Caffè Lungo: Le belve

Quando i media parlano di bullismo spesso utilizzano la parola “branco”, senza considerare che quel sostantivo vuol dire tutto e vuol dire niente. Più che di “branco”, a mio avviso, si dovrebbe parlare di “belve”. Già, ma chi sono le belve?

Sono forse belve i bulli che riversano con violenza, sulle persone più deboli, la loro frustrazione per un’esistenza che, nella più rosea della ipotesi, è triste e miserabile e forse, attraverso le vessazioni nei confronti degli innocenti, immaginano di scalare come esemplari alfa una gerarchia sociale presente solo nella loro testa? Sono forse belve i loro complici, gregari che vivono nel cono d’ombra del loro capo (o capoccia), col costante timore di passare da omertosi aiutanti del carnefice a vittime? Sono forse belve coloro che sanno, che vedono ma voltano la testa dall’altra parte, per paura di essere loro quelli che, se dovessero parlare, sarebbero umiliati, picchiati, assoggettati al vigliacco potere dei bulli?

Sono forse belve coloro che sanno, che vedono ma che negano l’accaduto, perché “in fondo sono ragazzi, si saranno dati qualche spintone, quello che le ha prese però ha offeso l’altro, una stretta di mano e amici come prima”, e così facendo puliscono con uno straccio intriso di mesto quieto vivere lo loro coscienza come un Ponzio Pilato qualsiasi? Sono forse belve coloro che non potevano sapere ma che, al netto della loro coscienza, non hanno mai fatto nulla per scuotere l’opinione collettiva su quell’infame pratica di mancanza di rispetto, verso sé e verso gli altri, che è il bullismo?

Io non lo so, ma so che il bullismo è, per citare un gigante della lotta ai soprusi, una montagna di merda. Ps: questo Caffè Lungo è dedicato al 15enne di Pavia e a tutte le vittime di bullismo; tenete duro, ragazzi, le belve non vinceranno. Mai. Federico Bonati