Caffè Lungo: La lezione del Pescara

Che cosa accomuna tutti i leoni da tastiera? Sono dei facinorosi, o per lo meno millantano di esserlo, cercano lo scontro, salvo poi tirarsi indietro quando dall’altra parte si usa la ragione e non gli insulti; ma, soprattutto, hanno una innata capacità di farsi mettere alla berlina grazie alle proprie intemperanze. In sostanza, spesso le loro “minacce” gli si ritorcono contro diventando un’auto pernacchia. Cerchiamo di capire meglio.

Un tizio ha scritto un tweet al Pescara Calcio, nota squadra di Serie B: “Pescara, basta con questa storia del razzismo vi ho sempre sostenuto ma direi che è ora di finirla voi e quei comunisti del caxxo, state per perdere un tifoso fate voi”. Ho riportato fedelmente il testo del messaggio, per dovere di cronaca. Immagino la reazione dello staff comunicativo e del social media manager dei biancazzurri abruzzesi e, a sua volta, della dirigenza quando avrà saputo quello che stava succedendo.

Morale della favola, il Pescara condivide quel tweet, di modo che sia visibile a tutti, e scrive “Facciamo noi? Bene, signore e signori (ometto volutamente il nome della persona) non è più un nostro tifoso” proseguendo il tweet con gli hashtag No al Razzismo e la sua versione inglese e due emoticon da festeggiamenti. Insomma, un tifoso del genere è meglio perderlo che trovarlo: condivido pienamente il pensiero del Pescara Calcio.

Il razzismo non ha motivo di esistere nella società e, men che meno, sui campi da calcio e negli stadi; purtroppo, non c’è nulla di più utopico di queste parole pocanzi riportate ma, non per questo, bisogna lasciar perdere. Il Pescara, così come altre squadre in passato, ha dato prova di grande etica e responsabilità: meglio perdere qualche manipolo di tifosi che la propria reputazione. Che quella non si recupera con un tweet; al massimo, con un tweet, la si può perdere.  Federico Bonati