Caffè Lungo: Lieve

Lieve: è così che si “augura” che sia la terra per qualcuno che è morto. Lieve. Lieve è anche la sensazione che dà il primo istante in cui si prova benessere, un misto di soffice libertà e distaccato silenzio. Lieve. Chissà se questa sensazione, questo sentimento lieve, l’ha provato anche Marieke Vervoort, campionessa paralimpica belga di 40 anni, che ieri ha deciso di optare per l’eutanasia, mettendo così la parola fine alla sua vita.

Lieve. Lieve come il vento che le accarezzava la faccia quando sfrecciava nelle gare dei cento e dei duecento metri in carrozzina alle Olimpiadi di Londra del 2012 e a quelle di Rio del 2016. Lieve come i metalli preziosi delle medaglie di cui ha fatto incetta. Lieve, come l’inesorabile avanzare di una malattia muscolare degenerativa. Ciò che non è lieve è il dolore; feroce, violento e impetuoso, capace di umiliare, impassibile ad ogni richiesta di pietà, di tregua.

Lieve. Lieve come la decisione di cessare quelle sofferenza, poiché la vita è ben diversa dal dolore costante e continuo. Lieve come la paura che viene ricacciata indietro dalla consapevolezza che la sofferenza finirà. Lieve, come un sonno ristoratore che, lentamente, culla verso il silenzio. E tutto diventa lieve. Marieke ha scelto, è stata libera in questo. Non si sono alzati gli scudi di chi deve sentenziare a prescindere sulle vite altrui, qualunque sia la sua posizione. Libera e in silenzio, Marieke se ne è andata, lieve.

Lieve. Lieve come la fine e l’inizio di un viaggio, lieve come la libertà dai dogmi e dai preconcetti, lieve come un mondo in cui ognuno è libero di decidere per sé senza il bisogno di opinioni esterne, lieve come la vita, lieve come la terra che ci si lascia alle spalle. Lieve come chi va, lieve come chi resta. Federico Bonati