Caffè Lungo: Il reddito nei mala tempora

In questa epoca politica e sociale costellata di considerazioni che terminano con la massima latina “Mala tempora currunt”, non si può non ragionare sul reddito di cittadinanza. Una delle azioni politiche più contestante, contrastate e lodate dal secondo dopoguerra in poi; ad avviso di chi scrive, uno dei più grossi buchi nell’acqua della politica italiana del ventunesimo secolo. Ma il mio pensiero lascia il tempo che trova, i dati un po’ meno.

E i dati, nello specifico, bocciano il reddito di cittadinanza. Sulle colonne de La Stampa dei giorni scorsi, c’era un articolo sui delusi del reddito: un reportage che parla di Pomigliano d’Arco, città natale di Luigi Di Maio, dove su 39mila abitanti, 12mila prendono il reddito. Nessuno di loro ha mai ricevuto una proposta di lavoro, nemmeno per uno socialmente utile. “Siamo stanchi di non avere nulla da fare”, dicono i cittadini.

Non è finita qua. Sono state tantissime le notizie raccolte in questi mesi in cui si parlava di ex terroristi che percepivano il reddito, di criminali che giravano in  macchine lussuose percependo il reddito, di navigator vincitori di concorsi e ancora inoperosi, di problemi per la ricerca del lavoro (componente fondamentale nella teoria del reddito) ed altre amenità. Probabilmente sono limitato nelle vedute, ma non riesco ad inquadrare questo atto come qualcosa di positivo.

Chiariamo, aiutare le fasce più deboli della società è un dovere dello Stato (ma c’era già il reddito di inclusione…). Il reddito di cittadinanza dovrebbe favorire l’inserimento o reinserimento nel mondo del lavoro, ma ad oggi che slanci ha dato alla produzione nazionale e all’economia italiana? Domanda retorica, che non per forza prevede una risposta. E nell’attesa di un provvedimento capace di rilanciare lavoro ed occupazione senza mance o gaffe, non resta che trincerarsi nell’ennesimo “Mala tempora currunt”. Federico Bonati