Caffè Lungo: Il ritorno di Achab

È durata poco più di trent’anni la pace tra l’uomo e le balene nei mari del Giappone. Una pace interrotta questa settimana, con la notizia di alcune baleniere salpate dalla costa nipponica per far ripartire la caccia ai cetacei, gli animali più grossi del pianeta e, al tempo stesso, quelli più a rischio estinzione. Il ministero dell’agricoltura, delle foreste e della pesca ha fissato una quota di 227 balene cacciabili, per evitare un forte impatto sulle risorse cetacee: “Da oggi – ha commentato il ministro Takamori Yoshikawa -chiedo ai cacciatori di cacciare le balene in osservanza della quota e puntare a un ritorno di questa industria della caccia alla balena”.

Diciamoci la verità, la caccia a questi mastodontici mammiferi nel paese del Sol Levante non era mai terminata del tutto, sostituita dall’uccisione delle balene per scopi scientifici. Ma, adesso, sembra evidente il desiderio di voler tornare a dominare un settore, mettendo a repentaglio l’esistenza di una specie. La vita delle balene balzella, quindi, su un filo sempre più sottile, con il rischio che quelle poderose code che emergono dall’acqua diventino solo uno sbiadito ricordo.

Questo ritorno dei moderni capitani Achab non ha nulla di romantico, ma rischia di innescare l’ennesima catastrofe ambientalistica di cui, chiaramente, l’unico responsabile sarebbe l’uomo. Non sono contro l’uccisione degli animali in toto, l’umanità ha comunque il diritto di mangiare; sono contro l’uccisione e la caccia, seppur regolamentata, di animali che vivono sull’orlo di un costante precipizio creato ad hoc dalle abitudini umane, col rischio di proseguire le loro esistenze solo nei musei e nei libri di storia.

Non ho una soluzione a questo problema, né pretendo di averla. Ma questa notizia mi ha allarmato, riportandomi alla mente la frase di un vecchio saggio nativo americano: “Quando avranno inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, preso l’ultimo bisonte, pescato l’ultimo pesce, solo allora si accorgeranno di non poter mangiare il denaro accumulato nelle loro banche”. Federico Bonati