggende, emozioni. E ci sentiremo come Giovanni, in “Tre uomini e una gamba”; con una lacrima che ci righerà il volto a dire “Non ce la faccio, troppi ricordi”. Federico Bonati